Il turpiloquio un danno sociale amplificato da televisioni, giornali e internet

Da uno come Beppe Grillo, capace di catalizzare consensi a suon di insulti senza rispetto per nessuno, purtroppo in termini di maleducazione personale e istituzionale ci si deve aspettare di tutto. Per questo non sorprendono i suoi rinnovati insulti alla classe politica, intollerabili nei modi e nei toni. Meno scontato è che uno come Franco Battiato, ormai ex assessore alla Cultura della Regione Sicilia, si lasci andare a critiche e turpiloqui contro un certo genere di parlamentari, nientemeno che nella sede del Parlamento europeo.
Il danno sociale si compie quando i telegiornali – seguiti a ruota da giornali e internet – rilanciano pedissequamente le parolacce e le espressioni volgari, rispondendo a modo loro a quel diritto di cronaca che, certo, è anche un dovere ma che proprio per questo ha un obbligo di correttezza non soltanto nei contenuti ma anche nei modi.
Le parolacce di Grillo e di Battiato, come puntualmente succede in casi simili, sono rimbalzate in vari salotti televisivi che, con la scusa di commentare o criticare gli eccessi verbali, hanno finito ancora una volta per amplificarli. Evidentemente il turpiloquio non soltanto fa notizia, ma piace anche, finendo per essere sdoganato proprio da coloro che più di altri dovrebbero prenderne le distanze.
Fino a qualche anno fa era semplicemente impensabile che in televisione si sentisse una parolaccia o un’espressione volgare. Se un protagonista si lasciava scappare in diretta un termine poco consono, veniva subito sanzionato e spesso allontanato definitivamente dal video. Oggi, al contrario, il linguaggio volgare abbonda non soltanto nei talk-show ma anche nelle fiction e nei programmi di approfondimento.
A nulla vale richiamare la funzione di servizio pubblico che ha la televisione, funzione che deve adempiere non soltanto la Rai in quanto tv di Stato, ma qualunque emittente a larga diffusione, perché legata a concessioni pubbliche per le trasmissioni. Al di là delle regole scritte, c’è un comune senso del pudore e della volgarità che dovrebbe quanto meno sconsigliare certi comportamenti.
Probabilmente in questa degenerazione del lessico c’è anche una responsabilità di noi spettatori, sempre più tolleranti verso un certo tipo di linguaggio, soprattutto quando viene da comici di professione (come, per esempio, Luciana Littizzetto). Ma chi l’ha detto che per far ridere si debba per forza ricorrere a doppi sensi e parole volgari? Una barzelletta strutturata in modo efficace funziona anche se non è “sporca”.
Quella del linguaggio è una spia di come la televisione abbia contribuito ad allentare le regole sociali non soltanto dal punto di vista delle forme ma anche a livello di contenuti. Pur di aumentare l’audience – obiettivo che resta il più pressante per qualunque emittente, nonostante le dichiarazioni di principio – il piccolo schermo è diventato molto più tollerante e sregolato di un tempo e questo lassismo contenutistico-formale non va certo a beneficio del pubblico.
Piaccia o non piaccia, per una larga fetta di spettatori i protagonisti del mondo dello spettacolo e della scena popolare sono ancora degli esempi da seguire, anche (a volte soprattutto) quando incarnano comportamenti contro le regole. Superfluo evidenziare la portata diseducativa e l’influenza negativa non soltanto da parte di chi si rende protagonista del turpiloquio pubblico ma anche da parte del mezzo televisivo (seguito a ruota dagli altri media) che ne amplifica la portata nel segno di un malinteso senso del sensazionalismo e dello spettacolo.

                                                                                                                                                            Marco Deriu

 

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