Paralimpiadi, più di ogni medaglia

Un grande messaggio dalla straordinaria prova degli atleti con disabilità

Tanta gioia e commozione durante la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi di Londra 2012. Un successo planetario, oltre ogni più rosea previsione. Gare mozzafiato, risultati straordinari, record mondiali che sono crollati in tutti gli sport. Gli atleti portatori di disabilità hanno raccolto vincenti il simbolico scettro delle Olimpiadi degli atleti normodotati. Ci ha pensato il solito Oscar Pistorius a fare da anello di congiunzione tra le due manifestazioni. Il suo trionfo a braccia aperte nella finale dei 400 metri piani per atleti mono e biamputati sotto il ginocchio (tecnicamente T44 e T43 nella classificazione ufficiale) è la definitiva saldatura tra i due movimenti olimpico e paralimpico, chiude il cerchio delle gare corse venti giorni prima coi suoi colleghi bipedi. Alla sua corsa nello stadio Olimpico di Londra si accoderanno in tanti.

Certo resta il problema di come armonizzare le effettive differenze laddove ci sono sport che possono essere praticati solo con la carrozzina (come il basket o il rugby in carrozzina), e alcune malattie non concedono agli atleti con disabilità di competere con i normodotati. Ma i vari Pistorius sanciranno l’oggettiva inutilità della differenziazione tra gli atleti a causa della loro condizione: si dovrà per forza giungere ad avere una unica manifestazione che veda uniti gli atleti di tutto il mondo a prescindere dalla loro situazione. Forse non a Rio 2016, il prossimo appuntamento Olimpico e Paralimpico, ma perché non ai Giochi del 2020 che verranno assegnati prossimamente?

Anche organizzativamente la cosa non dovrebbe portare gravi problemi se è vero che tra le due manifestazioni londinesi sono volati via 28 giorni di gare. Ovvero gli impianti e la città di Londra sono stati tenuti festosamente sotto scacco per un mese. Una organizzazione precisa e, di certo, una capacità di selezione a monte potrebbero permettere la contemporanea partecipazione di tutti gli atleti con i loro sport, con le loro abilità.

Ecco, dovendo scegliere una parola che sintetizzi le Paralimpiadi 2012 è “abilità” che raggiunge l’apice. Perché questi 11 giorni londinesi di fine estate hanno avuto come protagonisti atleti che hanno fatto tesoro della loro situazione disabile per esaltare le abilità personali. Trovare dal male la forza positiva per esaltare ciò che il proprio corpo e la propria mente permettono è una manifestazione dell’ingegno e dello spirito umano. Tutti coloro che hanno corso, nuotato, tirato le bocce con la testa, giocato a calcio con il pallone sonoro e a pallavolo seduta non hanno praticato uno sport di ripiego per poveri esseri sfortunati e da compatire, non erano animali del circo addestrati, come malevolmente alcuni maestri di pensiero hanno tentato di insinuare: ma bensì hanno dato il massimo nel loro sport per il quale sono necessarie precise abilità sportive fatte di tecnica e di forza, di acume tattico e di fiducia nel proprio allenatore o nella propria guida in determinati casi.

Parlare di abilità semplifica di molto le cose per giungere a rendere il seme dell’unità sportiva olimpica e paralimpica sempre più produttivo: un campione è tale se eccelle nel suo sport, se dimostra di essere un grande uomo che dalla sconfitta trae insegnamento per ripartire e ritornare alla vittoria. Non è altro che un caso il fatto che gli atleti italiani abbiano conquistato 28 medaglie sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi londinesi. Ma deve far riflettere. Per esempio cominciando a eliminare da parte degli organismi sportivi italiani la odiosa sperequazione dei premi ai vincitori, visto che quelli paralimpici prendono circa la metà dei “normali”. Perché ci può essere una sconfitta della vita, può essere una malattia che condiziona. Ma cosa ha di diverso Cecilia Cammellini, la straordinaria campionessa di nuoto italiana che torna a casa dalle Paralimpiadi di Londra con 2 medaglie d’oro con record mondiale e due di bronzo, da Michael Phelps, lo straordinario nuotatore statunitense recordman olimpico per medaglie vinte? A parte che Cecilia è cieca dalla nascita ed ogni tanto sbanda in corsia, niente altro.

Si possono fare tanti nomi: Alex Zanardi, Oscar de Pellegrin, Martina Caironi, Annalisa Minetti, Federico Morlacchi, eroi dello sport, del loro sport, campioni a tutto tondo, perché un atleta può essere il più forte di tutti ma è campione solo quando lo è nella vita, nel rispetto per gli altri oltre che nella gloria della sua vittoria.

Massimo Lavena

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