L’adempimento del dettato non è accettazione supina e inerme. E’ il frutto di una scelta . La libertà di cui godiamo ci pone ad un bivio. Noi imbocchiamo quella strada con consapevolezza; noi scegliamo quella strada. Noi vogliamo prendere quella strada.
Sappiamo che è faticosa, che è irta di pericoli, che non consente ambiguità.
Il bene e il male, la luce e l’oscurità, la contrapposizione tra l’essere e il non essere.
E dentro di noi la coscienza che è severa, che è chiara e inflessibile, che è luce di noi stessi.
Sbagliamo ma andiamo avanti. Dubitiamo ma andiamo avanti. Ci incaponiamo senza analizzare la forza che ci spinge all’azione o all’omissione, senza vedere i raggi vettori di essa.
Vediamo nel sentimento un limite o una esortazione. Seguiamo l’istinto e lo incanaliamo assecondandolo. Esso ci porterà all’errore o alla verità. Ma quale verità?
Il giro diventa vizioso, ci fa vacillare. Il dubbio ci dà la certezza di essere ma a noi questo non basta. Cerchiamo la verità e lo facciamo senza stancarci.
Il saggio ha accumulato dati e vi ricorre. Egli diventa puntello dell’acquisito che trasmette e rassicura.
Così è stato, così è, così sarà. E’ l’alternarsi delle stagioni nella natura e nella vita. Tutto scorre. La gestualità si cristallizza nel rito. Essa simboleggia l’accaduto che si ripropone in un continuo e costante ripersi. Essa collega il passato al presente e lo attualizza.
Il sacerdote officiante prega e con gesti ricorda i Vangeli, la Chiesa delle origini e di tutti i tempi, sono gesti che accompagnano la preghiera e diventano preghiera anch’essi, che ci conducono verso l’altro che ci è fratello.
“Tu lo sai che ti voglio bene” ha detto Pietro. E lo diciamo tutti noi che partecipiamo alla Messa.
Un libro da messa edito nel 1876 dal titolo “Ascoltare la S.Messa”, ci riconduce al cerimoniale di quel tempo. L’ ”imprimatur“ è del vescovo Gaspare Coira e reca la data del 6 novembre 1869. La stampa è degli editori-tipografi della Santa sede apostolica Bensiger & Co.-Wldshut-BENZINGER BHOTERS Nuova Tork- Cincinnati- Chicago.
Il libro contiene l’esposizione delle cerimonie della Messa che si celebrava a quel tempo, il suo autore è Pietro D’Ambrogio, prevosto di Bissago.
Il Concilio Vaticano II muterà il rito semplificandolo e rendendolo accessibile a tutti.
L’officiante guarda il popolo di Dio e parla la nostra lingua.
Seguendo lo svolgersi nella Messa secondo il rito del tempo, era il 1869, troviamo che la messa cominciava con “l’introito“, che è la preghiera che il sacerdote fa ai piedi dell’altare, cioè nel suo gradino più basso.
Il sacerdote, fattosi il segno della croce, recitava il Salmo XLII e il Confiteor nel quale si riconosceva peccatore e implorava la misericordia di Dio.
Baciava la pietra dell’altare che custodiva le reliquie dei Santi e si univa a Gesù con la preghiera. Poi si spostava sul lato destro dell’altare per recitare “l’introito” della messa.
Tornava, poi, nel mezzo dell’altare per recitare tre volte il “kiri eleson, Christe eleison, kiri eleison” rivolgendosi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Diceva San Tommaso d’Aquino che questo indicava il triplice male degli uomini: l’ignoranza, la colpa, la pena.
Il sacerdote poi intonava l’inno del Gloria, così come avevano fatto gli Angeli la notte di Natale. Poi baciava l’altare e volgendosi verso il popolo degli astanti, disgiungeva le mani, le innalza e ricongiungendole esclama “Oremus”. E’ l’esortazione dei fedeli a levare a Dio il loro animo, così come l’officiante innalza le sue mani.
Ricongiungendo le mani, il sacerdote riuniva tutte le pene e i gemiti degli astanti per offrirli al Signore. Egli con questo gesto eseguiva la “colletta”, cioè la raccolta dei bisogni di tutti e teneva le mani stese, così come Gesù aveva pregato per noi dalla croce, con le braccia inchiodate ad essa.
Seguiva ”l’epistola”, alla quale il ministro rispondeva: “Deo gratias per quello che ci hai insegnato per mezzo degli Apostoli”.
La messa continuava col “graduale” cioè col canto del gradino, così chiamato perchè prima veniva cantato da un posto elevato. Il canto era tratto da versetti dei Salmi.
Poi l’”Alleluja”, che si ometteva nei giorni di Quaresima, e che veniva cantata con tono mesto e lento, quasi protratto nei giorni di penitenza. Da qui il nome di “tratto” di alcuni versi biblici.
Durante la messa in alcune feste e in quelle dei morti si cantavano le “sequenze”.
La messa proseguiva con il “munda cor meum”, purifica il mio cuore Signore. Si invocava Dio perchè desse la grazia di annunciare degnamente il Vangelo.
La lettura di esso era preceduta dalle parole “Dominus vobiscum, sequentia Sancti Evangelii”.
Seguiva uno scambio di frasi tra chi serviva la Messa e il sacerdote.
Poi il Credo, la professione di fede composta dai Padri del concilio di Nicea nell’anno 325.
Seguiva “l’offertorio”. Il pane e il vino si presentavano a Dio perchè Lui li trasformasse in ostia. Poi l’abluzione delle mani per offrire degnamente il Santo Sacrificio.
Il sacerdote recitava sommessamente “la segreta” e poi il “canone” che è l’inno di grazie, l’invito a magnificare. Si recitava il “Pater noster”. Poi il sacerdote, associandosi in ispirito ai Santi nel cielo, chiedeva che essi ottenessero da Dio la purezza necessaria per offrire degnamente il Santo Sacrificio, e stese le mani sul pane e sul vino, invocava la benedizione di Dio. Pronunciava le parole sacramentali, elevava in alto i calici per essere adorati da lui e dal popolo.
Poi la Comunione, il sacerdote si riconosceva peccatore e si batteva il petto tre volte, raccoglieva dal pastorale le particelle della Sacra Specie eventualmente rimaste, e le poneva nel calice. Egli faceva quello che aveva ordinato Cristo agli Apostoli quando nel deserto aveva nutrìto quattromila persone.
Il sacerdote recitava, poi, il “Communia”, breve preghiera tratta dai Salmi,e poi recitava il “Postcommunia” cioè il rendimento di grazie,
Con la benedizione si concludeva la messa. “Ite missa est”. Gestualità simbolica che coinvolge il Cristianesimo di tutti i tempi, che ci lega agli apologisti in un eterno , rinnovato ripetersi.
Rosanna Marchese
