La mia Etna – 3 / Piramidi? No, Turrette di spitramentu

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Piramidi dell'Etna

Che dire, una di quelle “scoperte” che ci fa alzare il sopracciglio in un misto di incredulità e divertimento. Negli ultimi anni, sembra che qualcuno abbia voluto trasformare la nobile arte di ammucchiare pietre in qualcosa di esotico, quasi mistico. Non più semplici mucchi di sassi tirati su con sudore e fatica dai nostri avi, no! Ora sarebbero addirittura piramidi! E non una o due, ma ben quaranta! Vediamo un po’ di fare ordine in questa stone-saga.

Innanzitutto, chiariamo il concetto: le turrette (o turrette di spitramentu, per chi preferisce un tono più tecnico) non sono altro che mucchi di pietre. E no, non si tratta di una definizione sminuente, ma della verità. Quando i nostri avi decidevano di bonificare un terreno, che fosse per il pascolo o per l’agricoltura, cosa facevano con le montagne di pietre sparse ovunque che la Montagna, a piene mani, aveva elargito nei secoli e che continuamente elargisce? Ovviamente, le raccoglievano e le ordinavano con metodo, a volte attorno a ‘mpipitunazzu (roccia o gruppo di rocce sporgenti). In alcuni casi, perfino con una certa eleganza. Ecco come sono nate le turrette (dette anche pitrara): ammassi di pietre, cilindriche, quadrate, rettangolari, a seconda dell’ispirazione del contadino di turno.

Ma pare che a qualcuno la spiegazione pratica e logica non basti. Magari era troppo banale pensare che un mucchio di pietre sia… solo un mucchio di pietre. E allora via, con una bella iniezione di fantasia!

La televisione per diffondere la favoletta delle Piramidi dell’Etna

Turretta di spitramentu in località Tavuleri pressi di Gravina
Resti diruti di Turretta di spitramentu in località Tavuleri pressi di Gravina . Foto Barbagallo – 2014

Negli ultimi tempi, qualche brillante mente ha deciso di ravvivare il nostro territorio con una dose di mistero: le “Piramidi dell’Etna“. Già il nome suona epico, quasi degno di un film d’avventura. Ma non parliamo delle imponenti piramidi d’Egitto, no! Qui parliamo di umili ammassi di sassi che qualcuno, in un impeto di immaginazione, ha eletto a strutture sacre o misteriose.

E come fare per diffondere questa bella favoletta? Semplice: si lancia la notizia sui social e, per ultimo, si chiama la televisione!
Un noto programma ha preso la palla al balzo, mandando troupe di “esperti” a esplorare il vulcano, con tanto di telecamere in mano, droni nel cielo e sguardi carichi di mistero.
E qui comincia il vero spettacolo: riprese suggestive, musiche inquietanti, teorie ardite e, naturalmente, numeri sensazionali. “Abbiamo scoperto ben 40 piramidi!“. Beh, peccato che abbiano dimenticato di passare anche dal mio terreno: avrebbero potuto aggiungere tranquillamente la numero 41 alla lista!

La teoria del “rostro vulcanico”

Ma il momento più memorabile arriva quando uno degli esperti, abbassando la voce come se stesse rivelando al pubblico il segreto custodito dagli antichi faraoni etnei, spiega con aria solenne che l’orientamento degli spigoli delle presunte piramidi non sarebbe casuale. No, signori! Uno dei quattro spigoli sarebbe rivolto direttamente verso il Cratere Centrale dell’Etna con uno scopo ben preciso: dividere in due una colata lavica proveniente dalla vetta e salvaguardare non si sa bene cosa. Come logica si equiparerebbe a quella della costruzione di un solaio in cemento armato sopra la nostra casa per proteggerla dall’impatto di un meteorite!
A questo punto, più che un geologo servirebbe un buon cardiologo per reggere le risate.

Turretta  di spitramentu in località Montelaguardia Randazzo. ph Barbagallo 2019
Resti di turretta di spitramentu in località Montelaguardia -Randazzo. ph Barbagallo – 2019

Dunque, secondo questa teoria, i nostri avi – o meglio, nella realtà probabilmente un singolo contadino aiutato magari dai figli o da qualche operaio – avrebbero costruito una specie di “rostro vulcanico”, come la prua corazzata di un’antica nave romana, pronto a squarciare eroicamente la lava dividendola in due. E tutto questo nell’eventualità, già di per sé astronomicamente improbabile, che tra migliaia di possibili percorsi lavici una colata scegliesse proprio quel preciso punto sperduto del versante etneo per investire la piramide di pietrame.

Ora, chiunque abbia visto almeno una volta una vera colata lavica dell’Etna – non lava hawaiana a bassissima viscosità – sa bene che non stiamo parlando di un tranquillo rigagnolo alto qualche metro. La fronte di una colata etnea importante è una muraglia mobile di blocchi incandescenti, alta quanto un edificio di quattro, cinque o sei piani, capace di avanzare trascinando e seppellendo tutto ciò che incontra. Altro che “divisione della lava”! Una modestissima torretta di pietrame investita da una colata verrebbe semplicemente travolta, divelta, inglobata, colmata e mantellata per sempre sotto migliaia di tonnellate di lave e scorie, come se non fosse mai esistita. Altro che ingegneria megalitica: farebbe la stessa fine di un castello di sabbia davanti a un’onda di tempesta.

Non piramidi dell’Etna, ma mucchi di pietre per liberare i terreni

Ma torniamo alla realtà. Di turrette come queste ce ne sono a centinaia, forse migliaia, in tutta l’area etnea. E no, non c’è alcun mistero nascosto dietro la loro esistenza.
Sono lì per un motivo semplicissimo: liberare i terreni dalle pietre per renderli fruibili alle attività agricole e pastorali. Non c’è nessuna civiltà perduta, nessuna divinità da evocare, nessun segreto millenario sepolto sotto quei massi.
Solo la fatica, l’ingegno – e parecchi calli sulle mani – di generazioni di contadini che, pietra dopo pietra, hanno cercato di rendere coltivabile un territorio difficile e generoso allo stesso tempo.

Fronte colata lavica gennaio 2026 nella Valle del Bove a quota 1300 metri circa
Fronte colata lavica gennaio 2026 nella Valle del Bove a quota 1300 metri circa.

Altro che piramidi, altro che scoperta sensazionale! Se solo chi diffonde queste storie si fosse preso la briga di parlare con qualche anziano del luogo, avrebbe scoperto immediatamente che queste “piramidi” non sono altro che il risultato di duro lavoro contadino, non di misteriosi riti ancestrali o di improbabili tecnologie anti-lava. E magari, già che c’era, avrebbe pure potuto dare una mano a spostare qualche pietra. Esperienza certamente più istruttiva di tante fantasiose teorie televisive.

Insomma, la prossima volta che qualcuno sentirà parlare delle “Piramidi dell’Etna”, sorrida pure. E se proprio insistono sul tema piramidi, suggerisca magari un buon corso accelerato di storia rurale, geologia vulcanica e dinamica delle colate laviche. Potrebbe essere un’esperienza illuminante.

Per quanto riguarda noi, continuiamo serenamente a chiamarle con il loro vero nome: turrette, turrette di spitramentu.

Saro Barbagallo