Linguaglossa, convegno Ac sui cristiani e il mondo del lavoro

Un momento della conferenza

Lo scorso 22 maggio, nei locali della parrocchia SS. Antonio e Vito di Linguaglossa, ha avuto luogo un incontro dell’Azione Cattolica diocesana per riflettere sul ruolo di cittadini credenti nel mondo del lavoro e per fare insieme degli “esercizi di laicità”. L’invito dei vice presidenti del settore adulti Anna Maria Cutuli e Sebastiano Cavallaro è stato accolto da un gran numero di soci adulti, giovani adulti, gruppi di coppie e del MLAC (Movimento Laureati di Azione Cattolica). Ho avuto l’onore e la responsabilità di guidare i lavori con una relazione introduttiva sul tema “Il lavoro al servizio della dignità dell’uomo”, a cui hanno fatto seguito alcuni interventi quale testimonianza di impegno di credenti cristiani in diversi settori lavorativi (dalla scuola all’università, al sindacato …). Ho preso spunto dal testo della catechesi degli adulti nel quale il tema viene introdotto dal richiamo all’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, nella quale il papa afferma che il modo migliore di testimoniare la carità divina è quello di operare per il bene comune e nella quale Benedetto XVI specifica che il contributo di ciascuno di noi alla realizzazione del bene comune è il lavoro, specialmente in una società in rapido cambiamento che vive una crisi generalizzata. Il secondo richiamo del testo della catechesi è all’art.4.2 della Costituzione Italiana, il quale sancisce che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. A tal proposito ho ricordato le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale lo scorso 20 maggio ha tra l’altro affermato che “il momento è difficile e i più deboli rischiano ogni giorno di essere espulsi dal mondo del lavoro con effetti talora devastanti sul singolo, la famiglia e il tessuto sociale” ed ha auspicato un “diritto del lavoro ed equo” per salvaguardare insieme crescita economica e coesione sociale. Ma il testo di catechesi si sofferma particolarmente sui capitoli 6 e 9 della Laborem exercens di Giovanni Paolo II. Infatti in questa enciclica del 1981 il pontefice afferma esplicitamente che il lavoro, come problema dell’uomo, si trova al centro della “questione sociale” e l’aspetto etico-religioso dello stesso ha una priorità oggettiva sul problema dell’organizzazione lavorativa esterna. Nella stessa enciclica leggiamo: “Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell’universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l’uomo è perciò sin dall’inizio chiamato al lavoro … e mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore …”. Con la fatica, a volte pesante che richiede – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro “è un bene per l’uomo”.

L’argomentazione successiva ha attraversato la problematica soffermandosi sulla priorità soggettiva del lavoro in quanto il lavoratore “come persona … è soggetto del lavoro, trasforma la natura e realizza se stesso ed ogni lavoro, anche il più umile, va valutato con il metro della dignità del soggetto che lo svolge. Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro e il lavoratore non può essere trattato come un’anonima “forza-lavoro”. Da questa priorità soggettiva nasce il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale e il primato dell’uomo di fronte alle cose. Giovanni Paolo II, dopo aver parlato in forma eloquente della laboriosità come virtù morale, dell’ “amore per il lavoro” e del carattere “del tutto positivo e creativo, educativo e meritorio” del lavoro umano, ne fa derivare la condizione di obbligo stringente o “dovere dell’uomo” di fronte a Dio, di fronte a se stesso, alla famiglia, al prossimo e all’intera società.

A questo dovere corrisponde non solo il diritto di lavorare, ma corrispondono anche i molteplici “diritti umani che scaturiscono dal lavoro”. Quanto al diritto al lavoro, il papa è consapevole di un problema fondamentale, quello di avere un lavoro, cioè, in altre parole, del problema della disoccupazione. Dopo questa disamina, ho richiamato il documento della Conferenza Episcopale Siciliana del 1994 “Lavoro e solidarietà oggi in Sicilia”, con il quale i vescovi avevano denunciato con chiarezza sin da allora che in Sicilia il lavoro è “un’autentica frontiera, sul piano dei diritti e della dignità dell’uomo e sul piano dello sviluppo economico-sociale” e che “la disoccupazione, che è a carattere strutturale e non contingente, ha ormai raggiunto percentuali di allarme sociale”. Oggi, accanto alla disoccupazione emerge con forza anche la precarizzazione del lavoro, che non rispetta molto spesso la dignità dell’uomo e non consente la formazione di una famiglia.

Ho quindi affermato che il mondo del lavoro è una delle strade obbligate per cui oggi deve passare la nuova evangelizzazione e che la dottrina sociale della Chiesa va considerata “parte essenziale del messaggio cristiano”, come sottolineato da Giovanni Paolo II. In particolare va incrementato il rapporto tra dottrina sociale e catechesi (a tutti i livelli, dai fanciulli agli adulti) collegando fede e vita e facendo emergere le conseguenze sociali derivanti dal Vangelo. Infine, ho richiamato alcuni “passaggi” del discorso di Benedetto XVI dello scorso 16 maggio ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 50° anniversario dell’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII nella quale il papa individua i criteri fondamentali per superare gli squilibri sociali e culturali nella società globalizzata e conclude sottolineando l’importanza, per la nuova evangelizzazione del sociale, delle associazioni e dei centri e istituti di dottrina sociale non solo per gli studi teorici, ma anche per la sperimentazione dei contenuti del magistero, ad esempio nelle cooperative sociali di sviluppo, con esperienze di microcredito e “un’economia animata dalla logica della comunione e della fraternità”.

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