Mondo / La fialetta di antrace di Wuhan

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo

Un déjà-vu. Questa è la sensazione che si ha nell’ascoltare l’intervento su Abc News di Mike Pompeo, segretario di Stato americano.

In pochi minuti di intervista, il braccio destro di Trump ha infatti accusato la Cina di aver deliberatamente provocato l’attuale pandemia, facendo tutto quello che ha potuto “per assicurarsi che il mondo non sapesse in modo tempestivo” del coronavirus. Secondo Pompeo, ci sarebbero inoltre “enormi evidenze” che il virus sia stato generato in laboratorio.

Il pensiero corre subito al 5 febbraio 2003. Quando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell mostrò l’inconfutabile “prova” del possesso di armi batteriologiche da parte dell’Iraq di Saddam Hussein: una fialetta di antrace, capace di uccidere (com’era avvenuto nei mesi precedenti) cittadini statunitensi. Sulla base di queste “evidenze”, poi rivelatesi del tutto false, un mese dopo gli Usa avrebbero attaccato e invaso l’Iraq. Con le conseguenze che conosciamo.

L’assonanza con quanto avvenuto quasi due decenni fa non riguarda tanto la falsità delle affermazioni statunitensi (benché l’OMS e la comunità scientifica mondiale hanno smentito finora con forza la possibilità che il Covid-19 possa essere stato creato in laboratorio), quanto il loro utilizzo per fini strategici.

La fialetta di antrace di Powell servì a giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Iraq, ovvero ad avviare la seconda fase (dopo l’Afghanistan) della loro guerra al terrore. Le accuse di Pompeo per adesso restano senza fialetta, senza dunque il corpo di un reato tutto da dimostrare. E che forse non verrà mai “dimostrato” così plasticamente, proprio per evitare un’assonanza così palese e al tempo stesso infausta. Ma le parole del segretario di Stato sono sufficienti a iniziare un’altra seconda fase di “guerra”. Stavolta non contro il terrore, ma contro Pechino, colpevole di minacciare l’egemonia globale statunitense molto più di al-Qaeda. La prima fase era stata quella della guerra commerciale, finita formalmente a metà dello scorso gennaio. La seconda non la conosciamo ancora, ma è probabile che sarà più dura della precedente.

La Cina però non è l’Iraq. E anche in assenza di una guerra calda, i contraccolpi di un nuovo scontro bipolare potrebbero avere una consistenza mai conosciuta prima. Specie in un mondo già sconvolto dalla crisi economica e sociale (e quasi antropologica) della pandemia, che non chiede certo l’emergere di nuove crisi. Eppure, parafrasando Pascal, la geopolitica ha ragioni che la ragione non conosce. Statunitensi e cinesi sembrano destinati a scontrarsi, anche se forse non subito e non militarmente, per il dominio del pianeta. Sebbene la bilancia sembri ancora pendere tutta sul lato americano, la storia corre sempre più in fretta.

La questione non è dunque “se”, ma “quando” e “dove”. Pompeo sembra aver già dato fuoco alle polveri, ma tra la retorica e le azioni concrete passerà del tempo, quantomeno quello della stabilizzazione post pandemia. Sul “dove”, invece, gli interrogativi restano grandi. A Washington si accende sempre più la discussione tra i fautori di un accordo con la Russia, il “male minore” per evitare pericolose saldature tra rivali, e chi invece vorrebbe mantenere l’andamento attuale. Ovvero quello di una lotta su due fronti, in Europa contro la Russia e in Estremo Oriente contro la Cina. Insostenibile se gli eventi iniziassero a precipitare oltre la retorica.

Per il nostro continente l’esito di tali scelte può essere vitale (o al contrario, fatale). Parteciparvi da subalterno, e con posizioni divise, significherebbe consegnarsi al destino scritto da altri. Acquistare consapevolezza delle dinamiche in corso è il primo passo per tentare di influirvi. Se non altro provando a favorire una conciliazione tra Mosca e Washington, dunque provando a risparmiare se stessa dall’essere teatro di una nuova forma di guerra fredda. Che in qualsiasi momento potrebbe tornare calda.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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