Mondo / Nel Mediterraneo in ebollizione l’Italia sembra avere altre priorità

I confini delle Zone Economiche Esclusive di Libia e Turchia secondo gli ultimi accordi

Il punto sulla crisi libica senza fine. Russi e turchi sono a un passo dallo spartirsi la nostra ex colonia, almeno in termini di influenza. Basteranno le notizie degli ultimi giorni a svegliare l’Italia dal suo torpore?

Il Mediterraneo si muove, l’Italia resta ferma. Stavolta a tenere banco non sono i flussi migratori (ridottisi enormemente a causa dell’apertura dei lager libici favorita dall’ex ministro Minniti e confermata dai suoi successori), ma le medie e grandi potenze presenti nel bacino.

Il teatro è sempre la Libia. Quel Paese in cui la guerra non si è mai veramente conclusa, dall’intervento occidentale contro Gheddafi in poi. Le brevi tregue non hanno portato stabilità, ma sono state intervalli da uno scontro tra fazioni all’altro. L’ultima delle sue guerre civili si consuma ormai da diversi mesi. Il generale Haftar, di fatto a capo dei territori orientali del Paese (la Cirenaica), ha iniziato a luglio “l’offensiva finale” contro il suo rivale al-Serraj, alla guida di un debole governo insediato a Tripoli e in parte della sua regione.

A poco è servito il fatto che quest’ultimo sia formalmente appoggiato dalla comunità internazionale: la maggior parte degli Stati coinvolti nel pantano libico, sicuramente più attenti alla retorica dell’uomo forte che alla legittimità sancita dall’Onu o da altri teorici protettori del diritto internazionale, non si sono schierati a sostegno di al-Serraj. Hanno preferito assumere un atteggiamento attendista o sostenere più o meno celatamente gli sforzi militari di Haftar.

Aiutando quest’ultimo a proseguire per mesi un’offensiva che, sul piano puramente militare, si era dimostrata un pieno fallimento: le forze della Cirenaica, pur rinfoltite da mercenari stranieri, non hanno tenuto in debita considerazione le brigate di Misurata (più anti-Haftar che pro-Serraj, ma tant’è) e hanno ritardato di molto l’agognata conquista della capitale libica.

Ciò tuttavia non ha spostato particolarmente gli equilibri diplomatici: dalla parte di Haftar sono rimasti l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Francia e la Russia. In difesa di Serraj, praticamente soltanto la Turchia. Gli Stati Uniti hanno mantenuto una posizione ambigua, ondeggiando tra il sostegno dei due rivali. E l’Italia, se possibile, ha fatto pure peggio: non solo non ha difeso compiutamente (né in senso militare né in quello diplomatico) il “suo” Serraj, esponendo anzi le proprie forze militari dislocate a Misurata a bersaglio degli attacchi avversari (più di una volta si è sfiorata la strage), ma si è resa protagonista di una totale inazione, concentrata com’è sulle vicende di politica e folklore interni.

La posizione italiana è aggravata dal fatto che la Libia non rappresenta uno scenario lontano e privo di conseguenze per il nostro Paese, ma è al contrario al centro dei suoi interessi. Da qualunque angolo li si guardi: energia, migrazioni, sicurezza, investimenti. In due parole, stabilità politica ed economica di un mare che vorremmo “nostrum” ma che abbiamo tolto con ogni evidenza dai nostri orizzonti.

La “novità” di oggi è data dall’interessamento di Russia e Turchia alla spartizione di ciò che resta della cosiddetta Quarta Sponda. Novità tra virgolette, perché ciò che i nostri media hanno iniziato a vedere solo adesso è in realtà un dato di fatto da mesi, se non anni: l’influenza dell’Italia in Libia è solo l’ombra di quella che era una volta, vecchi e nuovi attori prendono facilmente il nostro posto.

Anche se Russia e Turchia possono sembrare lontane dalla Libia, ne sono in realtà fortemente interessate. La prima per via del suo attivismo strategico nei mari caldi del Mediterraneo, una delle poche aree in cui può muoversi con agilità senza essere eccessivamente contrastata da rivali, americani o europei. La Libia potrebbe inoltre ospitare, per Mosca, la sua seconda base navale nel mare nostrum, dopo quella siriana di Tartus.

Per Ankara, la Libia è invece un fondamentale tassello della sua strategia di ritorno imperiale: non dimentichiamo infatti che la nostra ex colonia, fino a poco più di un secolo fa, apparteneva all’impero ottomano. I successori di quest’ultimo non hanno mai digerito la sconfitta italiana, e vedono il ritorno a Tripoli come una piccola rivincita storica. Ma ancor di più, la volontà turca è quella di contrastare i tentativi di accerchiamento da parte degli Usa (tramite il gasdotto EastMed, che dovrebbe unire l’Italia a Israele attraverso Cipro e la Grecia, rivali di Ankara) creando un “ponte” al centro del Mediterraneo orientale. Da qui la scelta, quasi contestuale a quella degli aiuti militari verso la Tripolitania di al-Serraj, di accordarsi con quest’ultimo per la delimitazione delle rispettive Zone Economiche Esclusive. Azioni che hanno portato persino all’espulsione dell’ambasciatore libico dalla Grecia, a testimonianza della gravità dell’accaduto.

Insomma, nel Mediterraneo tutti si muovono con una velocità senza precedenti, lasciando indietro chi è distratto o peggio ancora rendendolo vulnerabile su tutti i fronti. Se l’Italia continuerà a far finta di nulla, il suo 2020 potrebbe rivelarsi molto amaro.