Caro Gesù Bambino,
anche quest’anno ho scelto di scriverti in prossimità del tuo Natale per intrattenermi familiarmente con te ed esternarti i sentimenti che albergano nel mio cuore e i desideri che tanto vorrei si realizzassero.
Il tuo Natale segna la conclusione del Giubileo della speranza che abbiamo celebrato in questo anno. Come pellegrini (e non viandanti) ci siamo messi in cammino, molti di noi hanno varcato le porte sante delle Basiliche romane, altri la nostra chiesa Cattedrale o uno dei Santuari indicati dal vescovo.
>Lo abbiamo fatto perché “siamo a corto di speranza” (don Tonino Bello) e conserviamo nel cuore il desiderio di crescere a dismisura in questa virtù teologale, che unitamente alla fede e alla carità, dà il leit motiv all’esistenza. Pertanto, ti chiedo, che concluso questo anno di Grazia, resti acceso, in ciascuno di noi, il fuoco della speranza che, come la colonna di fuoco dell’esodo (cap. 13), ci guidi nei sentieri tortuosi della storia e ci conduca a te, che sei la nostra unica speranza!
Anche quest’anno il Natale è segnato da guerre che oltre a seminare morte e distruzione mettono a rischio la stabilità mondiale. Dalla terra dove sei nato, all’Ucraina e in tanti parti del mondo, l’egemonia del potere prevale ancora una volta. A pagarne il caro prezzo sono i civili: inermi uomini, donne e bambini, che attoniti e sbigottiti vedono andare in frantumi quanto, con sacrificio e impegno, hanno costruito e realizzato.
>Tanti, tantissimi, hanno pagato con l’inestimabile dono della vita, la follia di una guerra, basti solo pensare che nella striscia di Gaza più di 20.000 bambini sono stati uccisi!

Vorrei avere la parola forte e profetica di Papa Francesco, che nel messaggio Urbi et Orbi del Natale 2013, gridava dalla loggia della Basilica Vaticana: “Cari fratelli e sorelle, in questo mondo, in questa umanità oggi è nato il Salvatore, che è Cristo Signore. Fermiamoci davanti al Bambino di Betlemme. Lasciamo che il nostro cuore si commuova: non abbiamo paura di questo … Lasciamolo riscaldare dalla tenerezza di Dio; abbiamo bisogno delle sue carezze. Le carezze di Dio non fanno ferite: le carezze di Dio ci danno pace e forza”.
“Abbiamo bisogno delle sue carezze. Dio è grande nell’amore, a Lui la lode e la gloria nei secoli! Dio è pace: chiediamogli che ci aiuti a costruirla ogni giorno, nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nazioni, nel mondo intero. Lasciamoci commuovere dalla bontà di Dio”.
Il Natale giunge a conclusione del cammino sinodale. Anni di riflessione maturati nell’ascolto reciproco, attenti ai segni dei tempi e a quanto lo Spirito ha suggerito. Nell’attesa di chiare indicazioni di percorsi pastorali, dobbiamo entrare sempre più nella mentalità sinodale perché da una pastorale di conservazione possiamo passare ad una autenticamente missionaria, con l’impegno prioritario di mettere te al centro di ogni attività, come ha ricordato, ai Vescovi Italiani, Papa Leone lo scorso 20 novembre ad Assisi.
“Guardare a Gesù è la prima cosa a cui anche noi siamo chiamati – ha detto. La ragione del nostro essere qui, infatti, è la fede in Lui, crocifisso e risorto …Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro (cfr 2Cor 5,14). E la fede in Lui, nostra pace (cfr Ef 2,14), ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace … La Parola e lo Spirito ci esortano ancora ad essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche nelle nostre comunità, dove, senza reticenze e timori, dobbiamo ascoltare e armonizzare le tensioni, sviluppando una cultura dell’incontro e diventando, così, profezia di pace per il mondo”.
Che la sinodalità non resti un documento di sociologismi sterili, ma una prassi cristocentrica e cristologica!
Vieni, ancora una volta, divino Bambino, in questo mondo traballante. Manda ancora una volta gli Angeli ad intonare il canto della pace e ad indirizzare i nostri passi verso Betlemme, la casa del pane, dove Maria e Giuseppe ci accoglieranno per mostrarci te, unico salvatore del mondo. E ci inviteranno a quella tavola per condividere il pane della fraternità, della gioia e della festa. Quel pane che spezziamo sui nostri altari, che sostiene i poveri in cammino, che ridona forza ai deboli, che ci riporta al gusto dell’essenziale. Quel pane che sei tu, onnipotente Signore che ti riveli nella fragilità di un bambino, nato per noi.
Buon Natale, Emmanuele, Dio-con-noi. Con il servo di Dio, don Tonino Bello, anch’io ripeto: “Vi auguro di capire che Natale non è un punto di arrivo ma di partenza. Natale non è un “punto a capo”: Natale è “due punti”: si apre, si deve aprire poi tutto un discorso. Dobbiamo tutti prendere coscienza con lucidità e determinazione che a Natale non si arriva, dal Natale si parte.
Per troppi cristiani tutto finisce a Natale, mentre tutto dovrebbe cominciare da lì: conta il giorno dopo Natale. Gesù è venuto non perché tutto restasse come prima, ma perché cambiasse la vita di tutti. Natale è rinascere noi e far nascere un mondo nuovo. Natale è qualcosa di nuovo che nasce dentro di noi, nel nostro cuore, nel santuario della nostra libertà. E’ il nostro cuore che fiorisce, che guarisce e che fa di noi le vere luci di Natale, le vere stelle di Natale”.
Don Roberto Strano
