Immigrati: un mix per la cittadinanza

Tre vie da integrare per gli immigrati: jus sanguinis, jus soli e jus culturae

L’arrivo della bella stagione si accompagna nella cronaca quotidiana al ritorno degli sbarchi di immigrati, al sovraffollamento dei centri di prima accoglienza, all’affacciarsi nel dibattito pubblico dell’urgenza di gestire i flussi migratori.

Un barcone di immigrati a Lampedusa
Un barcone di i
immigrati a Lampedusa

Dalle criticità traspare una questione, che è soltanto un tassello di un mosaico assai più ampio. Impauriti da un’emergenza da affrontare, senza abbandonare quelli che si ritrovano nell’occhio del ciclone, trascuriamo l’ordinario e la sua dimensione “regolare”.

Le cifre ufficiali contano tra i 4,5 e i 5 milioni di cittadini stranieri residenti in Italia: ai permessi di soggiorno regolari si aggiungono i ricongiungimenti familiari, le seconde e le terze generazioni, cioè i figli di quelli che nel nostro Paese da anni ci vivono stabilmente.

Per questo è fondamentale interrogarsi sulle politiche di integrazione da adottare. Abbiamo bisogno di stringere un nuovo patto di coesione sociale con una quota crescente di popolazione che 15 anni fa non superava il milione. Ci sono due istanze a cui è necessario rispondere.

Un diverso accesso alla cittadinanza che modifichi i criteri attuali, in particolare per i minori stranieri. Si è discusso di passaggio da un sistema basato sullo jus sanguinis (subordinato alla genitorialità, si è italiani, perché figli di italiano\a) a un sistema basato sullo jus soli (subordinato al territorio, si è italiani perché nati su suolo patrio). Trova spazio ora lo jus culturae: una cittadinanza subordinata alla frequentazione e conclusione di un ciclo formativo scolastico in Italia. Si diverrebbe italiani dopo aver concluso le scuole primarie, secondarie inferiori oppure le scuole superiori. La proposta avanzata tempo fa dall’ex Ministro per l’integrazione, Andrea Riccardi, va incontro ai minori che sono giunti in Italia attraverso i ricongiungimenti familiari e prevede anche la prova di una certa permanenza nel Paese, oltre a tenere in considerazione il fattore “integrativo” della scuola.

Molto probabilmente se si volesse metter mano alla legge 91 del 1992, nata vecchia, sarebbe opportuno trovare un mix fra le tre vie di cittadinanza, perché sarebbe auspicabile convergere su una soluzione che comprenda prospettive diverse.

Una seconda istanza ci interroga sui processi per promuovere percorsi inclusivi che stimolino la partecipazione e valorizzino la multiculturalità. Si tratta qui di aprire lo sguardo verso una nuova generazione di diritti che costituiscono la cittadinanza simbolica. Un portato dei flussi migratori è la confluenza e l’incontro di varie culture, ognuna con valori, tradizioni, usi costumi propri. I simboli che sono segno distintivo, come la croce per il cristiano o il turbante per il sikh, interrogano la nostra società. La prima secolarizzazione ha cercato di eluderli, mentre oggi ci accorgiamo che diventano segno di riconoscimento e punto iniziale per avviare un dialogo costruttivo. Un esempio della loro valorizzazione è stato il Vademecum a cura del Ministero degli Interni su Religioni, dialogo, integrazione, dove si mostrano buone pratiche di integrazione tra comunità religiose e istituzioni.

Andrea Casavecchia

(Fonte: SIR)

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