Recita un vecchio adagio, che di solito si finisce per regalare proprio ciò che si desidera ci sia regalato. Sarà pur vetusto e lento come il bradipo (che sia pure io così?)… Ma devo darne atto in prima persona. Il che priva di ogni effetto sorpresa i miei doni natalizi; per cui tutti sanno già cosa aspettarsi: libri! Fedele a una tradizione che non posso rispettare qui materialmente, vi sia dono un mio suggerimento. E pazienza se quel che sto per proporvi lo abbiate già letto. Valga allora come idea per i vostri regali.
L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, del teologo don Henri Nouwen. Originale approccio alla Parabola del Padre Misericordioso, in cui il racconto lucano (Lc. 15, 11-32) viene rimeditato attraverso le emozioni evocategli dalla visione del quadro omonimo di Rembrandt.
Si avvia così un itinerario inatteso in cui, rivisitato alla luce delle vicende che hanno indotto il pittore a cimentarsi nell’opera, l’autore, un sacerdote anch’esso olandese, non si sottrae alla sfida altrettanto impegnativa, di una revisione della propria vita. Sì che il testo si sviluppa su tre piani sovrapposti, ma sempre interconnessi; alternando l’esperienza del figlio prodigo a quella del pittore e a quella propria.
Il cammino a cui Nouwen ci invita trae abbrivio dal suo incontro col dipinto, al museo dell’Ermitage.
Esperienza che non può essere relegata a un’ennesima riproposizione della sindrome di Stendhal. Attraverso la contemplazione del quadro si giunge infatti, con il cuore, al cuore del brano evangelico. E così a una ponderazione sincera del proprio vissuto e a una riflessione matura sul senso della vita.

Ma anche serena, perchè affrontata nell’abbraccio di Dio; e per ciò confidente nella sua Misericordia. Per cui il capolavoro del Maestro di Leida ci offre una mirabile chiave di lettura e di accesso ad un percorso di ritorno che egli stesso deve avere, se pur con fatica, compiuto e che deve averlo ispirato.
Per un dipinto concepito e realizzato, tutto a corollario di un particolare davvero inusitato per l’epoca.
Se ancor oggi spiazzante, possiamo immaginare quanto, al tempo; basato sull’intuizione che anticipa di più di tre secoli una riflessione di Papa Giovanni Paolo I sulla paternità ma anche maternità di Dio. Condivisa all’Angelus il 10 settembre 1978 destò sorpresa e in taluni persino spaesamento; imputabili solo alla cronica e inescusabile poca dimestichezza e frequentazione di tanti cristiani, coi testi sacri.
Papa Luciani non intendeva introdurre alcuna novità di fede, ma invece rievocare un’epifania di Dio, promessa di misericordia e salvezza in uno dei brani più commoventi in Antico Testamento (Is.49,15). Rembrandt ne coglie l’afflato e lo traspone in un espediente pittorico che non sfugge a sguardi attenti.
E ci guida all’imperscrutabile tenerezza di Dio; in un’ambientazione scenica in cui, come prima solo Caravaggio era stato in grado di rappresentare nella sua Vocazione di San Matteo, riesce a tratteggiare tutte le possibili reazioni dell’uomo, all’amorevole accoglienza di Dio: pentimento, nel figlio minore; stupore, in alcuni astanti; indifferenza, in altri; irrigidimento e sdegno, persino, nel figlio maggiore.

De relata, attraverso un’esegesi della parabola, Nouwen ce li riconsegna come prototipi e ci interroga.
Il ritorno del figlio prodigo così non è solo metafora della vita ma, accomunandoci a pittore e scrittore, un’esortazione al riesame della nostra figliolanza, vissuta sovente indegnamente; e proprio per questo, paradossalmente, ancora più meritevole del santificante perdono del Padre (Santa Faustina docet).
Accogliamo così l’invito dell’autore; con lui, idealmente, trovata una seggiola, al cospetto del quadro.
E allora, quale migliore abbraccio augurale, da poter scambiare, se non l’abbraccio benedicente?
Ah… il particolare. Non lo avete individuato? Non svelerò l’arcano. Scopritelo da voi. Buona lettura.
Giuseppe Longo
