Intervista / Suor Anna Monia Alfieri: “Collaborazione tra scuola e famiglia nel percorso educativo dello studente”

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Suor Anna Monia Alfieri

Mentre docenti e studenti si accingono al rush finale di verifiche orali e scritte, il sistema scolastico langue tra problemi strutturali e funzionali irrisolti. In primis, l’incrinatura del patto educativo tra genitori e insegnanti su cui si fondava, le cui crepe sembrano dilatarsi irreversibilmente. Così del pari, inesorabilmente, prodromi di un disagio giovanile.
Abbiamo chiesto lumi a Suor Anna Monia Alfieri.

Nata a Nardò, nel Salento, ha coltivato per anni l’intento di accedere alla magistratura, sulle orme di Falcone e Borsellino. Colpita dall’omicidio di Renata Forte, maestra e assessore del suo comune, individua la propria mission di vita nel campo scolastico ed educativo.
Dopo un confronto pressochè decennale tra fede e ragione, che rammenta non sempre scevro di pause e dubbi, nel 2001 prende i voti perpetui nella congregazione delle suore di Santa Marcellina.

Curriculum di Suor Anna Monia Alfieri

Laureata in Giurisprudenza all’Università Cattolica e poi in Economia, conseguito il Diploma Superiore di Scienze Religiose, è legale rappresentante dell’Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline. Già membro della Consulta di Pastorale scolastica e del Consiglio Nazionale Scuola della CEI, membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, da anni collabora, nella direzione scientifica e in  qualità di docente, col settore ALTIS  dell’Università Cattolica di Milano. Autrice di saggi e pubblicazioni, nota commentatrice televisiva, è una delle voci più coerenti e autorevoli della pedagogia dell’educazione. Intervista a Suor Anna Monia Alfieri

Da sempre si distingue per la tenace ricerca della trasversalità politica, soprattutto quando si parla di scuola, ottenendo la fiducia di numerosi Ministri dell’Istruzione di varie aree politiche. Dalla ministra Gelmini alla ministra Giannini, dalla compianta ministra Fedeli al ministro Bianchi. Ora la collaborazione prosegue con il ministro Valditara.
Numerose in particolare nell’ultimo decennio, le occasioni nelle quali suor Anna Monia è stata audita, in qualità di esperta, in varie commissioni al Senato e alla Camera dei Deputati.
Abbiamo approfittato della sua cortese disponibilità per soffermarci su alcuni temi di attuale interesse.

La scuola pare oggi indugiare al guado tra l’impostazione risalente, di dispensatrice di conoscenze, e quella emergente, di catalizzatrice di competenze? Lacerante dicotomia o promettente endiadi?

Io ritengo che la scuola sia il luogo in cui lo studente avvia il proprio percorso di crescita e di maturazione personale. Proprio per questo la scuola deve trasmettere conoscenze e competenze. Forse in passato si è insistito troppo sulle sole conoscenze, forse negli anni più recenti si è insistito troppo sulle sole competenze: occorre, come sempre, mantenere il giusto equilibrio. La scuola, infatti, è il luogo del sapere e il sapere si fonda sulla conoscenza, in ogni ambito. Ogni disciplina dispone di un patrimonio vivissimo di conoscenze, di saperi sedimentati attraverso il tempo e rendere edotto lo studente del trascorso storico di queste conoscenze è essenziale, affinchè il giovane si senta inserito in questo percorso di trasmissione, approfondimento, costruzione della conoscenza.

Dall’altra parte il sapere, quando è vero, non è mai fine a se stesso, deve trasmettere competenze allo studente, in ogni campo. Giustamente in questi anni si parla di competenze relazionali, sociali, civiche e a queste si aggiungono quelle settoriali, tecniche. E’ molto bello questo accento sulle competenze personali, perché esse forniscono il legame tra la conoscenza che arricchisce l’animo della persona e le competenze che la persona andrà a mettere in campo. Io credo che il discrimine per riconoscere la vera conoscenza e la vera competenza è l’umanità di esse. Ossia se quelle conoscenze e quelle competenze si fondano sull’umano e contribuiscono al suo reale benessere.

Come contemperare le giuste aspettative di incentivo alla premialità, per gli studenti più meritevoli, con le altrettanto legittime esigenze di apprendimento, per quelli invece meno motivati allo studio?

La risposta è molto semplice: l’individualità del percorso didattico. Ogni studente deve essere posto nelle condizioni per potersi realizzare. Attività di potenziamento, di recupero, di apprendimento a gruppi sono assolutamente necessarie. Io sono convinta che il bravo docente è colui che, come diceva don Lorenzo Milani, sa fare parti uguali tra disuguali. Ossia il bravo docente è quello che rispetta i ritmi di apprendimento e di maturazione dei singoli studenti.
Ovviamente è chiaro che lo studente deve collaborare attivamente. Su questo fronte entriamo nel grande tema della libertà del singolo allievo che, per una serie di ragioni, può decidere se seguire o non seguire le proposte del docente. Per questo ritengo che la scuola debba intercettare lo studente lì dove si trova, che la scuola debba essere supportata dalla famiglia, e viceversa. Il successo educativo è sempre dato dalla collaborazione, dal confronto, nel rispetto delle parti e dei reciproci ruoli. La persona dello studente deve essere posta al centro delle attenzioni degli adulti, diversamente la scuola diverrà il luogo della noia e del fallimento.

Come coniugare in modo proficuo e corretto la prerogativa ineludibile dei genitori, di determinare il progetto educativo per i propri figli, con l’opportunità offerta dalla scuola, di potervi concorrere? 

Scuola e famiglia devono collaborare, questa collaborazione deve fondarsi sulla conoscenza reciproca. In particolare sulla conoscenza del progetto educativo- e della conseguente offerta formativa – che la scuola offre a studenti e genitori. Quando i valori dei genitori non trovano corrispondenza in quelli proposti dalla scuola e viceversa, lo studente è costretto a vivere una situazione di reale confusione che è la causa dell’insuccesso educativo.Suor Anna Monia Alfieri 2

La responsabilità educativa compete alla famiglia che è l’agenzia socializzante primaria, la scuola, agenzia socializzante secondaria, è la prima collaboratrice della famiglia. Ma questa collaborazione deve fondarsi sulla conoscenza e sulla condivisione di valori, idee e visioni del mondo. L’educazione, infatti, tocca il cuore pulsante della persona, affronta temi antropologici, etici, valoriali sui quali deve esserci piena e perfetta comunità di intenti tra genitori e docenti. Questo per me è un passaggio da cui non si può prescindere.

L’art. 33 della Costituzione tutela il pluralismo educativo come garanzia di libertà e sotto la sua egida la legge 62 del 2000 configura il sistema nazionale di istruzione, composto da scuole statali e paritarie. Eppure c’è chi si adombra per il sostegno pubblico a istituti scolastici privati, di ispirazione cattolica.
Come fare intendere che ciò non sottende un disegno settario ma amplia la facoltà di scelta educativa?

Per rispondere a questa domanda, basta dare un rapido sguardo ai numeri. Un alunno di scuola statale costa allo Stato tra gli 8.000 e i 10.000 euro all’anno, provenienti dalle tasse dei cittadini. Gli studenti della scuola statale sono circa sette milioni. Se, invece, quegli stessi studenti frequentano una scuola paritaria – che, lo ricordo, è riconosciuta pubblica dall’articolo 33 della Costituzione, da una legge dello Stato (62/2000), da Risoluzioni europee (1984 e 2012) e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, seppur gestita da soggetti privati accreditati e sottoposti al controllo statale – il contributo erogato dallo Stato scende a circa 750 euro annui per studente. La domanda è dunque lecita: chi sottrare realmente denari?

Altra domanda altrettanto lecita: a chi vengono sottratti?  Non va poi dimenticato che i contributi vengono sostanzialmente destinati alla scuola dell’Infanzia e Primaria, in modo residuale alla Secondaria di I e di II grado; ecco perché il buono scuola è destinato alla scuola Secondaria di I e di II grado. Il resto ricade interamente, è inevitabile, sulle famiglie che pagano due volte, prima le tasse, poi la retta. E sulle scuole paritarie che si indebitano, pur di non applicare rette che taglierebbero in due la società. La mancata garanzia di un diritto riconosciuto dalla Costituzione ha determinato la chiusura di moltissime scuole paritarie, specie nel Sud e nelle periferie del Paese. Aprendo la strada al monopolio educativo, tipico dei regimi, non delle democrazie, da parte della scuola pubblica statale.

Con la misura del buono scuola il Governo non ha giustamente finanziato le scuole paritarie ma ha sostenuto le famiglie che, ai sensi dell’art. 30 della Costituzione e dell’art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, hanno il diritto alla libertà di scelta educativa. Grazie a misure come il Buono scuola statale le famiglie vedono realmente ampliata la loro possibilità effettiva di scelta educativa, all’interno della scuola pubblica, statale o paritaria. Certo questo è solo il primo passo, importante ma non definitivo, per arrivare al pieno riconoscimento della libertà di scelta educativa, attraverso il costo standard di sostenibilità.

In occasione del Giubileo degli educatori, citando san John Henry Newman, Papa Leone ha esortato a ricordare che il cuore parla al cuore. Al di là delle metodiche didattiche, come può restare centrale il ruolo esemplare dell’educatore, quale latore di una testimonianza di vita coerente ed edificante?   

San Paolo VI in un’occasione affermò che i giovani più che di maestri hanno bisogno di testimoni. E che il vero maestro, per essere realmente tale, deve essere testimone.
Il modello è sempre Gesù, il Maestro. E’ proprio così. L’educazione, la formazione, qualsiasi forma di apprendimento possono avvenire unicamente all’interno di una relazione umana che coinvolge le persone degli educatori e degli educandi, nel rispetto dei ruoli, nella consapevolezza di ciò cui ciascuno è chiamato. La scarsa chiarezza, la confusione dei ruoli e degli atteggiamenti non possono minimante contribuire all’instaurazione di un rapporto realmente educativo. E’ il formatore che sa dove condurre il formando, non il contrario.
Purtroppo tante dinamiche educative sono rovinate dal fatto che gli educatori si pongono sullo stesso piano dei giovani, in una relazione alla pari completamente deleteria per il raggiungimento del successo educativo. Nella relazione educativa i presupposti sono mente e cuore, rigore e amorevolezza. L’eccesso di un aspetto piuttosto che dell’altro non porta a nulla che sia buono e costruttivo per i giovani che sono coinvolti. Mi auguro che tutti gli educatori, in qualsiasi contesto educativo, siano consapevoli dell’opera grande cui sono chiamati per il vero bene, ossia quello che edifica l’umanità e non la cancella, della società.

Auspicio condiviso che, ringraziando Suor Anna Monia, estendiamo a tutti gli operatori della scuola.

                                                                     Giuseppe Longo