Riflessione / Inclusione o, piuttosto prossimità ?

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integrazione inclusione

Includere. Dal latino includĕre (composto di in e claudĕre): chiudere dentro o racchiudere in un insieme o inglobare in un gruppo (Treccani). Inclusione: un roveto che infesta il florilegio del lessico. Come il suo aggettivo derivato, inclusivo; ormai nel senso letterale del termine, formula trita e ritrita. Sfruttata, e abusata, fino all’esaurimento; leitmotiv di ovvietà a cui si ricorre oggi sempre più, con arbitraria licenza, quando si indulge a voler infarcire il proprio eloquio, di un accattivante buonismo.

Confesso una personale idiosincrasia per una determinata terminologia, quando è usurpata e distorta. Esito della sua progressiva e endemica semplificazione; che sfocia in una banalizzazione del concetto che si intenderebbe esprimere o in una approssimazione del fenomeno che si vorrebbe descrivere. Così è per l’inclusione; chiave di volta per garantire alla propria dissertazione l’altrui approvazione, quale che sia il micro o macrocosmo in cui sia… inclusa: famiglia, scuola, società, nazione, mondo.  Ritenendo che essa includa ogni possibile propensione all’altro, vieppiù se per vari motivi, più debole.

Alto là! Immagino già che qualche lettore, che mi scuserà se apostroferò sin d’ora precipitoso, si stia affrettando a prefigurare in quanto detto, echi, se non intenti, elitari, settari, o a dirla tutta, egoistici. Se volesse però ancora includere tali riflessioni, giungerebbe invece al vero nocciolo della questione.

Inclusione ph Andrey Popov
Foto Andrey Popov

Siamo seri. La questione non è solo lessicale ma sostanziale; poichè la parola in sè esprime una realtà. Francamente se fossi io a dover sentirmi incluso, non riuscirei a liberarmi da un incubo claustrofobico.
La prospettiva d’essere chiuso, mi farebbe mancare aria; poi racchiuso, mi farebbe sentire prigioniero; infine inglobato, mi farebbe temere d’essere persino… fagocitato. Rinuncerei subito a simili premure!

E se poi spinti dalla nostra pretesa di includere qualcuno, fossimo invece noi invitati ad essere inclusi? Occasione di insolubile perplessità o mozione di plausibile reciprocità? E con quali esiti imprevisti?
Ogni intento di inserimento, a essere corretti, presuppone la disponibilità dell’altro… a essere inserito. Il che non è affatto scontato e ogni forzatura in tal senso sarebbe velleitaria, irrispettosa e inopportuna.  Io stesso per primo auspicherei un’offerta di vicinanza, non una assimilazione delle diverse identità.

Il rischio che si corre a voler attribuire a una terminologia presunti valori etici in realtà da essa avulsi, è che manipolando il senso delle parole, si finisca poi per manipolare la natura stessa delle relazioni. Soccorre in tal senso, senza che intenda appropriarmi o pardon includere il pensiero, l’invito del Papa.

Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando perdono la loro aderenza alla realtà, questa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile.
Oggi il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare.

Leone XIV ai corpi diplomatici
Papa Leone XIV ai corpi diplomatici

Occorre che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe. Il paradosso di tale indebolimento della parola è che spesso è rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Ma a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola ed espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e che ogni termine sia ancorato alla verità (Leone XIV Discorso al Corpo Diplomatico 6 gennaio 2026).

Se il Papa ha inteso perorare la correttezza di espressione per profili universali, a essa si può giungere solo partendo da un’iniziale accezione personale; per cui nel rispetto dell’ascolto dell’altro e della sua risposta alla nostra proposta, quale che sia, ci si curi di esprimere un concetto o un indirizzo o una propensione, con la scelta dei termini più appropriati per formularli in maniera precisa e inequivoca.

Provo a suggerire alcuni, la cui semantica potrebbe meglio indicare una corretta disponibilità all’altro.
Accogliere; includere sottende chiudere; accogliere, aprire. Affiancare; includere sottende circoscrivere; affiancare, accompagnare. Comprendere; includere sottende assorbire; comprendere, rispettare; Coniugare; includere sottende uniformare; coniugare, arricchire. In fondo non è a tali valori che la Chiesa dovrebbe predisporsi, quando ci richiama a quella sinodalità (altro termine inflazionato) che senza un costante riferimento a essi rimarrebbe una mera formula, altrettanto povera di sostanza?

Non includere, ma accostarsi, consente di avviare una relazione che custodisca e valorizzi le diversità.
Ritengo questo il modo più corretto formalmente, e ciò che più conta, sostanzialmente, per esprimere quei doveri di fraternità che la nostra natura vocazionale di figliolanza di Dio ci impone sin da Genesi. Il Samaritano non chiede al ferito di farsi includere. Idem Santa Maria Teresa, ai poveri di Calcutta.
Dando il giusto senso alle parole, piuttosto che di inclusione, perché non parlare invece di prossimità? E pazienza se per questo non vorrete includermi…

                                                                                                                       Giuseppe Longo