Racconti / Inedito_16: Il prode Micheletto, re del pedale e del fischietto (1^ parte)

Una storia fantastica, ispirata ad un personaggio vero.

         Durante l’inverno, Micheletto era un semplice docente precario di materie scientifiche con la passione della fotografia. Infatti insegnava saltuariamente nelle scuole superiori della zona etnea, e quando gli andava bene prendeva qualche supplenza annuale, con cui era a posto per tutto l’anno scolastico, da settembre a giugno. Alla fotografia poi si dedicava un paio d’ore la settimana, frequentando ogni giovedì sera il circolo cinefotografico “Consolare” di cui era socio, e facendo saltuariamente qualche scatto con la sua potente macchina digitale, preferendo – quali soggetti di ripresa – paesaggi, opere d’arte e belle donne. Insomma, una persona normalissima in tutto e per tutto. Aveva, naturalmente, anche una sua vita familiare del tutto normale, essendo felicemente sposato con Acatella, una donna simpatica e piuttosto in carne, che non sfigurava assolutamente accanto a lui perché pure lui era piuttosto tarchiato, specie nella parte centrale (cioè nella pancia). Dalla loro unione erano nate due figlie: Bianca (20 anni), dalla pelle chiarissima e di costituzione minuta e magrolina; e Grossettina (14 anni), che, a differenza della sorella, era invece alta e robusta.

         Ma, quando arrivava la primavera, Micheletto cambiava radicalmente e tirava fuori l’oggetto della sua passione principale: la bicicletta! Possedeva infatti una robustissima, solidissima, potentissima quanto costosissima bici da corsa. All’arrivo dei primi tepori primaverili egli indossava la sua variopinta tutina da ciclista, il suo casco iridato e le sue scarpette gialle e nere, e, inforcata la sua bicicletta, dopo averla pulita e lucidata per bene, cominciava a scorrazzare, da solo o con altri amici amanti del ciclismo, su e giù per i tornanti dell’Etna o del monte Tauro, o lungo le strade della Piana di Catania, spingendosi fino ai paesini più sperduti del calatino o dell’entroterra ennese. La sua passione per la bici diventava allora una cosa irrefrenabile e irrinunciabile, e non passava settimana senza che facesse almeno due escursioni. Questo era anche il periodo in cui cominciavano i suoi bisticci stagionali con la moglie Acatella, perché per dedicarsi alla bicicletta utilizzava tutto il suo tempo libero anche a discapito di qualche altro impegno, entrando quindi spesso in aperto contrasto con la moglie, la quale avrebbe preferito che dedicasse un po’ più del suo tempo libero a lei ed alla famiglia. Ma Micheletto poneva il suo interesse per la bicicletta al di sopra di qualunque altra cosa, pur continuando, tuttavia, a non trascurare i suoi doveri familiari ed a mantenere intatto il suo amore per la moglie e la famiglia. Ma la bicicletta innanzi tutto! Certo, se si fosse trattato di una questione di vita o di morte, avrebbe sicuramente scelto la moglie. O se si fosse trovato in una situazione come quella del gioco della torre, non avrebbe di certo buttato giù la moglie (pur se con qualche perplessità). Tutto questo però non significa che fosse un cattivo marito, anzi! Riempiva la sua Acatella di mille attenzioni e tenerezze. Le faceva la spesa una volta la settimana e andava ogni giorno a comprarle il giornale e le sigarette. La domenica, addirittura, le friggeva le melanzane, le impanava le cotolette e le infornava la pasta al forno. E poi le svitava la caffettiera per agevolarne la pulizia e le riponeva in bell’ordine dentro il lavello tutti i piatti e le pentole da lavare. E una volta all’anno si offriva pure di fare manicure e pedicure per tutti, tagliando e limando unghie a tutta la famiglia, compreso il cane.

         Già, il cane. Perché in famiglia, dimenticavamo, c’era anche un cane: un piccolissimo cane yorkshire – anzi, per l’esattezza, una cagnetta – di color nocciola, con minuscole orecchie nere a punta e la codina microscopica, che rispondeva al nome di Pulce. Il suo ingresso in famiglia era stato molto avventuroso, perché Acatella non sopportava i cani e gli animali in genere, e quando ne vedeva qualcuno cambiava strada. Per cui, solo dopo molte insistenze della figlia Bianca, che invece amava tantissimo gli animali, era stata accettata la presenza in casa di Pulce, a patto che stesse il più lontano possibile da Acatella e che Bianca si occupasse in tutto e per tutto di lei, dall’alimentazione al bagnetto settimanale, dalle passeggiate igieniche alle visite mediche, dalle coccole ai richiami. E così era stato, con Acatella che strillava ogni volta che Pulce tentava di entrare nel suo raggio d’azione e Pulce che, avendo capito la situazione, era diventata l’ombra di Bianca.

         A fine giugno, quando finiva la scuola, Micheletto si trasferiva con tutta la famiglia al mare, in una casa ubicata a due passi dalla spiaggia in uno dei tanti ridenti borghi marinari che si trovano ai piedi della Timpa. Per fare il trasloco, egli agganciava alla sua potente bicicletta da corsa un rimorchietto a forma di carrozzetta a tre posti con sovrastante portabagagli, attrezzato appositamente per lo scopo. Nella carrozzetta prendevano posto sua moglie Acatella avanti, che aveva il compito di mantenere la stabilità e l’equilibrio di tutto l’apparato, e le figlie Bianca e Grossettina dietro. Sopra il portabagagli venivano caricati tutti i bagagli: valigie, scatole, scatolette, ombrelloni, piccoli elettrodomestici e tanto altro ancora che serviva per il soggiorno al mare. Nello spazio rimasto utilizzabile all’interno della carrozzetta venivano invece stipate tutte le borse della spesa, collocate in posizione strategica per cercare di equilibrare il peso in maniera uniforme. Infine la cagnetta Pulce andava ad accucciarsi dentro il cestino che Micheletto montava per l’occasione davanti al manubrio. Questo singolare veicolo prendeva dunque la strada per il mare, sbandando a destra e a sinistra e oscillando pericolosamente nelle curve, dapprima con molta fatica e poi sempre più speditamente, man mano che cominciava la discesa, con Acatella che svolgeva la delicata funzione di frenatrice della carrozzetta posteriore, onde evitare che la stessa potesse tamponare la bici trainante o addirittura capottare. A volte non bastava un solo viaggio per portare tutti i bagagli, ed allora Micheletto ripartiva con la carrozzetta vuota, portando con sé solo Acatella – per la sua importante funzione di frenatrice in discesa – e completava il trasporto, sfruttando stavolta anche i posti lasciati vuoti dalle figlie ed il cestino di Pulce. Ma il problema più grosso era poi il viaggio di ritorno, quando, a fine estate, bisognava riportare a casa tutto il materiale sceso non solo all’inizio della stagione, ma anche nel corso dei mesi estivi, perché durante il soggiorno al mare ci si accorgeva sempre di aver dimenticato qualche cosa e Micheletto doveva correre a casa a prenderla. A settembre, per il rientro, era quindi necessario fare almeno tre viaggi a pieno carico, e stavolta la musica era totalmente diversa. Perché “di scinnuta, ogni santu aiuta”, ma in salita eran dolori… dolori per i polpacci di Micheletto, e dolori per la sua bici, che lungo le salite della Timpa a volte stentava ad arrancare, ed allora Acatella, Bianca e Grossettina dovevano scendere dalla carrozzetta e spingere fin che finiva la salita. Solo Pulce aveva il diritto di restare al suo posto dentro il suo cestino, oltre a Micheletto, naturalmente, che sbuffava come un mantice ed alla fine della giornata aveva poi bisogno di due giorni e due notti di riposo. (Continua 1)

Nino De Maria

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