Intervista / Alosha: “In tempo di pandemia occorre maggiore attenzione per il mondo della cultura”

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nella sua complessità, è tra quanti soffrono di più per le conseguenze della pandemia; eppure, in Italia, l’attenzione dei governanti non sembra essere ancora pari all’aiuto e al sostegno necessari a questo settore, che è vitale per la vita della comunità nazionale. Del delicato momento attraversato, dei bisogni e delle domande dei lavoratori dello spettacolo abbiamo parlato con Giuseppe Marino, Alosha.

 Cosa pensa delle attività del settore spettacolo chiuse a causa del Covid negli ultimi mesi?

 Penso, semplicemente, che il governo, prima di ricorrere alle chiusure di alcuni esercizi avrebbe dovuto fare un’analisi accurata; le soluzioni si sarebbero potute trovare senza bloccare così tante attività; tutti abbiamo la sensazione che non siano stati svolti studi e ricerche diretti a individuare possibilità diverse. Principalmente è questo il motivo della grande amarezza e del forte disagio vissuti da noi titolari di attività, oltre che quello di non potere lavorare. Le soluzioni si sarebbero potute trovare se, forse, solamente avessero organizzato degli incontri con gli addetti ai lavori, cioè con gli esperti del settore. Penso che quanto accaduto sia venuto fuori anche da una certa superficialità; solo adesso molta gente e, soprattutto, i politici si sono resi conto del grande numero dei lavoratori dello spettacolo, i quali non sono solamente quelli che si vedono al cinema o in televisione, ma le comparse, i tecnici, i costumisti, gli addetti alle scene; si è scoperto quante specificità si nascondono dietro il palcoscenico. Lo stesso discorso riguarda lo sport: noi vediamo la partita, con i giocatori in campo, e gli atleti che gareggiano ma poco sappiamo dell’organizzazione che c’è dietro ogni competizione.

 Quali sarebbero le decisioni sbagliate nei riguardi del mondo dello spettacolo e della cultura?

Anche nei confronti della cultura notiamo che la politica non si è dimostrata preparata, perché, se lo scopo principale della chiusura delle attività è quello di non creare assembramenti, non si è tenuto conto che l’evento culturale non necessariamente e non sempre li causa. L’assembramento, infatti, lo crea la folla non ordinata di persone mentre, generalmente, chi vive il teatro è solo una persona che ha già assegnato un posto da seduto, con le giuste e adeguate misure delle distanze, quindi una persona che segue lo spettacolo e se ne va. Ordine distanziamento e aerazione dei locali penso siano sufficienti a raggiungere i livelli di sicurezza richiesti. Così sarebbe difficile immaginare che possano avvenire dei contagi.

Io, nell’estate scorsa, ho partecipato ad alcuni festival ed ho trovato delle misure molto severe per noi artisti, mentre negli esercizi commerciali le regole vengono disattese. Considerando queste totali discordanze di trattamento si evince come non ci sia una classe politica competente nel capire cosa è giusto e cosa è sbagliato.  Un evento culturale anche all’aperto, a considerare le regole del governo, può creare contagio rispetto a un affollamento dentro un locale o ad un centro culturale. Secondo il mio parere, indipendentemente dal colore politico, la gestione della crisi riguardo alle norme di comportamento è stata debole e poco consona alle esigenze.

 Ma, in mezzo a tutte queste scelte criticabili, insufficienti e anche sbagliate, trova qualche spiraglio di luce?

Sì: alcuni politici del governo regionale hanno voluto ascoltare le nostre opinioni e già l’ascolto è qualcosa di incredibile, qualcosa di positivo. Siamo stati convocati su una piattaforma chiamata “Cultura attiva”, dove sono stati convocati, a turno, i protagonisti delle attività culturali e di svago: attori, sportivi, organizzatori di eventi.  Certo, questa attenzione sarebbe potuta partire già a marzo o ad aprile e non certo a fine anno; ma già è qualcosa, è un inizio. La positività di questo evento sta nel fatto che loro hanno ascoltato i nostri suggerimenti e ci hanno promesso che saranno elaborati. Se questo lavoro fosse stato fatto molto tempo prima si sarebbe potuto lavorare in streaming, ma con più efficienza e con un’organizzazione strutturata alle spalle e non solamente grazie al frutto di iniziativa privata.

 Il vostro lavoro con un’organizzazione in streaming pubblica sarebbe stato diverso?

 Certamente, con un’organizzazione alle spalle, noi avremmo potuto vendere i nostri spettacoli esattamente come si vendono i film. Sicuramente, coloro che si sono avvicinati alla politica, in gran numero, non conoscevano tante cose e questo può anche essere un motivo di giustificazione del loro comportamento dinanzi alla grande crisi provocata dalla pandemia; però proprio sugli argomenti meno conosciuti la politica dovrebbe aprire un confronto con gli operatori del settore per trovare rimedi e soluzioni. Si dovrebbe parlare con gli specialisti invece di fare esperienza sulla pelle dei cittadini, con i rischi conseguenti.

 Qual è, di queste scelte, la cosa che le ha dato più fastidio?

 Parlando sempre di superficialità, ha dato fastidio il fatto che molte attività culturali siano state dichiarate non essenziali. Tra l’altro, definire che sono non essenziali attività con le quali vivono centinaia di migliaia di famiglie e per le quali vengono regolarmente pagate le tasse non è giusto e risulta offensivo. Se ognuno pensa ai sacrifici che un’associazione culturale, un club, ma anche un ente, un’azienda fanno per rimanere in piedi, con tutte le spese che deve affrontare, fa rabbia; e ha anche messo in difficoltà e offeso molte categorie che purtroppo non sono neppure coperte dall’ombrello sindacale, dato che in Italia non esistono regole per alcuni operatori di certi settori. C’è voluto il Covid per far emergere le situazioni di irregolarità, di fragilità e disagio esistenti in certe attività.

 Quali sono le soluzioni che lei propone?

 Penso che si debba cominciare a fare un lavoro mentale nel ritenere un artista innanzitutto un lavoratore. L’artista non tiene uno spettacolo solo per far divertire le persone; per lui è un lavoro, è il suo mestiere e dietro a lui ci sono moltissimi altri lavoratori che, con il loro impegno e la propria professionalità, portano avanti colui che sta in prima fila. La politica italiana non può permettersi di penalizzare il settore della cultura e dello spettacolo davanti a tutti gli altri Stati del mondo, molti dei quali, pur non avendo il nostro patrimonio artistico, hanno saputo tutelare tutti coloro che lavoravano sia nello spettacolo che nel mondo della cultura in generale. Non si può non comprendere il valore di una cultura, quella italiana, che costituisce buona parte della cultura europea e quindi mondiale. La politica ha una forte responsabilità; i nostri governanti devono considerare un artista, uno sportivo, come un commerciante, un artigiano, un avvocato, un ingegnere, un insegnante, senza alcuna distinzione.

 Mariella Di Mauro

 

 

 

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