Musica / “Revolver” dei Beatles compie sessant’anni

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Revolver sezione di copertina

Il 5 agosto di 60 anni fa veniva pubblicato un disco che a dispetto della policromia degli imperanti dettami della Swinging London, raffigurava in copertina in rigoroso bianco e nero i ritratti di quattro volti la cui notorietà era così universale da rendere persino superfluo riportare il nome del loro gruppo. Del Gruppo per eccellenza, è proprio il caso di dire. Di cui Revolver è forse il masterpiece assoluto.  Con una ambiguità già sottintesa in un titolo che con un arguto doppio senso, più che riferirsi all’arma da fuoco, alludeva all’orbitare ipnotico di un vinile a 33 giri, quando una puntina ne ripercorre i solchi.Revolver copertina

Musica mai sentita prima, per varietà dei generi esplorati e per complessità delle tecniche d’incisione.  Vero è che per molti fans dei Beatles Sgt. Peppers è la realizzazione più caleidoscopica e stupefacente (con altro e ben più allusivo doppio senso). Abbey Road l’opera conclusiva della definitiva maturità e White Album la raccolta con il maggiore spazio concesso (o usurpato), per le rispettive individualità.

Ma sviluppando con più consapevolezza spunti innovativi già introdotti nel precedente Rubber Soul, a mio modo Revolver è il disco più influente, non solo della produzione dei fab four, ma di tutto il panorama musicale dalla metà del secolo scorso a oggi. E per certi versi, si dirà, non meno inquietante.

“Revolver” ha dischiuso orizzonti inediti, nel bene e nel maleRetro copertina Revolver

Opera seminale mai eguagliata la cui germinazione ha dischiuso orizzonti inediti, nel bene e nel male. Frutto di intarsi di genialità compositiva, capacità esecutiva e casualità intuitiva, mirabili e irripetibili. Facendo così assurgere gli stilemi della musica, rock ma non solo, a una dignità artistica impensabile.

Sin dall’ultimo brano in scaletta, ma il primo a essere inciso, Tomorrow never knows; in cui un errore di Lennon nell’inserimento di un nastro è valorizzato da McCartney, già interessato alle composizioni di avanguardia di Luciano Berio, grazie all’amicizia con la moglie, il mezzosoprano Cathy Berberian.

Sì che gran parte della musica che si ascolta è stata registrata al contrario di come in effetti eseguita. Al punto che ciò che in alcuni tratti sembra essere un assolo di chitarra, è in realtà un suono di violini.

Tecnica in assoluto mai utilizzata prima e che ritroviamo in I’m only sleeping ove su graffianti chitarre registrate al contrario Lennon ironizza su quello che si definiva come il logorio della vita moderna, irridendo quanti vivono correndo come pazzi, per poi infine scoprire che non ce ne sia alcun bisogno.

L’utilizzo di strumenti indianiI Beatles

Poi per la prima volta l’utilizzo esclusivo di strumenti indiani tabla e sitar, in Love you too di Harrison.
>Ancora inedito, con esiti ancor più sorprendentemente rivoluzionari, l’inusitato ricorso a una partitura classica affidata soltanto a un ottetto d’archi, per uno dei vertici creativi di McCartney, Eleanor Rigby.

E a un clavicordo del XVI secolo in For no one, pure di McCartney, per cui si parlò di pop barocco. L’utilizzo del rumore del mare e del fischio del nostromo, in funzione musicale, in Yellow Submarine.
Il raddoppio di una stessa pista col ritardo del 5%, come se ci siano due Lennon, in She said she said.
La critica feroce alle politiche fiscali del governo laburista, serrata almeno quanto il rock di Taxman.

Solo alcuni degli innumerevoli elementi di originalità di un disco la cui uscita precede di tre settimane un evento altrettanto decisivo nella storia dei Beatles: la loro ultima esibizione live a San Francisco. Da allora eccezion fatta per i pochissimi fortunati dirimpettai di Saville Row che assistettero alla nota esibizione sui tetti della Apple Corps, nessuno avrebbe più visto e sentito i Beatles suonare dal vivo.

L’abbandono delle scene

Un abbandono delle scene che se permise di affinare ancor più la futura discografia, fu il primo germe della separazione, giunta alla fine di quegli anni 60 che più di ogni altro avevano saputo caratterizzare. Come se dover affrontare per anni un popolo smisurato e delirante avesse cementato la loro alleanza. E come se per fronteggiare una popolarità mai più arrisa ad alcuno, dovessero agire come un tutt’uno. Venuta meno questa esigenza, iniziarono a dare spazio alla propria vena creativa sempre più da soli. In dischi ancora più ambiziosi ma sempre meno intrisi di quella gioiosità che aveva conquistato tutti.

Il primo videoclip dei Beatles
he Beatles nel primo videoclip della storia

Scoprendosi più vulnerabili di quanto, non solo il resto del mondo, ma essi stessi potessero pensare. Rifugiandosi così in vari percorsi esperienziali: Starr nella recitazione cinematografica; Harrison nella meditazione; McCartney nella ricerca artistica e musicale; Lennon nella spirale implosiva della droga.

Ma, paradosso, accomunati da una solitudine di fondo; che affiora già in Revolver. Anzi lo pervade. In testi inclini a pessimismo e cinismo, che esplorano i mutevoli ambiti delle dimensioni esistenziali. Nei quali il tema della solitudine s’intreccia con quello dell’incomunicabilità che ne è spesso la radice. E con quello della morte. Irrisa, quando tassata persino fino alla tomba; paventata, quando intravista sullo sfondo di  ogni dipendenza; elusa, quando stemperata, ma poi subita, in un atarassico nichilismo.

Così Revolver promana dall’angoscia, prima solo balenante poi sempre più assillante, per l’emergente prospettiva, pur nella rincorsa di una gioventù eletta a paradigma assoluto, di un traguardo inevitabile.

La scelta acromatica della copertiva rispecchiava l’angoscia esistenziale del gruppo

Ultimando Revolver
Ultimando Revolver

In tal senso forse può spiegarsi quella scelta acromatica, più o meno intenzionale, per la sua copertina. Sbiadiscono i colori quando l’uomo si pone di fronte al senso della vita e della morte; e si interroga. Ricerca che non può essere mediata da gradazioni cangianti ma risolta solo da risposte nette e definite. Antitetiche, se pur in ambo i casi definitive. A seconda se soli o in comunione. Bianco o nero, appunto.

Nel quadro più desolante del disco, forse anche non a caso composto e cantato da McCartney da solo, Eleanor Rigby vive in un sogno aspettando alla finestra, tenendo il volto in una caraffa e muore sola. Padre McKenzie prepara un sermone che nessuno ascolterà poiché al suo funerale nessuno verrà. Nessuno fu salvato… Epitaffio sconfortante ma chiave di accesso, se non di soluzione a quella ricerca.

Si vive e si muore soli se non si è in comunione coi fratelli… ma non si é in comunione coi fratelli se non si è in Comunione con Dio. Senza, non vi è salvezza. Con essa, la vita… senza di essa, la morte!
Resta solo da chiedersi se nel prosieguo del loro cammino, i Beatles abbiano saputo e potuto coglierlo. Dubbio suffragato da successivi percorsi di vita oscillanti tra il bianco e il nero… tra la vita e la morte.

Se mai possa proporsi una chiosa definitiva su Revolver, può dirsi segnare il punto in cui raggiungono l’acme al loro comune viaggio musicale e dal quale protendono lo sguardo alla comune meta finale…

                                                                           Giuseppe Longo