Leggere è pensare / Cento finestre su Dio: sorprendente raccolta di brani di grandi scrittori

“Come questa totale/ opzione del Divino/ si accordi con la mia/ grettezza, col mio tetro/ egoismo, non lo so, è un mistero/ che mi lascia sgomento”.
I versi di Italo Alighiero Cusano ci danno il senso di come i dotti e i sapienti, almeno i più sinceri tra di essi, abbiano colto uno degli aspetti più profondi della divinità: il mistero. Dalla lettura di una antologia dedicata a cento brani – tra poesie, romanzi, racconti, diari -, che pongono Dio al centro, “Cento finestre su Dio. Suggestioni letterarie da Dante a Ionesco” (Ancora, 108 pagine) curata e commentata da Ferdinando Castelli, emerge infatti il senso dell’enigma e della sua paradossale semplicità.
Ci si accorge, leggendo queste testimonianze, che più la cultura dello scrittore è elevata, e più egli si fa umile e depone ogni arma letteraria o retorica, per lasciare spazio al mistero della semplicità e dell’amore.
Castelli, gesuita e docente di Letteratura e cristianesimo, è da tempo sulle orme degli scrittori, anche quelli meno “ortodossi”, assetati di assoluto: molte sue pubblicazioni sono incentrate proprio sul desiderio che colpisce tutti, o quasi, gli intellettuali, di trovare il senso ultimo dell’esistenza.
Alcuni infatti si meraviglieranno leggendo tra gli scrittori che parlano di Dio i nomi di Cioran, Coelho, Ionesco, Hemingway, Voltaire e altri noti per non essere credenti o per essere stati indifferenti alla dimensione dei divino. Ed invece Castelli dimostra, attraverso le loro stesse parole, che essi si sono posti il problema del rapporto con l’Oltre. Se mai qualcuno ha orientato la sua ricerca in senso nichilistico, come la celebre preghiera sul Nada, il nulla, che un personaggio di Hemingway intona in modo che potrebbe apparire blasfemo. Ma anche qui si dovrebbe stare attenti: quel cameriere che alla fine della sua giornata prega un dio fatto di niente pone, se si vuole, la questione cosiddetta apofatica, e cioè della impossibilità di dare qualsiasi attributo fisico a Dio, perché lo si limiterebbe e lo si renderebbe mortale. Quando Umberto Eco suscitò qualche mal di pancia con la pagina finale del “Nome della rosa” nella quale si parlava della morte come sprofondamento “in un silenzio muto e in una unione ineffabile”, in realtà riportava parole di grandi mistici medioevali.
Non dobbiamo dimenticare che il grande medievista Etienne Gilson ha provato che alcuni scrittori apparentemente non ortodossi, come Rabelais e Villon in realtà erano vicini ad alcune tendenze provenienti dal cristianesimo, soprattutto dal francescanesimo.
Per tornare al libro curato da Castelli, alcune pagine sono davvero paradigmatiche per farci capire come la conversione o la ricerca di Dio portino l’uomo verso la semplicità e la spoliazione da ogni narcisismo culturale: Dostoevskij fa confessare a un suo personaggio che l’essenza dell’amore di Dio “me la disse una donnetta, esprimendo un pensiero così profondo, così delicato, così schiettamente religioso”; la poetessa Marie Noël osa paragonare il buon Dio ad un raccoglitore di stracci: “Signore, ma allora Tu, come uno straccivendolo raccogli i rifiuti, le immondizie. Che ne vuoi fare, Signore?”. “Il regno dei Cieli”. Albert Cohen si paragona ad un “mendicante” di Dio. Non manca chi, come l’inquieta cercatrice di Verità Simone Weil, intuisce l’altra faccia della proclamazione che si può fare a meno di Dio, o della semplice sua ricerca: “Di conseguenza, esiste solo una scelta tra l’adorazione del vero Dio e l’idolatria”.
Cento finestre su Dio” è un libro che apre nuovi scenari sul problema della scrittura come testimonianza di fede e ci invita a leggere bene tra le righe alcuni autori prima di dichiararli lontani dalla ricerca di Dio.

                                                                                                                             Marco Testi

 

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