Mondo / Segnali di cambiamento da Est?

Zuzana Čaputová, nuova presidente della Slovacchia

L’elezione di una presidente donna e progressista in Slovacchia è stata vista da molti come un segnale di speranza per gli europeisti, alla vigilia delle attese elezioni continentali. Tuttavia forse sarebbe meglio non sovrastimare le effettive possibilità di Zuzana Čaputová di sancire una svolta, anche solo nel Gruppo di Visegrád.

Abituati a immaginare l’Europa orientale come un blocco monolitico, molti si sono stupiti nel vedere la vittoria di Zuzana Čaputová alle elezioni presidenziali in Slovacchia, lo scorso fine settimana.

Donna, quarantacinquenne, progressista ed europeista, diventata celebre per le sue lotte ambientaliste e contro la corruzione: il profilo della Čaputová, a prima vista, non sembrerebbe il più adatto a rappresentare un Paese del Gruppo di Visegrád. Un raggruppamento che, ricordiamo, unisce quattro Stati dell’Europa centrorientale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) in una lobby influente e conservatrice su parecchi temi all’interno dell’UE.

Normale dunque lo stupore per chi non conosca più a fondo la politica slovacca, così come è comprensibile la speranza suscitata da un profilo giovanile e fuori dagli schemi come quello della Čaputová. A maggior ragione data la rapidità della sua ascesa, favorita dall’indignazione popolare per la scarsa trasparenza della classe dirigente del Paese. “Slovacchia progressista”, il partito della Čaputová, fino a pochi anni fa non esisteva nemmeno.

Prima però di gridare al miracolo, o di interpretare l’elezione della giovane presidente come un segnale di svolta di tutto il Gruppo di Visegrád (se non addirittura dell’intera Unione Europea), non guasterebbe esercitare un po’ di prudenza, contestualizzando ciò che è avvenuto.

Innanzitutto, la Slovacchia è già da tempo la pecora nera di Visegrád, se non di tutta l’Europa centrorientale. A differenza dei suoi vicini, Bratislava ha adottato (con successo) l’euro già dal 2009, distinguendosi per una retorica di scontro con l’UE molto più attenuata. Inoltre non è nuova ad esperimenti politici (almeno formalmente) progressisti, con il suo partito di governo aderente al gruppo parlamentare europeo del PSE. Ciò tuttavia non le ha impedito di adottare politiche molto restrittive nei confronti dei migranti, e di far blocco quindi con il resto di Visegrád su questo e altri temi.

La Čaputová ha vinto promettendo una svolta, anche nelle politiche migratorie, ma non avrà campo libero. Come presidente in una repubblica parlamentare avrà poteri abbastanza limitati, e dovrà probabilmente accontentarsi di esercitare la propria influenza sul governo già in carica, costituito dai socialisti contro cui si è battuta. Le sue priorità, peraltro, resteranno quelle di politica interna: lotta per l’ambiente e per la trasparenza, in particolare nel merito del controverso omicidio di Ján Kuciak che ha scosso la Slovacchia.

Pure nel caso in cui la Čaputová riuscisse a imporsi politicamente e a dare un’impronta nella politica estera del proprio Paese, i passaggi non sarebbero così facili. La Slovacchia è il Paese più piccolo del Gruppo di Visegrád, sia in termini di estensione che di popolazione: con scarsa probabilità ne determinerebbe le scelte. Più diretta, invece, la via delle elezioni europee. Nella prossima tornata di fine maggio, “Slovacchia progressista” potrebbe eleggere un certo numero di deputati europeisti (che dovrebbero iscriversi all’ALDE). Comunque molto pochi, rispetto ai conservatori provenienti  dai Paesi demograficamente più importanti.

Naturalmente, qui non si vuole sminuire la portata dell’elezione di Zuzana Čaputová alla presidenza della Slovacchia. Una portata simbolica, come abbiamo visto, più che politica. Non necessariamente un deficit: in tempi così bui, i simboli rivestono un’importanza fondamentale nel mantenere vive le speranze di una comunità. Ciò che è essenziale, tuttavia, è non confondere la validità e le intenzioni di chi è salito al potere con le sue effettive possibilità di incidere sul corso degli eventi europei: insomma, non eccedere con il famoso wishful thinking. Altrimenti in molti vedranno deluse le proprie aspettative.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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