Riflessione / Rivivere San Francesco attraverso la voce di tre personaggi del nostro tempo

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San Francesco

“Tutti pazzi per San Francesco” è la mia nuova proposta rivolta a tutte le comunità, gruppi e associazioni che vogliono rivivere Francesco attraverso la voce di tre personaggi del nostro tempo.

La figura di San Francesco d’Assisi, a 800 anni dalla sua morte, nei testi di Alessandro Barbero, Aldo Cazzullo e Stefano Mancuso, emerge non come un’icona statica della devozione, ma come il centro di una tempesta perfetta in cui si intrecciano la trasformazione sociale del XIII secolo, la nascita di un’identità culturale e una profonda comprensione delle leggi biologiche che governano la vita. San Francesco di Alessandro Barbero

Per comprendere la sua rivoluzione, è necessario immergersi nel clima del suo tempo, un’epoca che lo storico Alessandro Barbero descrive come un momento di rottura. Dopo secoli di depressione economica e monopolio culturale del clero, l’anno mille aveva innescato una crescita frenetica. Le città fiorivano, il denaro circolava con una rapidità mai vista prima. E, soprattutto, nasceva una classe di laici alfabetizzati che cominciava a leggere il Vangelo con i propri occhi. Scoprendo con stupore che Gesù e gli apostoli erano poveri e scalzi.

Questa scoperta della povertà non fu un fatto isolato. Ma una risposta alla crescente disuguaglianza di una società dove il lusso dei mercanti strideva con la miseria dei più poveri.
Francesco, figlio di quel benessere, non fu il primo a esserne colpito. Prima di lui, Valdo di Lione aveva tentato la stessa strada, finendo però per scontrarsi con la gerarchia ecclesiastica.

Come osserva Barbero, la vera, sottile strategia rivoluzionaria di Francesco non risiedette nella critica frontale, ma in un’obbedienza radicale. Egli scelse di restare dentro la Chiesa, baciando le mani dei preti anche se peccatori. Pur proponendo un modello di vita che era l’esatto opposto della potenza mondana.
Questa scelta di essere “minore” non era solo una questione teologica, ma, come sottolinea Aldo Cazzullo, l’atto di fondazione dell’identità italiana. Francesco, inventando il Cantico delle Creature e il presepe di Greccio, diede voce a un nuovo umanesimo in cui l’uomo non dominava il creato. Ma si riconosceva in un rapporto diretto e umile con il divino e con ogni creatura.Il cantico della terra di Stefano Mancuso

Stefano Mancuso rilegge il messaggio del Santo attraverso la lente della scienza, definendo il Cantico delle Creature non solo come poesia, ma come un vero e proprio manuale di istruzioni per la vita. La sequenza degli elementi lodati da Francesco — il Sole come fonte energetica, la Luna come stabilizzatrice dell’orbita terrestre, l’Aria, l’Acqua e la Terra — segue una logica scientifica rigorosa: sono i fattori senza i quali la vita non potrebbe esistere.
In questa “comunità di eguali” non esiste una gerarchia che ponga l’uomo al di sopra delle altre specie. Siamo tutti fratelli e sorelle perché tutti dipendiamo dagli stessi pilastri fragili della biosfera. Quello strato sottilissimo e raro che Mancuso paragona alla polvere su una sedia.

Il successo travolgente dell’ordine portò con sé una crisi profonda. Barbero documenta come la “multinazionale” dei frati, crescendo a dismisura, sentisse presto il bisogno di case in pietra, biblioteche costose e cariche prestigiose, tradendo l’aspirazione di Francesco a vivere in capanne di rami.
Francesco visse con strazio questo distacco, arrivando a dimettersi e a protestare contro un sapere accademico che rischiava di soffocare l’umiltà. San Francesco di Aldo Cazzullo

È un conflitto che risuona ancora oggi nel dilemma tra progresso tecnologico e umanità. Mancuso sottolinea che la scelta di Francesco di prendersi cura dei lebbrosi, di baciare ciò che era amaro per trasformarlo in dolcezza, non fu solo un atto di carità, ma il riconoscimento che la sopravvivenza della specie dipende dalla capacità di includere l’altro. Proprio come gli alberi in una foresta sostengono i ceppi tagliati, fornendo loro nutrimento attraverso le radici.

Il messaggio che emerge da questo dialogo tra storia, cultura e scienza è un monito contro la tentazione di “ripulire” la figura di Francesco per renderla meno scomoda.
Barbero ci ricorda l’operazione sistematica di Bonaventura da Bagnoregio, che ordinò la distruzione delle prime biografie per sostituirle con una versione ufficiale, più borghese e inimitabile.
Eppure, il Francesco originale — quello che urlava “Io sono il breviario” per difendere la sapienza del cuore dal possesso dei libri — continua a parlarci attraverso la fragilità del nostro pianeta. Egli ci insegna che la “perfetta letizia” non risiede nel successo o nel dominio, ma nella capacità di sopportare le avversità con il sorriso. E nel riconoscere la dignità in ogni forma di vita, fino a chiamare “sorella” persino la morte.

Alfio Pennisi
Alfio Pennisi

L’eredità di Francesco non può essere ridotta a una semplice devozione religiosa o a una favola per bambini. Essa rappresenta l’ultimo, urgente richiamo alla sopravvivenza della nostra specie. In un’epoca dominata da un’istintività predatoria che minaccia di consumare la biosfera — quel velo sottilissimo di vita raro come polvere su una sedia — Francesco ci indica la via di un umanesimo integrale. O, come la chiama papa Francesco, ecologia integrale.

Egli ci sfida a smettere di considerare il creato come una risorsa da sfruttare per riscoprirlo come una comunità di eguali, dove ogni creatura ha il diritto di esistere al di fuori di una gerarchia di potere. La sua “perfetta letizia” è il monito più attuale che abbiamo: solo smettendo di possedere il mondo potremo finalmente imparare ad abitarlo.
“San Francesco non è morto otto secoli fa. San Francesco è vivo perché è la parte migliore di noi come esseri umani e come italiani”.

Vi aspetto: Domenica 22 febbraio alle 19 presso i Camilliani di Acireale.
Martedì 24 febbraio alle ore 20 presso la “Casa dei Ragazzi” di Aci Platani.

 

Alfio Pennisi
Teologo ambientalista