La contea di Mascali sorse grazie a una serie di privilegi devoluti a partire dal 1540 dall’imperatore Carlo V a Nicola Maria Caracciolo, vescovo di Catania, che culminarono con la concessione del mero et mixto imperio, ossia della giurisdizione civile e criminale sul territorio di Mascali. È grazie a tali atti ufficiali che i successori del vescovo Caracciolo si fregiarono per oltre due secoli del titolo di Comes Maschalarum.
Uno di questi è Nicola Maria Caracciolo, conte di Mascali, vescovo di Catania dall’8 gennaio 1537 al 15 maggio 1567, il protagonista dell’odierna intervista (Mascali, 1512 – Catania, 15 maggio 1567).
Bentrovato, monsignor Caracciolo. Sulla vostra figura si è soffermato Sebastiano Fresta, socio corrispondente dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici, nel contributo pubblicato nel 2005 su Memorie e Rendiconti della detta Accademia. Quando siete nominato vescovo di Catania?
L’8 gennaio 1537 ricevo la nomina e il primo marzo prendo possesso della diocesi di Catania, prima ancora di ricevere la consacrazione episcolpale, poiché non avevo raggiunto l’età canonica di 27 anni.

Monsignor Caracciolo, quali sono i punti nevralgici che doveste affrontare come episcopo della città etnea?
La Chiesa universale, in ripercussione a quella locale, stava affrontando momenti difficili: nel 1517 la Riforma Protestante, poi la Controriforma, nel 1545-1563 il Concilio di Trento e nel 1530 la dominazione spagnola in Sicilia. Un altro problema gravoso: i miei predecessori erano soliti fare lunghi periodi di assenza dalla diocesi.
Nel 1540 il casale di Mascali, sua terra di origine, riceve un privilegio.
Il 12 marzo del 1540 Carlo V eleva il feudo di Mascali a Contea. Io, di conseguenza, sono nominato conte. Col privilegio del mero e misto impero bisognava dotarsi di un Capitano di Giustizia. Ero alla guida della diocesi da soli 3 anni e avevo appena compiuto 27 anni, ma mi ritrovai seduto nel braccio ecclesiastico dei parlamenti di Sicilia come Vescovo di Catania e anche come Presidente della Deputazione del regno.
Monsignor Caracciolo, nel 1561 lei è protagonista di un rapimento.
In quell’anno, mentre mi recavo a Roma, perché chiamato da papa Pio IV, a Salina, nelle isole Eolie, vengo catturato da dieci galere del rais Dragut e portato a Tripoli. Mi hanno liberato il primo luglio di quell’anno, dopo aver pagato un riscatto di 10.000 scudi.
Tra le incombenze della diocesi, avete dovuto affrontare il problema dell’abbazia benedettina di Sant’Agata di Catania.
In diverse occasioni ero intervenuto per richiamare il lassismo dei monaci di quel monastero, perché non assicuravano l’assistenza religiosa ai fedeli, nè amministravano saggiamente l’ingente patrimonio: il capitolo possedeva, tra l’altro, 300 salme di terra a Santa Venera. Pensavo da tempo alla secolarizzazione del capitolo per invogliare i monaci al carisma a cui erano chiamati a svolgere. Infatti, il 17 aprile 1565, la bolla di secolarizzazione venne firmata da Pio IV e poi integrata con un’altra importante nel 1568.
Grazie ai vostri interventi sulla contea di Mascali, oggi i cinque comuni del comprensorio, Mascali, Giarre, Riposto, Sant’Alfio e Milo sono dei centri rigogliosi.
Inizio una grande opera di organizzazione agricola e di espansione demografica del territorio. Il mio intento è di valorizzare 8.000 ettari di terra. Infatti, il 5 ottobre 1558 le campane della chiesa di S. Maria degli Angeli di Mascali suonano per mio volere per radunare i diciotto abitanti della terra, in rappresentanza del popolo. Il notaio Gerolamo Crisi di Taormina declama i 16 capitoli da me proposti, iniziative per l’espansione demografica e la valorizzazione del territorio.
Marcello Proietto
