Intervista / Don Tornabene: “La mia poesia nasce dal desiderio di evangelizzare”

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Don Orazio Tornabene

Una punta emersa la mia esteriorità. Uno sconfinato profondo la mia interiorità. Versi protesi alla progressiva scoperta del tesoro intimo depositato dallo Spirito Santo nelle profondità del nostro cuore. Tratti dalla raccolta di liriche di don Orazio Tornabene Oltre l’adesso Nel divenire dell’essere, data di recente alle stampe per i tipi de La Voce dell’Jonio Editrice e presentata il 28 novembre alla Casa del Vendemmiatore di Santa Venerina, nell’ambito della rassegna culturale Salotto Letterario Autunnale proposta dall’associazione Sto.Cu.Svi.T. Storia, Cultura e Sviluppo Territoriale, a cura del preside prof. Giovanni Vecchio. copertina Il Creato canta la Tua bellezza

In quest’opera l’autore procede nell’alveo tracciato dalla precedente raccolta Il Creato canta la Tua bellezza, sempre edita per i tipi de La Voce dell’Jonio Editrice. Tratto caratteristico della poliedricità del suo servizio, già quale responsabile dell’Ufficio diocesano della Caritas e direttore della Pastorale Sociale della Diocesi e che lo vede adesso parroco a Santa Venerina.
Quale migliore occasione per farci introdurre nel profondo dello spirito dell’opera, dall’autore stesso.

Don Orazio, parafrasando un vecchio adagio dei libri gialli, si torna sempre sul luogo del delitto.   Da dove nasce l’ispirazione per questa sua seconda raccolta di versi e a quali intenti risponde?

Così come la mia prima raccolta, Il creato canta la Tua bellezza, anche questa seconda raccolta nasce da un desiderio semplice e profondo: evangelizzare. Credo che la poesia abbia questo potere straordinario: riesce a raggiungere tutti, anche chi magari non si accosterebbe a un testo teologico o spirituale. La poesia parla in punta di piedi, ma arriva al cuore.

La raccolta è ripartita in una sequenza di tre sezioni che già dalle rispettive introduzioni rievoca la Divina Commedia. Si tratta di scelta redazionale successiva o già insita al disegno originario? l'autore don Orazio Tornabene

 La suddivisione in tre parti è presente sin dal progetto iniziale della raccolta. In origine avevo scelto titoli dal sapore più filosofico: Immanenza, Divenire e Trascendenza. Tre parole che esprimono un percorso umano e spirituale, dal radicamento nella realtà al compiersi in una dimensione più alta.

A un certo punto, però, è arrivata un’illuminazione: quel cammino che le poesie raccontano, fatto di ricerca, smarrimento, slanci e rinascite, mi ha richiamato inevitabilmente alla struttura della Divina Commedia. Del resto, nelle mie poesie ricorrono continuamente le parole cammino e vita e il primo verso di Dante è proprio: «Nel mezzo del cammin di nostra vita».

Così ho voluto compiere un piccolo omaggio al Sommo Poeta, scegliendo per ciascuna parte un verso emblematico di ogni cantica: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (Inferno, XXXIV, 139); «Per correr miglior acque» (Purgatorio, I, 1); Verso «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso, XXXIII, 145). In questo modo, la raccolta custodisce la sua idea originaria, ma si fa anche eco di un grande viaggio poetico e spirituale, quello dantesco, che da secoli ispira chiunque cerchi un senso nell’esistenza.

A proposito di disegni, se nel primo libro le liriche sono intercalate da acquerelli a sue pennellate, qui oltre al dipinto a olio su carta Flussi di vita scelto come copertina, ne è invece presente solo uno per ogni sezione. Devono intendersi come una sorta di guida pittorica ai versi che seguono?Oltre l'adesso copertina e acquerelli

Sì, possiamo dire che i tre acquerelli presenti in questo volume svolgono una funzione precisa. Se nel primo libro le immagini accompagnavano con maggiore frequenza il lettore, qui ho sentito il bisogno di qualcosa di più essenziale e simbolico.
Ogni acquerello introduce figurativamente la sezione che apre, ma non si limita a essere un semplice frontespizio: è come se ciascuno di essi fosse una sorta di “porta d’ingresso” al clima emotivo e spirituale delle poesie che seguono. Ciascun acquerello le abbraccia, le racchiude e le orienta, offrendo una chiave simbolica e visiva al cammino che il lettore sta per intraprendere. La pittura, dunque, non è un’aggiunta decorativa: è una guida silenziosa, che accompagna i versi e ne amplifica il mistero.

Nella prefazione la professoressa Maria Teresa Romeo descrive questo lavoro come “una sorta di scalata verticale su pareti che solo alpinisti dello Spirito possono immaginare”.
In che modo ritiene che la Poesia possa condure a una ricerca più intima del rapporto filiale con Dio Padre?

 Forse può sembrare azzardato, ma io credo che la poesia abbia in sé qualcosa di molto simile alla preghiera. In fondo, molte poesie sono come dei salmi: nascono da un cuore che cerca, che domanda, che si meraviglia e che talvolta grida. Quando la poesia è autentica, non è un esercizio estetico: è una ferita che si apre alla luce, un dialogo che si sporge oltre se stesso.
La professoressa Romeo parla di “scalata verticale” sulle pareti dello Spirito: credo che questa immagine esprima bene la dinamica poetica. Ogni verso è come un appiglio, un passo verso l’alto; e anche quando si scivola, ci si accorge che si sta comunque cercando. Nel mio percorso, scrivere poesia significa proprio questo: rimettersi in cammino verso Colui che ci chiama per nome fin dall’eternità.

Se l’incontro col Signore ci rende creature nuove e sulle macerie delle nostre miserie erige capolavori, interrogandosi sulla propria identità, al quesito Chi sono, don Orazio chiosa: Rudere Immerso nel tuo amore.
Come non riconoscersi noi tutti, rinnovati nell’immensità di questo oceano di Misericordia?

                                                                                     Giuseppe Longo