Intervista / Monsignor Paolo Romeo: “Ringrazio il Signore di avermi fatto vivere la “primavera” della Chiesa”

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cardinale Paolo Romeo

Il 20 novembre 2010, monsignor Paolo Romeo è stato nominato Cardinale da papa Benedetto XVI. A 15 anni dalla nomina, abbiamo incontrato il cardinale emerito, per ricordare con lui quel momento e i lunghi anni del suo sacerdozio.

Cardinale Romeo, come si è snodato il suo lungo percorso, a cominciare dall’ordinazione sacerdotale? E quale impronta ha lasciato in lei ogni Papa che ha “vissuto” in questi anni?

Quando con il pensiero ripercorro la mia vita trovo soltanto modo di ringraziare il Signore, non solo per il dono della vita e della chiamata al sacerdozio, ma anche per il dono dell’ episcopato ricevuto da Papa Giovanni Paolo II.
Papa Wojtyla non soltanto mi ha voluto vescovo, ma ha voluto trasmettermelo personalmente, l’episcopato, ordinandomi il 6 gennaio del 1984 nella Basilica di San Pietro a Roma.

E, soprattutto, ho motivo particolare di ringraziare il Signore perché ho vissuto gli anni della cosiddetta “primavera” della Chiesa. Io ero già a Roma quando Papa Giovanni vigesimoterzo ha convocato il Concilio Vaticano II. E nelle prime due sessioni del concilio, con il ruolo di  “assignatores locorum”, ho potuto vivere dentro la Basilica le prime due sessioni ed ho potuto vedere l’aprirsi degli orizzonti di questa primavera.Cardinale Paolo Romeo

Poi con Paolo VI, oggi San Paolo VI, ho vissuto gli anni in cui per questa “primavera” sono stati invitati tutti i fedeli del mondo a percorrerne le strade. Era il tempo in cui io iniziavo il mio servizio per la Santa Sede. Sono stato inviato tre anni nelle Filippine, due anni in Belgio, tre anni in Venezuela, due anni in Ruanda e Burundi. Ho seguito le prassi stabilite dall’allora sostituto monsignor Benelli, che mi hanno permesso di vedere il germogliare della Chiesa in tutti gli orizzonti del mondo. In questi anni ho potuto vedere con quale mano ferma quel Papa ha voluto portare avanti il Concilio e realizzarlo.

 Sicuramente sono state esperienze molto forti e costruttive. E dopo?

Dopo sono rientrato a Roma, chiamato sempre da Paolo VI e gli sono stato accanto nei primi due anni della preparazione della conferenza di Puebla nel Sudamerica.
Poi con  Papa Giovanni Paolo II mi è toccato contribuire a fargli conoscere il mondo dell’America latina. Il cardinale Wojtyla non vi era mai stato  e, quando fu nominato Papa, uno dei suoi primi impegni fu quello di andare a Puebla.

Ricordo quando visitò gli uffici e quando vide i volumi di preparazione della conferenza di Puebla.  Disse all’allora segretario di Stato Villot che lo accompagnava: “Adesso vedo chi non mi fa dormire la notte”. Questo perché giornalmente si mandavano degli appunti al Papa sulla preparazione di questa conferenza.
Ho avuto la grazia di accompagnarlo nel suo primo viaggio in Messico. Quel viaggio che ha permesso alla Chiesa del Messico di uscire dalle Catacombe, di venire alla luce e che ha dato il  là al pontificato di Giovanni Paolo II e a tutti i suoi viaggi posteriori. I suoi 106 viaggi fuori  dall’Italia.

E dopo Giovanni Paolo II?

Morto Giovanni Paolo II gli successe papa Ratzinger, Benedetto decimosesto. Fu lui che mi volle come arcivescovo a Palermo e  poi, nel 2010, volle insignirmi della dignità cardinalizia. Così ho vissuto dei vincoli molto particolari con tutti i pontefici che si sono succeduti nel Concilio e dopo il Concilio.

Dopo è arrivato Papa Francesco. Cardinale Romeo, anche con lui ha avuto un rapporto particolare?
card Romeo e Papa Francesco
Il card.Romeo e Papa Francesco

Sì, è venuto Papa Francesco. Non posso dimenticare che avevo inviato la lettera di rinunzia, avendo compiuto 75 anni, proprio la vigilia del giorno che Benedetto XVI si è dimesso, il 10 febbraio. Io avevo celebrato la Giornata del malato nella Cattedrale di Palermo e poi, tornato in casa, ho voluto scrivere la mia lettera di dimissioni, che è stata spedita alle 10 del giorno 11. E a mezzogiorno mi dissero: il Papa si è dimesso!

So che hanno portato le mie dimissioni il 26 febbraio al Papa; lo aveva fatto il cardinale Wellet a cui avevo affidato la mia lettera di dimissioni. Papa Benedetto, però, stabilì “donec aliter provideatur”,  cioè, non mi sento di prendere, di accettare le dimissioni.
Questo secondo una formula della curia “Nunc pro tunc” cioè io accetto le dimissioni che saranno valide quando sarà nominato il successore. Lui, invece, ha sospeso le dimissioni e ha rimesso nelle mani del successore la decisione se accettarle e come accettarle.
Così uno dei primi atti che ha dovuto fare Papa Francesco appena nominato fu confermarmi almeno per due anni arcivescovo di Palermo. Fu proprio lui stesso a dirmi “poi vedremo”.

Con Papa Francesco, però, ha stabilito vincoli molto personali. Cardinale Romeo, ci racconta un episodio di fraternità?
Papa Leone e il cardinale Romeo
Papa Leone XIV e il card. Romeo

Si, quando per il Covid non sono andato a Roma per un certo tempo, perché i vescovi non si riunivano in quel periodo a causa delle ristrettezze delle norme sanitarie, rientrando a Roma, dopo un certo periodo di assenza, il Santo Padre vedendomi mi disse: “Paolo ancora vivi?”. Io gli ho risposto “Santo padre non è colpa mia, vuol dire che il Signore vuole che io faccia ancora qualche cosa. Ecco sono qui e cerco di fare quello che posso non soltanto con la preghiera, con la vicinanza ai miei fratelli vescovi, con la vicinanza al clero, cercando, anche, di vivere un rapporto di fraternità con il clero acese, dove adesso vivo.
Nella mia città mi rendo disponibile per quello che posso. Quando mi invitano a qualche evento rispondo: volete portare un rudere in giro? lo portiamo, mi rispondono. E così accetto”.

Eminenza, come vive questa fase della sua vita?

Questa è un po’  la sintesi della mia vita ma è anche una sintesi, diciamo, della mia spiritualità in questo momento. Sono ormai prossimo agli 88 anni, ma ringrazio il Signore. Quando mi chiedono come sto, io dico indegnamente bene, perché, nonostante gli acciacchi, quando vedo tanti confratelli che stanno male, tanti bambini, soprattutto quando vado alla fisioterapia,  che hanno problematiche molto complesse  motorie o intellettive, ringrazio il Signore che ancora non ho perduto la memoria.
Ancora le rotelle girano nel cervello e così vado avanti indegnamente perché il Signore potrebbe anche mettermi dinanzi a prove molto più complesse e molto più dolorose.

Cardinale Romeo, c’è stato qualche episodio, sicuramente tantissimi, ma uno in particolare, problematico che lo  ha messo duramente alla prova?

Certamente,  nel mio servizio, nel mio ministero ho passato momenti anche molto complessi, molto difficili. Quando  sono stato nominato Nunzio ad Haiti  il Paese che viveva sotto la dittatura di Baby Doc. Mi ricordo che i miei colleghi mi dissero che sarei andato in vacanza  perché c’era un presidente a vita che aveva 34 anni.
I vescovi erano tutti giovani e non si poteva toccare molto la struttura della Chiesa e quindi sarei andato a fare le vacanze. Ma purtroppo  mi è toccato di svolgere una funzione molto attiva. Dopo due anni il dittatore è stato mandato via e ci sono stati cinque colpi di Stato. La stessa Chiesa si è riorganizzata dividendosi in due sedi metropolitane: quella di Porto Principe e quella di Capo-Haitien. Dopo ci fu la creazione della diocesi di Jacmel e l’ordinazione dei vescovi. C’è stata una “primavera”.

L’attentato al quale scampai ma che costò la vita a tre “cartooneros”

Poi il Santo Padre mi ha voluto Nunzio in Colombia nel 1990. Quelli sono stati gli anni tristemente noti per il potere di Pablo Escobar.  In tante occasioni ho avuto modo di toccare da vicino la problematica: ho avuto anche un attentato grave  da parte dei narcotrafficanti, per il quale ci hanno rimesso la vita tre persone. Io ero uscito e dovevo rientrare e all’angolo della strada della nunziatura misero 3 kg  di dinamite avvolta  in un pacco.
Purtroppo, passarono i “cartooneros” verso le 10 e  uno di questi  poveracci, che raccoglievano il cartone per poi venderlo e guadagnare qualcosa, prese questo pacco che esplose facendo perdere loro la vita. Quando io sono rientrato c’erano i tre morti lì.

E’ stato terribile, io non sono potuto neppure rientrare in macchina alla Nunziatura perché  tutta quella zona era stata chiusa. Dopo un po’ di tempo me lo scrissero sul muro che l’attentato era per me: “La prossima volta lo  silenzieremo per sempre”. Perché io avevo detto in un’ intervista  che erano dei vigliacchi che sfruttavano la miseria della gente per portare in giro la droga.
In quegli anni  io giravo nel Paese con tanta facilità. Tutti mi dicevano: “Quando la fermano per strada stia attento, se  hanno gli stivali sono i guerriglieri, se hanno le scarpe sono l’esercito”. Mi è capitato più di una volta di vivere queste avventure, comunque siamo nelle mani di Dio e, quando il Signore vuole, ci protegge.

Cardinale Romeo, la sua famiglia, i suoi genitori, come vivevano questi momenti?

Ricordo che in quel periodo, mia madre mi diceva che pregava l’angelo custode, pregava il Signore perché l’angelo custode avesse molte piume in modo che, se mi sparavano, il proiettile potesse rimanere tra le piume e non raggiungesse me. Ecco, la fede nel Signore, che non ci fa mancare l’aiuto per fare la sua volontà, è stata sempre forte.

  1. E questi quindici anni di cardinalato?

I primi cinque anni ancora ero arcivescovo di Palermo, allora, che non avevo ancora ottant’anni, ho partecipato alla nomina di Papa Francesco.  Adesso, da emerito, cerco, come ho detto, di accompagnare la vita della Chiesa anche a Palermo.
Ancora oggi faccio parte della CESI,  partecipo, quando posso, alla Conferenza Episcopale Italiana.

Mariella Di Mauro