IL 20 settembre nel salone di rappresentanza del palazzo della Prefettura di Catania si è celebrata la Prima Giornata dei militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il Prefetto di Catania, Pietro Signoriello, ha introdotto i lavori di consegna delle onorificenze spiegando le origini legislative dell’evento citando le due leggi complementari, l. 27/12/2006 n. 296 e l.13 gennaio 2025 e la volontà di rendere onore ai militari deportati nei lager nazisti dedicando loro una giornata che è costola della Giornata internazionale della Memoria che si celebra il 28 gennaio.
La giornata, organizzata di concerto con il Provveditore agli Studi di Catania, ha accolto gli allievi dell’ISS ”G.B.Vaccarini” e dell’Istituto nautico “Duca degli Abruzzi”. Ad essi è stato affidato il compito, in rappresentanza di tutti i giovani, di essere ”testimoni indiretti credibili e attori di pace e sviluppo”.
Testimonianze di militari internati nei campi di concentramento tedeschi
Durante la cerimonia il presidente dell’ Associazione nazionale Ex Internati, Domenico Palermo, ha riportato testimonianze dei militari ( ex IMI) deportati e internati e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra tedesca.
Per non dimenticare la Seconda guerra mondiale, tempo della follia di pochi e del coraggio di quanti, civili e militari, onorarono i propri ideali e l’Italia rifiutando di collaborare con forza e dignità con lo stato nazionalsocialista e la Repubblica sociale italiana dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una forma di Resistenza attuata accettandone le conseguenze senza perdere la propria umanità in un clima di terrore, orrore, annientamento.

Oltre i fatti storici parlano le esperienze di migliaia di uomini che hanno agito nel silenzio tessendo, quando possibile, fragili reti di mutuo soccorso. Esperienze raccontate quasi come “favole” ai propri familiari. Ferite mai rimarginate nell’intimo ma che mostrano un cammino luminoso lastricato di dignità, onore, resilienza. Esempi da tramandare ai giovani “per assumere un ruolo chiaro anche nell’evidenza della memoria storica del secolo scorso. E nella prevenzione di scenari futuri dovuti all’incertezza del presente”.
Sei le onorificenze consegnate ai parenti dei militari segnalati Per l’alto valore civico della manifestazione erano presenti i sindaci delle città di residenza. La sindaca Margherita Ferro ha avuto l’onore di accompagnare Maria Grazia Rigano, nipote del militare internato Giuseppe Rigano. La donna ha ricevuto dalle mani del Prefetto il prestigioso riconoscimento.
Militari internati nei campi di concentramento / Il calvario di Giuseppe Rigano raccontato dalla nipote Maria Grazia
Si riporta il racconto dell’esperienza vissuta dal nonno gentilmente rilasciato dalla professoressa Maria Grazia Rigano.
E’ con immensa gioia e profonda emozione che oggi la mia famiglia riceve questo importante riconoscimento: la medaglia d’onore alla memoria di mio nonno Giuseppe Rigano. Per noi tutti qui presenti questa cerimonia rappresenta la testimonianza che il nostro Paese non ha dimenticato questi eroi. Anzi li onora e celebra la loro eredità.
La storia di mio nonno non è molto diversa da quella di tanti soldati che dopo l’8 settembre del 1943 vennero catturati dalle milizie naziste e deportati nei campi di concentramento. Mio nonno per un caso assolutamente fortunato riuscì a sopravvivere e a tornare a casa nel 1945. Ma il ricordo di quanto aveva vissuto in quei terribili due anni non lo abbandonò mai. Riuscì a costruire una famiglia, lavorando onestamente e facendo studiare i suoi figli, ai quali ha trasmesso i suoi valori, in primo luogo l’onestà e la dignità. Ma quegli anni trascorsi nel campo di prigionia in Germania erano sempre vivi, dolorosamente vivi nella sua memoria. 
Il racconto di quanto vissuto sfumava nel suo sorriso, nella frase:”E’ passato, non c’è piu”. Per questo mio padre non ha mai insistito perché mio nonno raccontasse i dettagli degli orrori vissuti nei lager: comprendeva il suo dolore nel parlarne.
Io, invece, nella mia ingenuità di bambina, chiedevo spesso al mio nonnino di raccontarmi ciò che ai miei occhi appariva incredibile. E lui, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per accontentarmi, mi diceva che era stato prigioniero in Germania. Che non aveva i suoi vestiti ma solo un vecchio lacero paltò. E che c’era tanta neve, tanta neve sui binari da spalare, dopo avervi buttato il sale e tanto… tantissimo freddo.
Un esperienza di umiliazioni e di stenti
Non aveva scarpe ma si era procurato due pezzi di copertoni e e li aveva legati con due lacci. Mi raccontava che soffriva la fame, che per sopravvivere aveva mangiato anche bucce di patate scaldate sul muro del camino del capannone. Una volta si era conteso una mezza carota con un topo.
Mi raccontava che ogni giorno era costretto a lavorare sotto il controllo attento di soldati tedeschi, che spesso offendevano lui e gli altri prigionieri con parole indegne di un uomo. Altre volte li picchiavano con il calcio del fucile. Mi raccontava che una volta un soldato tedesco si era divertito, dall’alto della torretta, a sparare su di lui per vederlo correre da una parte all’altra del campo in cerca di riparo.
Ma il ricordo che gli procurava maggiore sofferenza era quello della decimazione a cui fu sottoposto e nella quale per un caso non venne ucciso. Il suo compagno di prigionia, invece, venne ucciso… brutalmente, spietatamente, ingiustamente e inutilmente.
Perché a questi prigionieri, che lavoravano duramente nei lager, veniva periodicamente data la possibilità di lasciare il campo di concentramento e combattere per la Germania e la neonata Repubblica di Salò. C’era bisogno di soldati, di altri eserciti e non di prigionieri.
Ma mio nonno, insieme a tanti altri italiani, si rifiutò di combattere con le truppe nazifasciste. Scelse le sofferenze del lager, preferì il rischio di perdere la vita. Ma non volle tradire i suoi ideali, che sento di potere racchiudere in una sola parola: umanità.
Solo nell’aprile del 1945 mio nonno potè tornare a casa; pesava 30 chili, ma aveva intatta la sua dignità”.
Angela Pirronello
