Don Giuseppe Seminara Scullica (Aci Catena, 23 marzo 1814 – 12 giugno 1879), canonico, docente e intellettuale dell’Ottocento siciliano, è stato una delle figure più autorevoli della cultura acese. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere il suo pensiero, la sua vita e la sua idea di fede, sapere e libertà.
Bentornato, don Seminara Scullica. Il dottor Giuseppe Grasso Leanza, vostro parente, vi ha dedicato nel 2003 un contributo su Memorie e Rendiconti, per sottrarre la vostra figura all’oblio. Per questo motivo, oggi è stato invitato per far conoscere la vostra figura alle nuove generazioni per mantenere viva la vostra memoria.
Partiamo dalle vostre origini: che ruolo ha avuto la formazione nella costruzione del vostro pensiero?
La mia formazione è stata determinante. Sono nato ad Acicatena il 23 marzo 1814, da Francesco e Natalizia Scullica, dei baroni di San Calogero, in una famiglia che ha sempre attribuito grande valore allo studio e alla responsabilità morale. Ho avuto la fortuna di essere educato da maestri di spessore, come don Salvatore Barbagallo, canonico della Collegiata e poi prevosto della Catena, uomo di vasta cultura filosofica e scientifica.
La biblioteca del convento di Sant’Antonio di Padova dei Minori Riformati ad Acicatena e, successivamente, il Seminario dei Chierici di Catania sono stati luoghi decisivi per la mia crescita: lì ho appreso che il sapere non è mai fine a sé stesso, ma deve contribuire alla formazione integrale dell’uomo.
La vostra figura colpisce per il tentativo di conciliare fede religiosa e libera ricerca scientifica, in un secolo segnato da forti contrapposizioni. Come riuscivate in questa sintesi?
Non ho mai creduto che fede e ragione fossero nemiche. Al contrario, sono convinto che la fede autentica non tema il confronto con la scienza e che la scienza, se onesta, non possa ignorare la dimensione morale e spirituale dell’uomo.
Ho parlato spesso di una “fusione etico-razionale”: la fede illumina la coscienza, la ragione guida l’azione. Separarle significa impoverire entrambe.
Questa posizione vi ha creato difficoltà?
Sì, inevitabilmente. Non sono mai stato del tutto “comodo”, né per certi ambienti ecclesiastici più rigidi né per una cultura laica diffidente verso ogni voce sacerdotale. Tuttavia, non ho mai cercato il consenso. Ho sempre ritenuto che il dovere di un uomo di pensiero fosse professare la verità secondo coscienza, con rispetto ma senza compromessi.
Siete stato spesso accostato a Lionardo Vigo, vostro contemporaneo. Come giudicate questo confronto?
Nutro stima per Lionardo Vigo, ma il nostro metodo e la nostra visione erano differenti. Io ho sempre cercato equilibrio, rigore e misura, evitando l’eccesso polemico. Forse la mia scrittura, meno brillante e più ponderata, non ha favorito la notorietà immediata. Ma il valore di un pensiero si misura nel tempo, non nell’applauso del momento.
Le divergenze con Vigo emersero anche sul piano linguistico. Il dottor Giuseppe Grasso Leanza conserva nella sua biblioteca un vostro volume intitolato Opuscoli vari. Ce ne parlate?
In quel volume è raccolto, tra gli altri, il saggio ‘Se Ciullo d’Alcamo scrisse in lingua triforme, cioè italiana, siciliana, pugliese’ (1858). Si tratta di un intervento critico in polemica con Vigo sull’origine della lingua italiana.
La mia analisi intendeva affrontare la questione con metodo storico-filologico, sottraendola a letture troppo enfatiche o ideologiche. Ritenevo che il dibattito linguistico dovesse fondarsi su documenti e argomentazioni solide, non su suggestioni.
Avete ricoperto ruoli importanti all’interno dell’Accademia Zelantea. Che significato ha avuto per voi questa esperienza?
L’Accademia Zelantea è stata un punto di riferimento fondamentale per la vita culturale acese. Ho ricoperto l’incarico di Segretario generale, vicepresidente e presidente della Dafnica, oltre ad assumere altri ruoli in ambito scolastico.
Ho sempre considerato l’Accademia non come un semplice sodalizio erudito, ma come un laboratorio di formazione civile. La cultura, se autentica, deve contribuire alla crescita morale e intellettuale della comunità.
Marcello Proietto
