Dopo il nutritivo incontro due settimane addietro sempre sul venturo quesito referendario ad Aci Sant’Antonio, andando ancora più sul merito e con conferenzieri autenticamente qualificati, nella sala stampa “Vito Finocchiaro” del municipio di Acireale si è svolta una conferenza dal titolo “Perché votare no”. L’incontro è stato coordinato da Citto Leotta, esponente del “Comitato per il no”, e tenuto dall’avvocato Enzo Mellia e dal giudice Giulio Toscano.
Un preambolo è d’uopo: sabato 22 e domenica 23 marzo venturi i seggi si apriranno per votare a favore o contro il referendum sulla giustizia. Ma cosa significa referendum sulla giustizia? Svincolandosi dal titolo assegnato alla legge, il quesito verterà nel concreto sulla riforma della magistratura. Ossia principalmente sulla separazione della carriera del magistrato giudicante da quella del pubblico ministero.
Ad avviare il dibattito il moderatore Citto Leotta: “Oggi disquisiremo delle ragioni che hanno mosso questa necessaria riforma della giustizia. Sul come questa mira ad intaccare sette articoli della Costituzione e della poca informazione in merito alle conseguenze nell’ipotesi dovesse vincere il sì. Un Csm (Consiglio superiore della magistratura) spaccato in due. Qui i membri laici, ovvero i professori e gli avvocati che ne fanno parte accanto ai magistrati, vengono sorteggiati da una ristretta lista politica. Dunque, non frapponendo ulteriori indugi – ha concluso Leotta – dò voce ai nostri due illustri relatori l’avvocato Enzo Mellia e il magistrato Giulio Toscano”.
Referendum sulla giustizia / l’ ‘arringa’ di Enzo Mellia
Dopo questa nucleare introduzione prende via l’“arringa” di Enzo Mellia: “La pseudo-riforma della giustizia serve solo ad avvicinare la politica alle aule di giustizia. Un Csm diviso non è un bene per il funzionamento della giustizia e quindi per il singolo cittadino che vedrà garantiti meno i propri diritti. E adesso spiegherò il perché.
Il processo, con questa riforma, diventerà accusatorio a tutti gli effetti e non solo sulla carta, o almeno questo è quello che vi dicono. Ma un pubblico ministero slegato dai giudici finirà con l’avvicinarsi sempre più alla polizia giudiziaria, divenendo esso stesso poliziotto giudiziario. Quindi lo svolgimento processuale – ha scandito Mellia – assumerà paradossalmente un carattere maggiormente inquisitorio. E da privato cittadino mi sentirei più sicuro e tutelato davanti ad un giudice piuttosto che ad un poliziotto. La cronaca degli ultimi nostri giorni docet”.
“Non vorrei annoiare l’uditorio con un’astratta lezione – ha esordito Giulio Toscano – ma essere alquanto concreto in una materia non facile. Riprendendo il discorso prima accennato, a mio modo di vedere, che poi è così, avremmo, passando questa riforma, un Pm all’americana, che non fa indagini in quanto in America e in Gran Bretagna le indagini e le prove le raccolgono la polizia locale o Scotland Yard. E il pubblico ministero diventa a tutti gli effetti l’avvocato dell’accusa.
Vorrei portare alla vostra attenzione il fatto che un bravo pubblico ministero è necessario che passi dalla controparte, la giudicante, per capire come imbastire le indagini: nove anni, alla fine dei quali, si può poi passare da giudicante a Pm. Ed infine – queste le ultime parole del giudice – trovo pretestuoso ed ingenuo credere che il sorteggio del Csm possa eliminare il correntismo. I sorteggiati, per forza maggiore, faranno unione e formeranno un aggregato di potere. Cartesio scriveva che la giustizia nel suo esercizio debba essere accompagnata dal buonsenso”.
Una giustizia sempre più privata
Venendo al dunque dei fatti, si voterà su una riforma fatta di sottigliezze e chiusa nell’astrattezza, il cui fine ultimo è una giustizia sempre più privata. Non bisogna avere la scienza della logica per comprendere che il pubblico ministero, divenendo l’avvocato dell’accusa, potrà scegliere quali prove ostendere e se dare avvio effettivo alle indagini nei confronti di terzi.
Un avvocato de facto: non sarà la politica ma il notabilato che, per mezzo della prima, ne farà mosto per l’inverno. Non tutti sanno qual è la differenza che incorre fra processo inquisitorio ed accusatorio. In poche tracce, nel primo le prove sono acquisite prima del processo, nel secondo in fieri.
E, infine, la croce e il vessillo della miglioria sulla giustizia: la supposta eguaglianza fra parte accusatoria e difesa – eguaglianza esteriore e formale e dunque infattibile – relegherebbe le aule dei tribunali nell’eburnea torre dell’astratto legalismo. Il cui unico fine sarebbe il pronunziare sentenze e non la ricerca della verità.
>Non il buonsenso del Descartes, parola buona per ogni affare che si rivela illogica ed anemica quando si scende nel particolare, ma la sapienza e la lungimiranza ci auguriamo potranno guidare le sorti dell’urna.
Giosuè Consoli
