La domenica del Papa / A un Dio umile non ci si abitua mai. Entra a Gerusalemme su un mulo. Niente mondanità

Una immagine e una parola per questa domenica delle Palme. L’immagine: gli ulivi, che mani, giovani e meno giovani, agitano in piazza san Pietro. La parola: umiltà, che Papa Francesco pronuncia come stile di Dio e del cristiano.
Non è la prima volta che Gesù è a Gerusalemme, ma in questa domenica facciamo memoria di un ingresso nella città diverso dal solito; l’ultima tappa sono due località nei pressi del monte degli ulivi 86pcitati da Marco nel suo Vangelo: Betfage e Betania. Per entrare a Gerusalemme chiede ai suoi discepoli di trovare una cavalcatura semplice, umile, come quella di un asino. Non un carro trainato da cavalli come un potente capo di un esercito, ma appunto una cavalcatura umile da re di pace. Non di meno il suo ingresso è salutato dalla gioia delle persone: “Osanna al figlio di Davide…”.
Entra nella città santa con l’intenzione di rivelare chiaramente la sua missione; sa che sono le sue ultime ore di vita terrena, sa che gli amici, i discepoli non esiteranno Giuda a tradirlo, e Pietro a rinnegare per tre volte la sua conoscenza. L’ingresso trionfante è, per alcuni versi, metafora dell’effimera gloria terrena, di come l’uomo possa esaltare e successivamente condannare senza porsi la domanda sul perché. Una radice è un fiore che disprezza la fama, scrive Khalil Gibran.
Gesù entra nelle città di questo nostro mondo mentre la vita degli uomini è segnata da conflitti, violenze, emarginazioni; è un tempo difficile e ombre minacciose di guerra, terrorismo, sembrano allungarsi un po’ ovunque in questo nostro pianeta. Tantissimi, poi, sono i cristiani perseguitati e uccisi nel mondo per il solo motivo di essere credenti nel nome di Cristo. Lo ricorda il Papa nell’omelia e all’Angelus in questa Domenica delle Palme: “Pensiamo all’umiliazione di quanti per il loro comportamento fedele al Vangelo sono discriminati e pagano di persona. E pensiamo ai nostri fratelli e sorelle perseguitati perché cristiani, i martiri di oggi: non rinnegano Gesù e sopportano con dignità insulti e oltraggi”. Come Gesù insultato, oltraggiato, ucciso innocente, come abbiamo letto in Marco questa domenica, così questi nostri fratelli pagano con la vita la loro fedeltà al Vangelo.
Pochi giorni dopo l’ingresso trionfale in Gerusalemme, Gesù diventa, agli occhi del mondo, il crocifisso, il vinto. Una morte che sembra una sconfitta, ma che in realtà è una vittoria: della vita sulla morte; vittoria dell’amore, di chi è vissuto e morto dimenticando se stesso per donarsi totalmente agli altri. E l’unico che se ne è accorto è stato un pagano, un centurione che ha esclamato: “Davvero quest’uomo era figlio di Dio”. La vittoria dell’amore di Dio continua ancora a gridare che non è la morte ad avere l’ultima parola. Nel mondo i cristiani continuano ad amare poveri, vinti, emarginati. “Se il bene ha una causa, non è più bene” scriveva Lev Tolstij: “Se ha un effetto, anche la ricompensa non è bene. Perciò il bene è al di fuori della catena delle cause e degli effetti”.
L’umiltà. È lo stile di Dio e del cristiano, dice Papa Francesco, “uno stile che non finirà mai di sorprenderci e di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai”. In questa Settimana Santa accompagneremo Gesù nei momenti più difficili e terribili per un uomo; lo accompagneremo nella sala della condanna, del disprezzo, abbandonato perfino dai suoi discepoli. Lo troveremo percorrere la via dolorosa per giungere al Golgota. “Questa è la via di Dio, la via dell’umiltà. È la strada di Gesù, non ce n’è un’altra. E non esiste umiltà senza umiliazione”. Ma c’è una strada contraria a quella di Cristo, ricorda sempre Papa Francesco: la mondanità. “La mondanità ci offre la via della vanità, dell’orgoglio, del successo. È l’altra via. Il maligno l’ha proposta anche a Gesù, durante i quaranta giorni nel deserto. Ma Gesù l’ha respinta senza esitazione. E con Lui, con la sua grazia soltanto, col suo aiuto, anche noi possiamo vincere questa tentazione della vanità, della mondanità, non solo nelle grandi occasioni, ma nelle comuni circostanze della vita”.

Fabio Zavattaro