Prima ancora di parlare di concorsi, premi e ore di studio, bisogna incontrare Alessandro: dieci anni, capelli scuri, occhi vivaci e quella curiosità intelligente che gli illumina il volto quando racconta ciò che ama. Basta però nominarlo, il pianoforte, perché il suo sguardo cambi: davanti ai tasti non c’è più soltanto un bambino ma qualcuno che ha già trovato il proprio modo di raccontarsi.
“Quando suono mi sento felice. È anche uno sfogo. Per me il pianoforte è tutto“. 
Parole semplici, pronunciate senza enfasi che raccontano una passione nata quasi per caso. Da piccolissimo Alessandro giocava con una pianola, premendo sui tasti, senza sapere ancora dove lo avrebbe condotto quella curiosità. A sei anni ha cominciato a studiare da autodidatta; l’anno successivo è arrivato alla scuola Free Sound di Viagrande, dove ha incontrato la sua insegnante, Loredana Seminato. Da allora il gioco si è trasformato in impegno, senza però perdere la dimensione della scoperta.
Come nascono le tue composizioni?
Dal cuore. Le melodie arrivano quasi dal nulla. Mi siedo al pianoforte e suono.
Le sue composizioni nascono infatti quando meno se lo aspetta. Non quando decide di “dover” comporre, ma quando arriva l’ispirazione. È successo con “L’Altalena”, scritta a sei anni e con “Rinascita”, nata da due parole suggerite dalla mamma: “gioia ed estate”. E una melodia ancora senza titolo è arrivata addirittura mentre faceva la doccia, canticchiando.
Alessandro Meli è un bambino che sembra avere già compreso una cosa importante: la musica non serve soltanto a essere eseguita, ma anche a dare una forma alle emozioni.
Il pianoforte è soprattutto talento o sacrificio?
Talento con l’impegno.
Una risposta che racconta anche il percorso compiuto negli ultimi anni. Alessandro, si è infatti distinto in diversi concorsi nazionali e internazionali, conquistando primi premi e primi premi assoluti. Nel maggio 2026 ha ottenuto il primo premio al Concorso Internazionale Amigdala e il secondo premio al concorso “Francesco Pennisi”. Ma i trofei, in casa, non sono il punto d’arrivo.

I genitori insistono soprattutto sul valore dello studio: “Se hai un dono, devi farlo fruttare. Non per primeggiare sugli altri ma per migliorare te stesso”. Anche l’errore, spiegano, ha un suo valore: “Serve a capire dove hai sbagliato e a fare meglio”.
Alessandro sembra avere raccolto la sfida. La sua giornata ideale al pianoforte è fatta di tecnica, scale, esercizi per la velocità, preparazione dei brani e, infine, uno spazio completamente libero. Quello in cui può improvvisare e lasciare che siano le emozioni a guidare le dita.
E fuori dal pianoforte? Ci sono i videogiochi, il calcio, il teatro e l’ascolto della musica. Ama Chopin e Liszt, ma anche Lucio Battisti e Ornella Vanoni. Tra i pianisti contemporanei guarda a Lang Lang, soprattutto per il “tocco”: quella capacità di dosare la pressione sui tasti per trasformare una nota in un’emozione. Forse è proprio questo che Alessandro Meli sta imparando, nota dopo nota: che un talento non è un punto d’arrivo ma una responsabilità da coltivare. E che la musica, prima di riempire una sala da concerto, deve riuscire a riempire il cuore di chi la suona. Il suo, a giudicare da quelle mani che cercano i tasti, ha già cominciato a parlare.
Caterina Maria Torrisi
