La rappresentazione popolare della Natività si discosta spesso dalla versione ufficiale dell’evento contenuta nei testi canonici, che la Chiesa Cattolica si è impegnata a salvaguardare.
La calda fantasia della pietà popolare nel corso dei secoli ha arricchito il racconto integrandolo e talvolta forzandolo secondo visioni ed ottiche diverse. Questi scritti sono chiamati “Vangeli apocrifi” (ovvero non riconosciuti come autentici). In essi si avverte, come afferma Geno Pampaloni, “l’ansito grosso dell’approssimazione, l’impazienza della meraviglia, lo stupore della fede che si confessa come un amore” .
Tante interpretazioni fantasiose sono dunque frutto di un sincero slancio di fede e, pur negate dalla Chiesa, acquistano comunque un particolare significato spirituale, storico e antropologico.
Chi erano i Magi?
Chi erano i Magi? Cominciamo con le notizie storiche più attendibili per poi passare al racconto dei testi canonici e ai tanti testi apocrifi.
Nella tradizione orientale i Magi erano originariamente una tribù dell’etnia dei Medi e poi una casta sacerdotale iranica che ebbe una profonda influenza e autorità dalla decadenza dei potere dei Seleucidi, eredi della parte orientale dell’impero di Alessandro, fino alla conquista araba (A. Cattabiani).
Pur riallacciandosi allo zoroastrismo erano, come spiega M. Bussagli, una specie di superclero, come i depositari di un supremo sapere che, in definitiva, poteva controllare la corretta esecuzione di un rito e permetteva di avere col Sacro un contatto assai diverso da quello concesso a un normale sacerdote.
Sicuramente essi ebbero una preparazione astrologica e astronomica di origine caldea, ma ampliata e approfondita. Conoscevano l’interpretazione dei sogni.
Potremmo dire che i Magi, per predisposizione naturale, per preparazione, per tradizione, erano in grado di entrare in sintonia con le energie e le vibrazioni dell’universo. Cogliendo i segreti della materia, che essi consideravano animata.
Nel Vangelo di Matteo (testo canonico riconosciuto dalla Chiesa Cattolica) si dice (2,10) che alcuni Magi, guidati da una stella, arrivano dall’Oriente. Ma non si parla né della nazione di provenienza (probabilmente la Persia, ma potrebbe essere anche l’Arabia), né il numero, bensì dei doni: “Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode.
Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: <Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo>.
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: <A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta>. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: < Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo.

Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per altra strada fecero ritorno al loro paese”. Fin qui quanto riferito da Matteo.
Gli Apocrifi ci hanno tramandato altre informazioni. Ad esempio il Protovangelo di Giacomo (XXI,1) così racconta l’evento: “E una grande agitazione avvenne in Betlemme di Giudea perché arrivarono dei magi …”. Che fossero re e in numero di tre il protovangelo non lo sa ancora. Tale tradizione risale, infatti, soltanto al V secolo per opera del Vangelo armeno dell’infanzia di Gesù”.
Nel Vangelo dello pseudo Matteo leggiamo: “Dopo di ciò uno offrì dell’oro, un altro dell’incenso e l’altro della mirra” (XVI,1-2). E il Vangelo dell’infanzia arabo-siriaco così si esprime: “Ora avvenne che quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei magi, come aveva predetto Zaratustra, e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra: ed essi lo adorarono e gli offrirono dei doni ...”.
In questo testo, oltre al nome della città di Gerusalemme troviamo il riferimento a Zaratustra ovvero Zoroastro. Annota il Craveri che molti elementi del racconto della nascita di Gesù (la grotta, i magi, la stella cometa, la persecuzione di un re cattivo, la verginità della madre, ecc.) si trovavano già, prima del cristianesimo, nelle leggende di Krishna, di Mitra e dei Sanshyant (= messia) del mazdeismo. Riguardo a questi ultimi, appunto, c’era una profezia attribuita a Zaratustra.
Il Vangelo dell’infanzia armeno (fatto conoscere per la prima volta integralmente dal padre Isaia Daietsi nel 1898 in due diverse stesure), invece, scende nei dettagli: “In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’Oriente e quelli che erano in Occidente.
I re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo Balthasar, regnava sugli Indiani e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi” (V,10). Appare, dunque, qui per la prima volta, nella tradizione cristiana, la credenza che i Magi fossero in numero di tre e che fossero re. Più tardi la devozione popolare ha voluto vedere nei tre re Magi i rappresentanti delle tre razze umane in antico conosciute. Cioè la bianca, la gialla e la negra, che rendono omaggio al cristianesimo.

Anche l’iconografia non li presenta mai come sovrani, almeno fino al pieno Medioevo, quando cominciano ad essere raffigurati con la corona sul capo. Nel capitolo XI (1-2) del medesimo testo apocrifo troviamo ulteriori elementi informativi. “Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, re degli Indi, Gaspar, aveva come doni in onore del Bambino del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cimamomo e dell’incenso e altri profumi. Il terzo, re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini” .
Afferma Mario Bussagli che uno dei Magi, chiamato dai vangeli apocrifi Gaspar, visse effettivamente in quell’epoca. Si chiamava Vindhapharna, ovvero conquistatore del Farr – “la forza-splendore” – e fu tradotto in armeno in Gathaspar.
Era un principe, e poi re, di un territorio situato in un’area fra l’attuale Afghanistan e l’India. Fu sicuramente un mago e un astrologo e – verosimilmente – ebbe inflessioni di tipo alchimistico. A tal proposito conviene sottolineare che la stella, luce divina, si collega ai due simboli compresenti in tutta l’area indoiranica dove regnò Gaspar: Fuoco e Luce.
Alcuni decenni fa, nel complesso monastico della Kellia, in Egitto, sono stati rinvenuti su un muro, scritti in rosso da qualche monaco, i nomi Gaspar, Belchior e Bathesalsa. L’iscrizione viene datata tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo. Ma la diffusione in Occidente dei nomi dei tre Re risale ad un’epoca compresa tra il VII il IX secolo. In quanto li ritroviamo in un manoscritto conservato a Parigi, che in passato veniva attribuito al venerabile Beda e quindi datato al VII secolo.
Di Gaspare, Melchiorrre e Baldassarre parla anche il ravennate Agnello nel IX secolo, nel Liber Pontificalis della Chiesa locale. Accreditando in tal modo una tradizione che sarà poi comune in tutto l’Occidente. Più o meno in quell’epoca sorse la leggenda che i tre Magi rappresentassero le tre razze umane che resero omaggio al Figlio di Dio. Gaspare quella europea, Melchiorre quella africana, Baldassarre quella asiatica. Per tale motivo a partire dal tardo medioevo in Occidente essi sono raffigurati con caratteristiche somatiche diverse.
La rappresentazione del presepe nella nostra tradizione collega la venuta dei Magi, come in genere nell’Occidente, all’Epifania (ovvero alla rivelazione di Gesù al mondo pagano), che si celebra il 6 gennaio, tranne a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, dove si rievoca, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo di Cristo nel Giordano e il primo miracolo, quello delle nozze di Cana.
La festa dell’Epifania è, infatti, di origine orientale e la troviamo in Egitto, tra gli anni 120 e 140, fatta dagli Gnostici basiliani, i quali celebravano il Battesimo del Signore il 10 oppure il 6 gennaio. Si diffuse in Occidente intorno al IV secolo. All’inizio del V secolo venne adottata a Roma con la celebrazione della venuta dei Magi.
A Piana degli Albanesi il rito si svolge così: il vescovo si reca in processione presso la fontana dei tre cannoli, preceduto da ragazzi che portano dei bastoni ove sono infilzate le arance. Giunto sul posto, il vescovo immerge la Croce nell’acqua, tenendo in mano tre candele accese ed alcune foglie di ruta. Contemporanamente si leva in cielo, dalla chiesa di Maria, una colomba e si posa sulla spalla del vescovo. I ragazzi immergono nell’acqua benedetta le arance e le distribuiscono agli abitanti.
Nel nostro territorio, nel quale in epoche diverse Occidente ed Oriente si sono incontrati e alternati, troviamo una sintesi dei due eventi. Tanto è vero che anziché il termine “epifania” generalmente a livello popolare si dice “u battisimu” (il battesimo di Gesù). E in tale ricorrenza vengono (o venivano) benedette in chiesa le arance durante la messa vespertina (liturgicamente le due festività nella Chiesa Cattolica vengono distinte: il 6 gennaio l’Epifania con l’arrivo dei Magi e la domenica successiva il Battesimo del Signore).
I tri Rignanti, vestiti splendidamente e talora accompagnati dai servitori, si aggiungono al presepe e vengono ad integrare le sacre rappresentazioni e i presepi viventi rigorosamente il 6 gennaio, festa dell’Epifania. I nomi sono quelli tramandati dalla tradizione, come sopra specificato, ovvero Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Essi, guidati dalla stella, giungono alla grotta, si prostrano davanti al Redentore e gli offrono oro, incenso mirra.
Uno dei tre (che rappresenta la razza africana) deve essere negro per cui nelle sacre rappresentazioni si provvede a tingere il suo volto e le mani di nero come pure per quelli dei paggi del suo seguito. Al re negro, detto re turcu, a livello popolare si associano u re giovani e u re vecchiu. Volendo ricondurre il racconto ad un preciso contesto rispetto alle rappresentazioni popolari, in ultima analisi l’omaggio reso dai Magi ha lo scopo di evidenziare la superiorità del nuovo Dio sui culti orientali “da cui la religione mosaica si era sentita minacciata” (A.Isaya).
Giovanni Vecchio
