Racconti / La pecora bianca

Era così bianca che sembrava una nuvola.

Di quelle nuvole bianche bianche, ricce, morbide se potessi toccarle, che sembrano un gregge di pecore bianche.

E lei era proprio una pecora bianca.

Il problema era che viveva in un gregge di pecore nere.

L’idea era venuta al proprietario di un lanificio, che aveva pensato di risparmiare sul colore e usare direttamente lana nera per fare i maglioni neri.

Sembrava una cosa banale, ma prima non ci aveva pensato nessuno. Così aveva incaricato una squadra di scienziati, pastori e veterinari per selezionare greggi fatti tutti di pecore nere.

Loro si erano messi subito al lavoro,cercando pecore nere per tutte le campagne, acquistandole a poco prezzo perché i pastori erano felici di sbarazzarsene, e si era formato un piccolo gregge di pecore nere, che avevano fatto nascere agnellini tutti neri.

Negli anni erano diventate centinaia e poi migliaia, tutte nere.pecoranera

Solo il latte era rimasto bianco, ma già gli scienziati stavano studiando come farlo scuro, e risparmiare sul caffè per il cappuccino.

Un giorno era nato lui: la sua mamma e il suo papà lo avevano guardato stranizzati, da generazioni si erano scordati di quando tutte le pecore erano bianche, e ormai una pecora bianca era una vera rarità.

Tutti si chiesero come fosse potuto accadere, visto che genitori, nonni e bisnonni erano tutti neri, così neri che sembravano spazzacamini che avevano appena terminato il loro turno di lavoro. Ma gli scienziati li tranquillizzarono, spiegando che alcune caratteristiche possono rispuntare anche dopo molte generazioni.

Così si rassegnarono; volevano chiamarlo Bianchino, ma gli sembrava troppo scontato: lo chiamarono Bianchetto, un po’ perché era più elegante, un po’ forse perché gli venivano in mente quelle specie di penne piene di un liquido bianco, bianchetto appunto, che serve per correggere gli errori.

E, in fondo, consideravano Bianchetto proprio un errore della natura.

Bianchetto crebbe, e poi andò a scuola: in classe naturalmente erano tutti agnellini neri, così neri che neanche si vedevano se si sporcavano d’inchiostro. Tranne lui, Bianchetto, che sì, si sporcava con l’inchiostro, però restava pulito quando usava i gessetti bianchi alla lavagna o facevano le battaglie, durante la ricreazione, con i cancellini bianchi di gesso.

I compagni non lo trattavano male, ma lo accettavano così così, come se fosse di qualche strana razza di pecore: le agnelline lo scrutavano dalla testa ai piedi, passando per la coda, bianca anche quella, come se fosse una pecora marziana.

Ormai nessuno di loro sapeva che in origine le pecore erano tutte bianche e producevano lana bianca: nei libri di scuola le immagini erano tutte di pecore nere e la storia non andava più indietro del primo storico gregge di pecore tutte nere.

Ma un giorno, sfogliando in biblioteca un vecchissimo libro di geografia, trovò le foto di un lontano paese: lì era pieno di pecore, greggi infiniti, con una lana spessa e riccia tutta bianca; sconfinati prati verdi e distese di greggi di pecore bianche.

“Ma questo è il paradiso delle pecore!” esclamò “Se riuscissi ad andarci sarei felice! Ma chissà dove si trova e come ci si arriva…”

Cominciò così a cercare per tutta la biblioteca libri su quel magnifico paese, ma non c’era molto: solo qualche notizia su vecchi libri di storia che parlavano dei tempi quando le pecore erano bianche; un libro di scienze, dove un illustre studioso sosteneva che in origine tutte le pecore erano bianche e le pecore nere erano un’eccezione e poi quel bellissimo libro di geografia in cui

si descriveva quel paese molto lontano, dalla parte opposta del mondo.

Domandò anche notizie all’anziana bibliotecaria, che gli confermò di avere sentito parlare anche lei di un paese dove tutte le pecore erano bianche, ma non seppe dirgli dove fosse e come arrivarci.

Era ormai tardi, così chiese in prestito il libro e se lo portò a casa, nascondendolo in mezzo alla lana per non farlo vedere ai suoi.

Salutò tutti, fece merenda e corse a chiudersi nella sua stanza. Riprese a sfogliare il libro: era incantato da quel mare di pecore bianche, che non si potevano neanche contare, o forse sì. Provò a contare tutte le pecore su un paginone doppio al centro del libro: una, due, dieci, cento, duecento, trecento…

Si sa che contare le pecore fa venire sonno, così si addormentò e cominciò a sognare.

Sognò di partire per quel lontano paese, di attraversare prati, boschi, pianure e montagne, di passare un deserto arido, senz’acqua, e di arrivare al mare. E lì di imbarcarsi su una zattera, con tanti altri come lui e finalmente dopo una lunga e pericolosa traversata di arrivare in quel meraviglioso paese.

L’accoglienza fu veramente da sogno: venne ad accoglierli personalmente il sindaco, con indosso la fascia (di lana naturalmente), con la banda e il comitato dei festeggiamenti.

Via via che percorrevano le strade c’erano ovunque striscioni di benvenuto.

Gli diedero un bellissimo ovile, dove già c’era un gregge di pecore,tutte bianchissime e premurose nell’accoglierlo: gli mostrarono i pascoli migliori e le sorgenti d’acqua pulita.

La vita scorreva serena, si stava bene e Bianchetto si era fatto tanti amici. Ma un giorno, guardandosi la coda, vide una cosa molto strana: c’era qualcosa di scuro tra i peli. Pensò fosse un filo d’erba secca, o del fango; ma guardando meglio si accorse che un pelo della coda era spuntato di colore nero. “Poco male” disse “è uno su un milione, non se ne accorgerà nessuno e poi cadrà da solo fra qualche tempo.”

Invece l’indomani i peli neri erano due, poi quattro, venti, cento, finché tutta la coda diventò nera. Tutte le pecore bianche cominciarono a guardarlo con sospetto:

“Sarà una pecora nera tinta di bianco e sta scolorendo”

“Magari sarà una spia”

“Oppure avrà una malattia contagiosa e rischiamo di diventare tutte nere”

Così Bianchetto fu messo in un recinto da solo; gli davano da mangiare e da bere una volta al giorno, ma nessuno gli si avvicinava né gli parlava, neanche a distanza. Provò a scappare, ma i muri erano alti; pensa e ripensa intrecciò una corda con lana e fili d’erba, la lanciò al di là del muro e cominciò ad arrampicarsi; ma la corda si ruppe e cadde pesantemente a terra…e si svegliò.

Era caduto dalla sedia dove si era addormentato, e il pesante librone di geografia gli era caduto addosso, aperto sulla foto del paese delle pecore bianche.

Si rialzò, si ripulì dalla polvere e ripulì anche il libro, per poterlo riportare l’indomani in biblioteca.

Certo, quel meraviglioso paese dove tutte le pecore erano bianche gli era rimasto impresso: ci pensava spesso, viaggiava con la fantasia.

Ma alla fine pensava che se poteva succedere realmente quello che aveva sognato forse non valeva la pena di andare nella parte opposta del mondo.

Se lo chiedeva anche il pastore del gregge, che era un uomo con la pelle più scura dei pastori degli altri greggi e degli abitanti della grande città.

Cos’era peggio? Nascere bianco in mezzo alle pecore nere o nero in mezzo alle pecore bianche?

Solo le zebre non hanno questi problemi di colore…

Pippo Scudero