Esiste un calendario di “giornate mondiali” stilato dall’ONU. Tra esse non c’è quella assegnata per chi… non va in ferie.
Sappiamo che le “Ferie” sono un meritato riposo per chi lavora. Evidentemente, i primi a non andare in ferie sono le persone che non hanno un lavoro. E sono tante. Mentre rimangono più tranquilli, in “ferie perenni”, i pensionati ai quali, spesso, rimane il compito di aiutare figli e nipoti. Ma ci sono anche quelle persone chiamate a un servizio insostituibile per l’organizzazione sociale che non vanno in ferie. E ci sono persone che hanno da badare a un familiare che ha bisogno di cure o hanno una cagnolino o altri animali domestici che non riescono ad affidare ad altri. Altre che non vanno in ferie perché non godono ottima salute o non possono permetterselo.
E, tra esse, anche quelli che vivono un problema esistenziale.
Due notizie mi hanno sconvolto nei mesi scorsi. Ho pensato a lungo per poi formulare una mia riflessione. Il 20 aprile don Paolo Polesana, sacerdote della diocesi di Bergamo di 44 anni è stato trovato senza vita all’interno della canonica di Borgo Santa Caterina a Bergamo. Il 5 luglio don Matteo Balzano, viceparroco di Cannobio di 35 anni, si è tolto la vita nel suo appartamento accanto all’oratorio.
La solitudine porta a gesti estremi
Notizie così sono assai impressionanti. E ci si chiede perché si può arrivare a questi gesti estremi. Ed è anche abbastanza evidente che il fenomeno non riguarda solo i preti.
Il problema della “solitudine” esiste da sempre e spesso ci chiediamo come può nascere e come va affrontato.

C’è un grido che parte da Cristo sulla croce e viene riportato dagli evangelisti Matteo e Marco: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Anche Papa Francesco, in quel Venerdì Santo del covid, solo, in Piazza San Pietro pronunziò una preghiera: “Signore, non lasciarci in balia della tempesta”.
È misterioso, talvolta, il silenzio di Dio. Forse, ci lascia fare. Per rispettare le nostre scelte personali.
Ma il panorama delle “scelte” umane oggi si fa sempre più devastante. E, ai più sensibili, fa molta paura. Ed è proprio la “paura” dell’oggi che non assicura un futuro e non prepara per niente un domani migliore, a spingere al rifiuto della vita. Alcuni, tra noi, cominciano a perdere la “Speranza”.
La guerra fa paura e genera solitudine
Accennando a uno sguardo ad ampio raggio attorno a noi, assistiamo quotidianamente alle manifestazioni di Trump, Putin e Netanyahu che minacciano folli sconvolgimenti manovrando i destini di interi popoli. Mentre, in campo, si agita lo spettro di un’economia che alimenta pochi ricchi creando moltitudini di povertà impressionanti.
Intanto, senza pietà alcuna, scorrono le immagini di intere città distrutte da una guerra, di una massa di affamati che tendono un contenitore vuoto che rimane vuoto. Mentre sono tanti i bambini pallidi ed emaciati, abbandonati, che si muovono sulla scena. E, su tutti, piovono bombardamenti mortali, e si contano i morti. Ogni giorno. E sono sempre più numerosi i bambini, le donne, gli anziani.
Sullo sfondo, si affaccia prepotente l’adozione di un’intelligenza artificiale che si sostituisce al ”pensiero” e al “pensare” umano e si fa sempre crescente l’abuso incontrollato delle droghe. Mentre, in concomitanza, aumenta vertiginosamente la diffusa inosservanza delle norme di convivenza civile.
Dove non c’è amore c’è solitudine
Tutti questi aspetti scoraggiano, deprimono. Spingono al rifiuto esistenziale.
Ed anche un credente che si ferma a osservare una Chiesa a pezzi potrebbe dubitare di una sua presenza attiva ed operosa. Potrebbe chiedersi: “dov’è la Chiesa di Cristo”? E potrebbe anche arrivare a chiedersi; “ma dov’è Dio?”.
Riflettendo sulla Chiesa possiamo arrivare a riconoscere che la crisi della Chiesa è crisi di amore. Non esiste affatto la Chiesa di Cristo dove non c’è una comunità di amore. È una illusione programmare attività varie, celebrazioni e feste, riti appariscenti e discorsi insignificanti se non si respira lo spirito dell’amore. Chiediamoci, però, se è il silenzio di Dio a portarci a scelte sbagliate o è la nostra incapacità di attuare un programma abbastanza chiaro che Cristo, inviato dal Padre, ci ha proposto. Forse, non siamo più capaci di amare.
C’è un particolare di fondamentale importanza che noi credenti non prendiamo in seria considerazione. Il Figlio di Dio è venuto in mezzo a noi e ci ha donato un messaggio, una scelta di vita chiara e indiscutibile: “amatevi gli uni gli altri”. Il segreto sta tutto nel vivere concretamente il suo programma e condividere una scelta di amore per creare una comunità di credenti che vivono l’amore.
La Chiesa deve farsi carico della solitudine dei suoi fedeli
Certamente la Chiesa ha, per sua natura, un ordinamento gerarchico: il successore di Pietro sta a capo con, accanto, i Vescovi successori dei dodici. Sono nati, successivamente, in sintonia collaborativa, le varie Congregazioni dello Stato Vaticano e altre strutture periferiche. Poi, ci sono i componenti del Clero (addetti al culto), i Religiosi e le Suore e, infine, i Laici battezzati.
Quello che ci deve preoccupare è che tutta la “Struttura” abbia – sempre – un codice indiscutibile: “il servizio”. Con lo spirito della “lavanda dei piedi”.
Tutta la vita della Chiesa – senza mai sosta – dovrebbe vivere lo spirito del cenacolo: il “servizio” reciproco che si fa “amore”. Amore espresso con estrema chiarezza nella figura del Buon Pastore che ama le sue pecorelle. Nella figura del Samaritano che si occupa e si preoccupa dell’ultimo maltrattato ed emarginato.
Altro che “Sacre inquisizioni” e “Servizi segreti vaticani o diocesani” e moralisti e specialisti della parola e giudici istituzionali. Norme e regole da osservare. E minacce di scomuniche. Altro che censori o austeri pontefici del rito. Il vero “tessuto” della Chiesa è fatto totalmente di testimoni dell’amore. Dov’è carità e amore, là c’è… la Chiesa.

Riporto qui una grandiosa figura di credente che, nel cammino della Chiesa, ha vissuto il dramma del “silenzio” di Dio. La stupenda mistica Teresa D’Avila che confidò nei suoi scritti la grande notte dei sensi interni ed esterni in cui arrivò quasi alla perdita delle Fede: “Preghiamo e non sentiamo nulla. Preghiamo e tutto è buio”. La sua crisi mistica, tuttavia, si trasformò in una vita contemplativa di alto livello che si tradusse in una intensa Fede unita, soprattutto, a una dinamica azione di carità.
Il card. Battaglia a don Balzano: “La Chiesa non ha compreso la tua solitudine”
Il cardinale Mimmo Battaglia ha scritto una lettera a don Matteo Balzano. Mi piace riportare un pensiero: …”Il tuo ultimo gesto, quello estremo, ci inchioda alle nostre responsabilità. E io, se fossi lì oggi, davanti al tuo feretro, non avrei il coraggio di fare un’omelia. Mi inginocchierei in fondo alla chiesa, senza paramenti, senza voce, e vorrei solo domandarti perdono.
Perdonaci, Matteo, perché non ti abbiamo visto. Perché ti abbiamo lasciato solo mentre tutti dicevano che “eri benvoluto”. Perdonaci, per una Chiesa che parla di missione ma a volte dimentica la compassione. Per aver ridotto il Vangelo a una prestazione e la fraternità a una riunione di calendario a cui non si deve mai mancare.
Siamo noi, Matteo, noi che abbiamo costruito una Chiesa che a volte sa essere madre ma troppo spesso si comporta da matrigna. Una Chiesa che ti forma in seminario come se avessi trent’anni di certezze, e poi ti manda in parrocchia come se fossi un supereroe della fede. Una Chiesa che in nome dell’obbedienza ti chiede tutto, ma quasi mai si accorge di cosa hai dentro”…
Forse don Paolo e don Matteo hanno drammaticamente vissuto l’ora della solitudine. L’hanno subìta senza trovare la forza di superarla. E, come loro, tante altre persone, in vari ruoli, non hanno mai incontrato un… cane che li prendesse in considerazione. Forse non hanno percepito il calore di un comunità di amore.
Dobbiamo essere testimoni di fraternità
Sono entrati in depressione constatando una società in frantumi, una insistente e incomprensibile scelta di guerre, di prepotenze, di soprusi, di ingiustizie, di abusi. Di sfruttamenti. Di totale negazione ai diritti umani. E constatando anche una Chiesa indifferente. Estranea alla contorta vicenda quotidiana. Una Chiesa che non è “sale” e “lievito”. Che non è “luce”. Una Chiesa che non è “amore”.
Se è vero come è vero che ciascuno di noi, credenti in Cristo, fa parte della grande famiglia della Chiesa, dobbiamo chiederci cosa abbiamo fatto per far circolare il dialogo, l’impegno, la corresponsabilità. L’Amore.
Credo sia fondamentale in questo momento storico, in questo panorama disumano assai deprimente, rivivere lo spirito della Chiesa di Cristo, Comunità di amore. Cristo ci vuole “sale” e “luce”della terra, mai chiusi a riccio, mai selezionatori carichi di pregiudizi, mai fanatici, mai bigotti, mai esclusivisti… Piuttosto, perenni testimoni di fraternità.
Antonino Leotta
