Editoriale / E venne il Covid-19. Ora si spera in un vaccino che lo debelli

“Era la fine di novembre 2019 e Han – un nome di fantasia – aveva lavorato tutta la settimana nel mercato ittico di Huanan, come negli ultimi mesi.
Si chiamava mercato ittico, ma era un turbinio di animali vivi, morti o in via di macellazione… Il lavoro era duro, ma la paga dignitosa che non consisteva solo nella sopravvivenza, come accadeva in campagna.
A Wuhan poteva andare a cena con gli amici ed era proprio quello che Han aveva fatto una sera”.
Così scrive Roberto Burioni in “Virus la grande sfida” e continua raccontando di come quella cena con gli amici abbia cambiato le sorti del mondo. Come può succedere, Han potrebbe aver bevuto e mangiato un po’ di più. Quindi il malore che aveva accusato nei giorni successivi era stato attribuito a qualche bicchiere in più a quella cena con gli amici.
Qualche colpo di tosse, qualche linea di febbre scesa con l’aspirina, tanto che dopo due o tre giorni di letto ritorna a lavorare. Ma le sue condizioni peggiorano con tosse e spossatezza, tanto che gli amici gli portano gli alimenti, ma in men che non si dica le condizioni peggiorano tanto da richiedere il ricovero in ospedale in terapia intensiva. Il fisico di Huan “ave- va una grande fame di ossigeno”.
Contemporaneamente negli ospedali di Wuhan iniziano i ricoveri di gente con febbre alta e difficoltà respiratorie per lo più lavoratori del mercato ittico di Huanan. I medici non riescono a capire la malattia. Anzi un medico che diffonde la pericolosità della malattia provocata da un non preciso agente patogeno viene arrestato per diffusione di notizie allarmanti. Poi la storia la conosciamo tutti. Wuhan conta poco meno di dodici milioni di abitanti.
Quando iniziamo a sentir parlare di Coronavirus in questa città cinese ad 8.495 km da Ancona, pensiamo e speriamo che, come per i virus della Sars e dell’Ebola, la loro virulenza si spenga prima di arrivare da noi. Ci passa per la mente anche il virus dell’HIV, ma quello è collocato nei nostri pensieri come un virus che per prenderlo bisogna andarselo a cercare.
Invece in men che non si dica il Covid-19 fa la sua comparsa in Italia con molte persone che accusano crisi respiratorie e febbre come i malati, che nel frattempo, si contano a migliaia, in altre parti del mondo.
Per molti commentatori si tratta di Coronavirus per altri questi sintomi sono come quelli di una normale influenza. Sta di fatto che improvvisamente e soprattutto in Lombardia si contano una serie consistente di malati di Covid-19 e pian piano il virus si sposta in altre parti d’Italia. Le Marche diventano una delle regioni più colpite.
I malati gravi hanno bisogno di terapie intensive che nei nostri ospedali sono presenti in maniera sufficiente per la routine ordinaria, ma insufficienti per i casi provocati da un virus pericolosissimo e in rapida diffusione. Molte sono le vittime e tra questi medici e infermieri, sacerdoti, religiosi e religiose. Il Covid-19 entra nelle Case di Cura, nelle Case di Riposo, nei Conventi. L’arrivo nei pronto soccorso ospedalieri di tanti pazienti con febbre e difficoltà respiratorie mette a dura prova le strutture che debbono organizzare i reparti tradizionali in reparti Covid con una metodologia nuova nell’approcciare e custodire il ricoverato.
Il personale sanitario non ha esitato, nemmeno un attimo. Una testimonianza del loro pensiero e delle loro azioni la troviamo, accompa- gnata da un filmato, su Facebook: “Bisogna pur metterlo un punto. Alla fine di una frase. Alla fine di una storia. Si chiama ortografia? No, si chiama coraggio. E quel coraggio è iniziato quando abbiamo deciso di mettere da parte la paura: la paura di contagiarsi, di far del male, di non essere all’altezza, alla fine della frase “andrà tutto bene”… e non ci siamo sentiti mai eroi, non abbiamo mai saltato la fila al supermercato nonostante sulla vetrina ci fosse scritto che i sanitari avevano la precedenza. Forse perché siamo abituati a stare nelle retrovie, a non comparire nei titoli dei giornali, ma facilmente nelle denunce dei più stolti. Non crediamo che le cose da ora in poi cambieranno, gli italiani hanno il brutto difetto di dimenticare, quin- di per questo o per altri mille motivi, abbiamo deciso di immortalare tutto in queste foto. Un reparto creato dal nulla, lavorare con colleghi differenti, cambiare le abitudini ed i pensieri. Adattarsi al cambiamento. Sarà che sono una di quelle che vuole fare esperienze che non si inseriscono nel curriculum, che non si possono cancellare, perché più le cancelli più rimane il segno… una di quelle che pensa che dalle crepe possa entrare una gran bella luce.
E di crepe ce ne sono state tante… stanchezza, nasi rotti, dolore, perdite, ma il sorriso è stato la nostra arma vincente”.
Per molti giorni il personale ospedaliero non ha turni di riposo, non ci sono persone in ferie, non ci sono persone in malattia se non chi ha contratto il virus.
C’è difficoltà a reperire il materiale necessario per la difesa dello stesso personale sanitario sia perché le scorte rispettano una normale gestione della sanità, sia perché alcune protezioni come le mascherine, da tanti anni non vengono più prodotte in Italia perché non creano profitti significativi. Sia per l’alto numero di vittime, sia per evitare il collasso delle strutture ospedaliere si è cercato di arginare i nuovi contagi con la chiusura di quasi tutto, esclusi i servizi essenziali, sino al 4 maggio ed i risultati sono incoraggianti. Nelle Marche alla data del 23 aprile, le vittime sono 865, di cui 536 maschi e 329 femmine. E sarebbero state molte di più se non si fosse interrotto il contagio.
Ora si  pensa al dopo 4 maggio: speriamo che i sacrifici fin qui fatti non vengano vanificati da iniziative e comportamenti scriteriati.
Una speranza è quella che, una volta debellato il Covid-19 non riprenda vigore il virus dell’egoismo; dell’esasperazione delle situazioni difficilmente gestibili in maniera diversa; del ritornare a lavorare a ritmi spaventosi prodotti per lo più inutili, che altri comprano lavorando a ritmi altrettanto spaventosi.
Un’altra speranza è che tutti accettino i nuovi comportamenti per evitare le diffusione del contagio. La speranza più speranzosa, se si potesse dire, è la scoperta di un farmaco che combatta il virus e un vaccino che lo debelli. Un’epidemia si dichiara conclusa quando si sono esauriti due periodi di incubazione completi senza nuovi contagi: nel caso del coronavirus si parla quindi di 30 giorni. Poi per 90 giorni non si deve essere verificato nessun caso nel mondo. Infine un auspicio: che la politica possa fare le sue scelte più dietro i consigli degli scienziati che dietro i consigli degli economisti e soprattutto che nessuno usi lo strumento della politica per fini di parte e non per il bene comune.

Marino Cesaroni
direttore “Presenza” (Ancona)