Elena / Mariano Indelicato: “figlicidio”, il gesto estremo di una madre

Riportiamo le riflessioni del professor Mariano Indelicato sulla delicata questione del figlicidio nate dagli avvenimenti di questi ultimi giorni. Un gesto estremo, quello di una madre che vede nel figlio un oggetto di cui può disporre a proprio piacimento. Un’“onnipotenza originaria” che nasce dalla convinzione che colei che dà la vita può anche decidere di toglierla.

Di fronte alla morte della piccola Elena uccisa, pare con 11 coltellate, dalla madre si resta sbigottiti e una macabra fantasia sembra prendere il sopravvento sulla realtà. Eppure non siamo nuovi a fatti del genere. Basta ricordare negli ultimi anni Samuele, Joele uccisi, seppur in circostanze diverse, sempre dalla figura che più di tutti dovrebbe ispirare fiducia, dalla fonte di vita, da colei che li ha messi al mondo. La madre, infatti, ha in sé un potere senza confini, di vita e di morte. È lei che decide chi può nascere e sceglie come farlo vivere. La volontà del bambino diventa inutile, perché è già definita, segnata, organizzata, suggestionata da ogni cosa che dice o non dice, che fa o non fa la sua mamma.

È da questa “onnipotenza originaria” che colei che da la vita può anche scegliere di toglierla. È da questo presupposto culturale, che la nostra società ha portato alle estreme conseguenze, che si determina una madre buona o cattiva. Sì, perché se tutte le mamme del mondo fossero buone non ci sarebbero milioni di figli infelici, maltrattati, abbandonati, venduti e prostituiti, feriti a vita e uccisi. Purtroppo esistono mamme cattive, mamme che non amano e che non riescono a coltivare amore. Mamma che non vogliono riconoscere il proprio figlio e non lo rispettano soffocandone le potenzialità e coltivando un’estensione di sé.

Figlicidio / Un atto estremo ma caratteristico della specie umana

Esistono differenti modalità con cui una mamma può essere, o diventare, cattiva e quanto dolore e quanta distruzione può produrre, spesso in modo irreversibile, nella vita di un figlio fino ad ucciderlo.  D’altronde il figlicidio “è una caratteristica della specie umana che si ritrova in tutti i gruppi sociali e in tutte le culture, primitive e attuali. Si traduce in varie modalità di comportamento che vanno dal sacrificio vero e proprio dei bambini (che sembra scomparso dalla nostra cultura) alle forme più raffinate ma non meno violente di oppressione dell’infanzie che sembrano più caratteristiche della nostra cultura” (Rascovsky).

Così come è vero che il figlicidio è un atto estremo che trova riscontro nei comportamenti giornalieri nei confronti dei bambini, soprattutto, nei casi di separazione. Non si uccide un figlio ogni volta che una madre o un padre non permette all’altro genitore di vederlo?  Non si uccide un figlio quando un genitore non permette un sano sviluppo parlando male dell’altra figura genitoriale?

Mariano Indelicato / Figlicidio: il caso della piccola Elena

Nel caso di Elena, come descritto dai racconti giornalistici e da una testimonianza diretta da parte di una sua collega universitaria, ha assunto la forma estrema della rottura della linea generazionale, del rancore verso l’altro, della vendetta per essere stata lasciata nel dolore della separazione: “ti farò provare lo stesso dolore che provo io”. Sembrerebbe un’idea apparentemente insana ma che trova riscontro anche nelle modalità con cui è stato commesso il delitto, con annesso rapimento e occultamento del cadavere. Le caratteristiche adottate sono metafora del processo emotivo e psichico sottostante. Vuol far provare lo stesso dolore di perdita che prova lei per l’abbandono da parte del partner. Non solo la uccido ma occulto il cadavere e simulo il rapimento: un modo per farla sparire per sempre, per chiudere definitivamente un capitolo della sua storia personale.

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Mariano Indelicato / Figlicidio anche nelle specie animali

Nel mito di Medea l’uccisione dei figli costituisce la rottura della linea generazionale, della trasmissione ereditaria di beni e di status, del tramandare la storia familiare. Nel mondo animale questi comportamenti, anche se  spesso attuate dai maschi, sono frequenti. Nei leoni Phantera Leo quando un maschio prende il controllo del gruppo uccide i piccoli. In modo che le femmine rimaste senza cuccioli possono riaccoppiarsi con lui. Lo stesso avviene in altre specie animali.

Questo comportamento che spesso è stato spiegato semplicemente con esigenze di carattere sessuale riguarda, al contrario, la trasmissione del patrimonio genetico. F. Pirrone nel libro “Un’etologa in famiglia. Genitori, figli e parenti scomodi nel regno animale” mette in risalto che l’interesse di un individuo, anche di una madre, ai fini del successo riproduttivo, può coincidere addirittura con l’uccisione o con il rifiuto della prole. Eventi che in natura convergono verso uno stesso esito: la morte. Nei topi, le madri di nidiate numerose uccidono i piccoli più deboli, per garantire la sopravvivenza degli altri. In cattività, poi, se il topo maschio di un territorio viene rimpiazzato da un soggetto più dominante, la femmina già gravida abortisce volontariamente per potersi accoppiare subito con il nuovo maschio.

Mariano Indelicato / Figlicidio: come vi si arriva?

È all’interno di questi complessi processi che sedimentano all’interno dell’inconscio collettivo, in senso junghiano, o in quello individuale, secondo Freud, che devono essere ricercate le risposte ai figlicidi che sono molto più numerosi di quello che normalmente si pensa tant’è che negli ultimi anno sono stati circa 480. La morte della piccola Elena si inserisce in questo drammatico quadro che arma la mano di una mamma ai fini dell’interruzione della linea generazionale. Guidata dalla spinta pulsionale di Eros e, quindi, dalla vita. Il non riconoscersi più all’interno di una storia familiare, quella dell’ex compagno, la porta a sopprimere, sotto l’influsso dell’istinto di morte, la figlia.

Affrontare il figlicidio è molto complesso ed esiste un’ampia letteratura a riguardo. Vale la pena, se non altro, porre una maggiore attenzione sulle caratteristiche che spingono una “mamma cattiva” a compiere un simile gesto. Caratteristiche che vanno dallo scenario socio-culturale a quello psicodinamico e/o psicopatologico personale. Ma è importante anche studiare le relative conseguenze psicologiche e giuridiche sulla madre che compie il reato.

Mariano Indelicato / Figlicidio secondo la psicologia

Generalmente dietro le autrici di tale reato vi sono personalità con esperienze di abbandono infantile che comportano relazioni tese al non riconoscimento delle esigenze dell’altro. Se volessimo sintetizzare, il bambino piccolo piange e si dispera non appena la madre si allontana sperimentando l’angoscia da separazione. La perdita della persona che ci accudisce rappresenta un lutto ed è vissuta come una grave minaccia alla propria esistenza, un’amputazione di una parte di sé. Spesso si accompagna alla percezione di non poter sopravvivere senza l’altro e a una visione catastrofica della vita e del mondo.

Le esperienze di perdita e di abbandono nell’adulto possono rievocare antiche ferite, facendo riaffiorare costellazioni di angosce primitive, mai metabolizzate. Confermando così le aspettative di tradimento, inaffidabilità da parte dell’altro e un’immagine di sé come vulnerabile, destinato a essere ferito, rifiutato nei rapporti. La separazione diventa non solo perdita dell’altro ma anche perdita di sé, come persona degna di amore. Il mondo diventa improvvisamente un deserto privo di senso, dove niente è stabile e ogni rapporto intimo porta con sé il fantasma dell’abbandono e del dolore insostenibile che comporta.

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Mariano Indelicato / Le relazioni malate delle madri castranti

A loro volta da adulte diventano mamme “castranti” che hanno bisogno che il figlio segua la loro visione del mondo e delle cose. Hanno già in mente tutto il loro futuro dispiegato in un attimo, sono costantemente in ansia, anche se il figlio sta semplicemente facendo il suo mestiere di figlio, ovvero esprimere la sua turbolenza infantile, fare dispetti, disubbidire. Le sfumature possono andare dalla freddezza della madre-soldato, alla fusionalità della madre simbiotica. In ogni caso abbiamo a che fare con relazioni malate e castranti. La madre simbiotica, in particolare, ha bisogno del contatto fisico con il figlio, gli piace stropicciarlo, baciarlo, averlo per sé. Tuttavia un contatto così esasperato non è mai un reale istinto di donazione. Anzi è un modo per fagocitare, prendere, succhiare l’anima del figlio per farla tutta sua.

Mariano Indelicato / Figlicidio: il caso della piccola Elena

Per tale motivo nel caso della piccola Elena non ci deve impressionare, come una contraddizione, la scena della mamma che poco prima di ucciderla, nel riprenderla a scuola, l’abbraccia e la bacia. Come non ci devono impressionare i racconti delle compagne di Università della mamma sull’orgoglio che quest’ultima mostrava facendo vedere le foto della figlia. È un suo oggetto di cui può disporre a suo piacimento. È lei la padrona della vita e della morte della figlia. La relazione apparentemente d’amore è incentrata esclusivamente sul soddisfacimento di esigenze di carattere narcisistico. Quest’ultime tendono al possesso dell’altro in contrapposizione al mancato possesso dell’amore materno.

In tutti questi ogni piccolo segnale andrebbe debitamente valutato e dovrebbe costituire un allarme che andrebbe segnalato immediatamente. Queste mamme, come nel caso della piccola Elena, dietro una apparente normalità, nascondono ciò che in letteratura viene definita “la follia lucida”.

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Mariano Indelicato*

Psicologo Psicoterapeuta; Docente a.c. Psicometria delle Neuroscienze Cognitive Università degli Studi di Messina

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