Dopo aver intervistato la moglie, Maria Paternò Castello dei Marchesi di San Giuliano, e il figlio, Pasquale Pennisi di Santa Margherita, è venuto a trovarci il barone Giuseppe Pennisi di Santa Margherita (Acireale, 13 maggio 1880 – Acireale, 14 febbraio 1965), uomo politico di grande spessore nella storia di Acireale nei primi del Novecento.
Bentornato, barone. Sono lieto di intervistarvi dopo aver studiato la vostra ampia corrispondenza, composta da 5.460 lettere, intercorsa tra il 1894 e il 1938 con la vostra consorte e con vostro figlio Pasqualino. Prima di entrare nel vivo della vostra interessante vita politica, vorrei chiederle qualche notizia sui vostri genitori, in particolare su vostro padre.
Sono nato ad Acireale, nel palazzo Pennisi di Santa Margherita, sito nell’attuale corso Savoia. I miei genitori erano il barone Pasquale e Grazia Calì. Mio padre venne eletto sindaco di Acireale per due mandati, rispettivamente nel 1888 e nel 1900. Inoltre, nel 1893 fu nominato commendatore della Corona d’Italia. Per tale occasione, l’amministrazione comunale dell’epoca fece dono a mio padre di due pergamene, purtroppo andate perdute: una offerta dagli impiegati del Municipio e dai capi dei pubblici servizi, opera di Mariano Modò; l’altra dai maestri elementari della città, realizzata dal pittore acese Saru Spina.
Il secondo mandato da sindaco di vostro padre fu breve. Per quale motivo?
Mio padre rassegnò le dimissioni perché venne accusato di aver sperperato il denaro pubblico non per il bene della cittadinanza, bensì per finalità di scarsa utilità. Tuttavia, nelle elezioni comunali e provinciali del 1902 risultò eletto consigliere comunale con 727 voti, classificandosi terzo per numero di preferenze, dopo il cavaliere Salvatore Licciardello.

Ci volete raccontare dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Eravate una famiglia numerosa.
Ho avuto sei sorelle e due fratelli. Tutti sposati con esponenti della nobiltà siciliana, tranne Rosina, Carmelina e Salvatore, che scelsero di non maritarsi. Per quanto riguarda i matrimoni delle mie sorelle: Maria sposò il cav. Alfredo De Cristofaro dei baroni dell’Ingegno; Giuseppina il cav. Edoardo Matarazzo; Angelina il cav. Vincenzo Magnano San Lio; e Ciccina il cav. Pietro Carpinato di Acireale. Mio fratello Rosario sposò l’acese Carmelina Nicolosi Calì.
Vi laureate giovanissimo e siete nominato socio dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici.
Ho conseguito la laurea in Giurisprudenza nel 1901 con una tesi su “La corte permanente di arbitrato internazionale”, discussa col professore Gabriele Carnazza. La tesi ebbe dignità di pubblicazione presso la libreria di Ermanno Loescher di Roma.
A soli ventuno anni fui nominato socio della prestigiosa Accademia degli Zelanti e dei Dafnici.
Tralasciamo le domande sulla conoscenza e sul matrimonio con vostra moglie, poiché la baronessa ha già raccontato ampiamente aneddoti ed episodi della vostra unione, testimoniata anche dal carteggio che ho avuto l’onore di studiare e riordinare.
Vorrei chiedervi quando inizia la vostra attività politica: fin da bambino respiravate la politica in casa, grazie all’esempio di vostro padre.
Il 10 luglio 1905 vinsi le elezioni amministrative, diventando sindaco di Acireale, come mio padre. Tra i principali problemi da affrontare vi era la questione della nascente ferrovia nel tratto del bosco etneo, dalla quale Acireale era esclusa nonostante le sollecitazioni rivolte agli onorevoli Maiorana e De Felice per ottenere l’autorizzazione. Anche Lionardo Vigo Pennisi, consigliere comunale, mi ostacolò aspramente. Due anni dopo scelsi di dimettermi dalla carica di sindaco, non essendo più in grado di lavorare con serenità per il bene comune della città.
La svolta della vostra carriera politica avviene con le elezioni del 26 ottobre 1913, quando entrate in politica nazionale come deputato alla Camera.
Ricordo bene i comizi di propaganda elettorale, in particolare quelli svolti a Guardia e ad Aci Catena, dove la risposta della popolazione, accorsa numerosa nelle piazze, fu sorprendente. Fu una campagna elettorale tumultuosa, segnata dallo scontro con la fazione dei “baiocchi”, guidata dai seguaci dell’onorevole Giuseppe Grassi Voces, contrapposta alla mia, soprannominata degli “scioani” o “sucalora”, appellativo dovuto alla mia giovane età al momento dell’ingresso in politica.
Riassumere la vostra lunga vita politica è impresa ardua. Le testate giornalistiche dell’epoca, come La Voce del Paese, Trinacria, La Fiaccola si fronteggiavano a suon di articoli. Dalla loro lettura emerge una lotta dura e aspra tra le due fazioni che ha menzionato. Volete raccontarci un comizio rimasto nella sua memoria?
Ne ricordo due degni di nota: un comizio svoltosi presso il teatro Eldorado, oggi non più esistente, e uno nel borgo marinaro di Santa Tecla. Purtroppo, in quest’ultima occasione, ricevetti un clamoroso insuccesso: quando il capo “scioano” della mia fazione, un certo Brischetto, iniziò il discorso introduttivo prima del mio intervento, pronunciò erroneamente “Viva l’on. Grassi Voces” invece di “Viva l’on. Barone”, come ero conosciuto dalla popolazione.
Sappiamo da una lettera di vostro figlio Pasquale che eravate proprietari di una Fiat Tipo Zero, una delle prime automobili circolanti in città, e di numerose proprietà nel circondario acese.
Possedevamo terreni a San Leonardello, Fiumefreddo, Calatabiano, Torre Archirafi, Santa Maria Ammalati e, soprattutto, a Piedimonte Etneo, a cui eravamo particolarmente legati come famiglia. Bei ricordi, ormai svaniti.
Marcello Proietto
