Iniziamo, con questo articolo, una rubrica naturalistica particolare sull’Etna, curata da Rosario, meglio conosciuto come Saro, Barbagallo, cultore appassionato e passionale del vulcano più alto d’Europa. Saro definisce al femminile ‘a Muntagna come, del resto, fa tutto il “popolo etneo”, un’entità geografica, antropologica, culturale di chi ha da sempre dovuto fare i conti con un vulcano debordante di bellezza, di storia, di opportunità, ma anche di drammi e distruzioni.
Saro, settantenne acese, oggi pensionato dopo una lunga attività imprenditoriale nel settore dell’informatica svolta in gran parte dell’Italia meridionale, coltiva da sempre una profonda passione per la natura. E, precipuamente, per l’Etna che, per lui, non è soltanto un vulcano con le sue manifestazioni eruttive. Sarebbe infatti riduttivo – e, in fondo, superficiale – considerare la Montagna esclusivamente sotto questo aspetto. 
Tutta l’esteriorità etnea – dalla coccinella che a 3000 metri di quota trova rifugio sotto i sassi del vulcano, al Macaone posato sulle calde ceneri dell’orlo del Cratere Centrale; dall’armonia di un antico casolare di media montagna agli abbandonati ricoveri pastorali d’alta quota; dagli endemismi alla complessa morfologia vulcanica – costituisce quell’universo di segni, relazioni e suggestioni che egli ama definire “Pianeta Etna” e che ha cercato di documentare attraverso un vastissimo archivio fotografico composto oggi da oltre 200.000 immagini e centinaia di video.
Discepolo moderno di Alexander von Humboldt, padre della geografia fisica e instancabile osservatore di vulcani, montagne e paesaggi in ogni parte del mondo, Barbagallo sostiene che lo studio della natura richieda un contatto diretto, continuo e consapevole con i luoghi: nessuna descrizione, nessun modello, nessuna restituzione strumentale – dai rilievi cartografici alle più moderne tecnologie di telerilevamento – può sostituire l’esperienza sul campo, l’osservazione paziente e la presenza fisica dell’uomo davanti ai fenomeni che intende comprendere.
I suoi appunti, brevi ma intensi e particolareggiati, diventano notizie interessanti e utili. E sono frutto di escursioni dirette effettuate ogni volta che la “Montagna lo chiama”, magari per diversi giorni di seguito, spesso “in solitaria”.
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Le eccezionali nevicate che hanno interessato quest’anno l’Etna hanno avuto un doppio volto. Da una parte hanno regalato una stagione memorabile agli sciatori e alle strutture sciistiche del vulcano. Dall’altra hanno lasciato nei boschi del versante occidentale una scia di danni impressionante.
Come ho potuto constatare direttamente sul terreno durante i sopralluoghi del 14 maggio 2026, decine di migliaia di pini larici – anche di grandi dimensioni – nella fascia altitudinale compresa tra i 1700 e i 1900 metri, risultano abbattuti, spezzati o sradicati. Uno scenario che, in alcuni tratti, appare quasi irreale.
Il fenomeno ha interessato soprattutto le aree dove la copertura forestale era più fitta, in particolare all’interno di piccole valli, valloni torrentizi e depressioni naturali. Qui la neve, trattenuta dalle chiome e filtrando con maggiore difficoltà verso il suolo, si è accumulata enormemente sui rami, appesantendo gli alberi oltre il limite di resistenza. Molti pini si sono piegati fino quasi a toccarsi fra loro. Alcuni, cedendo, si sono appoggiati ad altri alberi trascinandoli a catena nello sradicamento o provocandone il violento sfracellamento del tronco.

Al contrario, nelle zone dove il bosco era più rado il fenomeno si è manifestato in misura molto minore. Gli alberi, più isolati e meno caricati dalle masse nevose, hanno sopportato meglio il peso eccezionale accumulato sulle fronde. Soffrendo solamente la rottura di qualche ramo secondario qua e là.
Forse, osservando la cosa con lo sguardo lungo della natura, si potrebbe parlare anche di una sorta di “selezione naturale”. Capace di creare nuovi spazi vitali proprio nelle aree dove il bosco era divenuto troppo fitto, favorendo in futuro la nascita di nuova vegetazione. Ma davanti a simili scenari non si può comunque non provare un sincero rammarico per la vastità della distruzione.
Saro Barbagallo
