Etica / La sfida filosofica all’Intelligenza Artificiale

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Oggi si parla molto di etica e intelligenza artificiale, eppure la critica più comune resta sempre la stessa: l’IA ci renderà tutti più stupidi. Quante volte ve lo siete sentiti dire? Eppure, il suo utilizzo non fa che aumentare. «Bisogna saperla usare» si dice ma s’intende «e poiché vado dicendo che bisogna saperla usare, io sono l’eletto, Colui che sa usarla». Citando padre Paolo Benanti, l’IA deve essere un «Mezzo prezioso ma sia eticamente al servizio umano», tuttavia, nella pratica, pare che l’umanità sia alquanto brava a fingere consapevolezza.

Il bivio dell’automazione globale

Un uso smodato dell’IA ci attende e, man mano che le ipocrisie andranno sopendo, viene da chiedersi: che ne sarà realmente di noi? Ove veramente L’IA ci condurrà? Chissà?! Giocare alla futurologia raramente porta da qualche parte. Tuttavia se vi va, potremmo esplorare qualche ipotesi basandoci sui dati a nostra disposizione. Quali sono le potenzialità dell’IA? Per quali vie ci stiamo addentrando? Come anticipato da Massimo Chiriatti: «Seguendo l’IA, che fine faranno le nostre scelte? Nessuna scienza può rispondere, solo la filosofia può orientarci in un tale giudizio, ed è quindi necessario un nuovo umanesimo per capirlo. L’IA è inevitabile, ma non la delega umana».

L’IA ha il potenziale di sostituire gran parte di noi. Enti come la FMI (International Monetary Fund) stimano che oltre il 40% dell’occupazione globale sia a rischio a causa dell’IA. La percentuale sale al 60% se consideriamo le economie avanzate. Enti come il WEF (World Economic Forum) propendono per un “rimpiazzo” a favore di “specialisti IA” e simili.

Etica / L’Intelligenza Artificiale oltre il lavoro umano

Tuttavia, citando Marx «Quanto più il lavoro si meccanizza, tanto più l’uomo deve lavorare per poter sussistere (…). Il lavoro non è più un’esplicazione delle facoltà umane, ma una sottomissione a una forza estranea».

L’obiettivo delle aziende è il guadagno. Ora che il programmatore è stato sostituito, “chi lo fa fare” ad un imprenditore di sostituire il programmatore con un “tecnico IA che gestisce IA programmatrice” pagato esattamente quanto un programmatore o anche di più? Secondo voi le IA sono migliori a programmare, fare arte, etc. etc.? Il termine IA slop sarà nato per un motivo dopotutto…etica intelligenza artificiale

Noi umani tendiamo ad uniformarci alla società e quando divergiamo tendiamo ad avere bisogno dell’approvazione esterna. Se qualche nostro progetto esce dalle cosiddette “linee” proviamo quella che in psicologia viene chiamata “Rejection Sensitivity” (sensibilità al rifiuto), ossia una proiezione del possibile rifiuto degli altri. Tutto questo è molto “umano” e ci spinge ad uniformarci. Le IA invece, che nemmeno sono umane, annullano quasi completamente il rischio d’imbattersi in queste brutte sensazioni. In un certo senso, l’IA è più umana di tutti noi, e non solo; ci protegge dagli umani, dal fallimento, dal giudizio. Non è solo pigrizia, è autoassoluzione.

Per esempio, perché faticare ore ore per realizzare un sito web? Perché impiegare ben quattro sviluppatori, quando con l’IA più o meno potente (secondo le necessità) posso avere un risultato garantito, socialmente standardizzato e pagando meno? Inoltre, vien completamente meno anche la responsabilità umana: se prima un potenziale lamento del cliente era errore del “lavoratore” (nelle sue eccentricità, nelle sue sviste, etc), beh ora è solo lamento del cliente, in fondo una macchina produce in serie.

La filosofia come scudo contro l’inevitabile

Dunque, non basta dire “bisogna saperla usare” per poi illudersi bellamente…, ma nemmeno il panico sarebbe la soluzione migliore. Una volta che una nuova tecnologia entra in circolo, non può più essere abrogata e nel breve-medio termine c’è ragione di preoccuparsi. Trovo che la filosofia sia la miglior reazione a questi cambiamenti: filosofia intesa come amore per il sapere, per la conoscenza, per il progresso.

Un nuovo umanesimo

Francamente pare paradossale che l’umanità abbia paura di dover “lavorare meno”, in quanto un mondo con meno lavoro dovrebbe essere più che auspicabile. La paura nasce da un sistema spesso marcio dove le ricchezze sono sempre più accentrate e i benefici delle innovazioni non vengono distribuiti equamente. Lo sguardo dell’etica all’Intelligenza Artificiale ne è l’ennesima prova. Per questo è necessario amare quel che si fa, quel che si sa, quel che si è. Solo in questo modo ci si migliorerà attivamente per far si che l’IA non ci sostituisca durante questa fase di transizione, ma si troverà un senso anche dopo di essa.

In conclusione, citando Papa Francesco «gli sviluppi tecnologici che non portano a un miglioramento della qualità di vita di tutta l’umanità, ma al contrario aggravano le diseguaglianze e i conflitti, non potranno mai essere considerati vero progresso».

Nadia Striano