Progetto Policoro, in 15 anni 500 imprese e lavoro per 4.000 giovani

“Lo sviluppo complessivo delle regioni meridionali dipende dalla crescita di nuove generazioni dotate di senso civico, rettitudine etica, capacità e dedizione, per costruire un tessuto sociale nuovo”: sono le parole usate da mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Cei, per spiegare la dimensione educativa del Progetto Policoro, a 15 anni dalla sua nascita per volontà di don Mario Operti, che ha così promosso la cooperazione di tre Uffici della Cei (problemi sociali e lavoro, pastorale giovanile e Caritas). Da allora, con l’intento di  aiutare i giovani del Sud ad orientarsi rispetto alla loro vocazione umana e professionale attraverso percorsi formativi che li accompagnano alla ricerca attiva del lavoro e nella creazione d’impresa, sono stati incontrati migliaia di giovani, sono nate circa 500 imprese, e sono oltre 4000 i ragazzi occupati provenienti da 90 diocesi. “Il Progetto – ha spiegato il segretario generale della Cei mons. Crociata – rende il giovane protagonista del cammino della sua vita, esercitandone la libertà. La dimensione educativa è costruita così attorno tre poli: la persona, la responsabilità educativa delle comunità, il coinvolgimento di associazioni”.

Il convegno per i 15 anni del Progetto Policoro si è svolto a Palermo, a metà maggio, al termine del 23° Corso di formazione per animatori di comunità, che ha coinvolto oltre 150 giovani provenienti da tutte le diocesi d’Italia. “Solo  mediante la condivisione dei talenti e al contributo di tutti – ha precisato il direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro mons. Casile – si può imboccare il cammino di responsabilità nell’evangelizzazione e nella promozione umana”. Se secondo l’arcivescovo di Palermo card. Paolo Romeo “il cammino nel rispetto e nei diritti è possibile se si rinnova l’uomo nella sua totalità”, il direttore del Servizio nazionale Ufficio Pastorale giovanile don Nicolò Anselmi, ha spiegato che il Progetto ha tanto successo perché “tocca un bisogno vero del mondo giovanile, la richiesta di felicità, che poi è lo scopo ultimo dell’educazione” .

Sono tantissimi i giovani che hanno deciso di prendere in mano la loro vita, e di fare della fede il comune denominatore di ogni scelta, nonostante le difficoltà. “Non possiamo più aspettare che gli altri facciano qualcosa, dobbiamo impegnarci noi in prima persona, acquisire competenze, intrecciare legami tra le persone”, dice Claudia, 26 anni, di Nuoro, assistente sociale in un centro della diocesi: “La fede è il fondamento per la vita, e quindi anche per il lavoro. Se non fosse la cosa più importante molti non sarebbero qui. Qualcosa si può cambiare, e la Chiesa dimostra di esserci”. Marzia, 28 anni, di Nicosia e al terzo anno di corso, sostiene che grazie al Progetto lei e altri ragazzi hanno acquisito una “mentalità volta all’impegno, alla legalità”, e che i risultati sono tangibili: “Per i ragazzi che riescono a realizzare qualcosa si passa dal sogno al segno. Le imprese concrete di queste anni sono tutti sogni tramutati in segni”.

Vincenzo Bova, giovane cosentino impegnato nella cooperativa “Pietre Vive”, che si occupa di disagi, gestisce assieme ad altri ragazzi un centro socio-educativo che accoglie minori disabili, e ha trasformato la biblioteca diocesana in una ricca (e frequentatissima) miniera di studi sul Meridione. “Il Vangelo – dice Vincenzo – mi accompagna in tutte le cose che faccio, per questo il Progetto Policoro mi ha cambiato la vita”. Sono tante le storie come quella di Vincenzo, maturate grazie alla collaborazione con il Progetto Polidoro delle Casse rurali del territorio e le Banche di Credito Cooperativo: basti pensare ai disabili accolti nel Centro di Francavilla Fontana in Puglia, ai ricami dei ragazzi della cooperativa “Coras” di Reggio Calabria, alla musica prodotta dalla “Shine Records” di Ragusa, ai prodotti biologici coltivati a Gioia Tauro dalla cooperativa “Valle del Marro-Libera Terra” nei campi confiscati alla malavita. “Per chi vive al Sud sperare è difficile, ma non impossibile: possiamo farlo solo passando attraverso la croce di Cristo – ha detto il direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo Giuseppe Savagnone ­-. Lo sviluppo è prima di tutto una vocazione, passa attraverso la libertà di crescita, di pensare, di riuscire a creare un tessuto umano”. Anche perché, come amava ripetere don Mario Operti: “Il mondo è differente, il senso del lavoro è cambiato, ci sono sfide nuove da affrontare. Ma la Chiesa ha una parola in più da portare: la speranza. Non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nelle intelligenze e nel cuore delle persone”.

Lorena Leonardi

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