Società / Community e libertà di opinione: forte richiamo contro l’abuso digitale

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E’ di poche settimane fa una nota diramata dalla diocesi di Acireale in cui si richiama l’attenzione alla responsabilità rispetto all’abuso digitale, scaturita dalla riflessione per la quale in un mondo sempre più informatizzato è essenziale comprendere i margini, etici e morali, dentro cui sviluppare la propria identità digitale e in cui esercitare la propria libertà di espressione, anche nel contesto di community social.

Negli ultimi vent’anni il mondo ha assistito alla nascita della società digitale, tra nuove libertà e incerti limiti. Una realtà con cui abbiamo dovuto imparare a fare i conti, confrontandoci con termini nuovi (non solo i neologismi come skippare, like, followers, influencer, chattare, spammare….) dentro i quali fare crescere la nostra nuova identità.

Siamo passati, senza colpo ferire, dal «ma tu di chi sei figlio?» al «come ti trovo su Instagram?» in un tempo talmente breve che non ci siamo resi conto, noi per primi, che il cambiamento a cui stavamo dando vita è uno dei più epocali mutamenti della storia dell’uomo.

Società / Community e libertà di opinione: forte richiamo contro l’abuso digitale

Nuovi linguaggi per una nuova società

Gradualmente abbiamo imparato nuovi termini, tra anglicismi e non, che ci hanno dato il passaporto per questo nuovo mondo. Abbiamo costruito identità digitali grazie a profili che in un crescendo hanno iniziato a raccontare chi siamo, ma anche chi vorremmo essere. Siamo entrati in una sorta di Matrix, in un mondo digitale con cui stiamo ancora cercando di fare i conti e con cui fa ancora di conto la libertà.

Digitale libertà

Il digitale ci da gli strumenti per ampliare la nostra personalità, per aiutarci a meglio definirla, per costruire una consapevolezza del nostro  “io”, ma fin troppo spesso ci dimentichiamo che, seppur muta il nostro rapporto con la società, non dovrebbe cambiare il senso del rispetto e la nostra educazione.

Oggi ci troviamo invece a parlare di hate speech e di cyberbullismo, di “leoni da tastiera“, di un diritto alla libertà di espressione dietro cui nascondere frustrazioni e viltà. La piazza digitale ha messo a nudo miserie morali, destrutturazione dell’etica e sbandieramento di disagi emozionali, portando inevitabilmente a riformulare il pensiero critico e ad un’eccessiva semplificazione del diritto di opinione.

Tra libertà e abuso digitale / Informazione libera ma non più liberante: il fenomeno delle community

Quello che oggi è però sempre più labile è il confine tra il dicibile e l’indicibile, tra il senso dell’opinione e l’oscillazione pericolosa sulla libertà di espressione.

Quante volte ci troviamo a vedere discorsi inappropriati, parole offensive travestite da diritto di replica, frasi farcite di scorrettezza perché non c’è nessun organo capace di depurare il contenuto di post e commenti? Eppure sarebbe necessario che alla democrazia della parola si affiancasse l’ordine.

Non è epurazione dell’opinione, quanto necessario contrasto alla radicalizzazione di idee che non hanno base riscontrabile, alle fake news, alle notizie imbastite per calzare sui manichini di un’informazione pressoché libera ma non più liberante.

digitale_community_libertà

In questa nuova prospettiva si colloca la nascita dei gruppi. L’uomo, animale sociale per autodefinizione, non è insensibile al confronto coi pari e passare dal bancone del bar al divano di casa propria è stato logico, consequenziale, quasi naturale: tanto da non farci comprendere il passaggio proprio mentre lo stavamo compiendo.

E, come in ogni nuova civiltà che si rispetti, anche nella nascita di quella digitale ci si è ritrovati presto a fare gruppo. Le community hanno aperto spazi di dialogo e confronto, in cui raccontare quello che di bello accade ma ancora di più quello che non va.
Non è poi tanto strano vedere che, lamentele per i sindaci quanto commenti sulla malasanità, fino ad arrivare alle perdite d’acqua per la strada o alla squadra di calcio mal gestita, non vengono più solo evidenziate agli organi competenti ma finiscono, forse anche prima che sulle scrivanie reali, in post su questa o quella community.
Ovviamente scavalcando la notizia per fare diventare l’opinione notiziabile.

Le community tra libertà e abuso digitale / Tra moda del momento e consapevolezza 

Le community però sono semplici parabole, quasi esperienze legate alla moda del momento, capaci di occupare lo spazio digitale per un tempo non eccessivamente lungo: un paio d’anni al massimo e poi, a furia di lamentarsi sempre delle stesse cose e con le stesse persone, grazie a quella libertà di cui investe il mondo social, gli utenti perdono interesse e finiscono con l’abbandonare un gruppo a favore di uno nuovo.

La community non ti da legami veri: loggati fuori da quel gruppo ne trovi almeno altri tre più vicini alle tue esigenze. Sono fenomeni, mode passeggere. Forse anche per questo si arrogano il diritto della selva oscura di dantesca memoria, in cui gli admin sono semplici Virgilio che possono mostrare chi hanno attorno, ma non regolano punizioni e gironi.

In questa eccessiva libertà il confine svanisce, si mistifica tra l’opinione e la certezza, tra la notizia e la presunzione di conoscenza. Il vero diventa plasmabile. Il vero non è più che un’opinione.
Quindi chiunque può improvvisarsi opinionista, giornalista, politicante: a ognuno di noi sono dati 63.206 caratteri per esprimere il proprio pensiero. Che poi sia un pensiero formato, basato su costrutti inalienabili, sulla concretezza dei fatti o meno è decisamente una storia a sé stante.

In questo maremagnum di parole, ragionate o meno, dovrebbe essere l’admin ad avere la responsabilità di contenere ragionamenti deliranti e riflessioni personali. Cosa che fin troppo spesso invece non accade, con buona pace di una verità sempre più piegata alle logiche della massa e ad una vigilanza sempre più assente.

La nota 

A firma dell’ufficio comunicazioni sociali, la nota diffusa sui canali social evidenzia proprio questa carenza gestionale, per la quale qualunque cosa può essere condivisa e chiunque può complimentarsi od offendere secondo la propria idea e personale esperienza. La nota sottolinea come la dignità delle persone non sia un’opinione ma un valore che va tutelato anche negli spazi digitali. Non esiste la neutralità nella condivisione di contenuti lesivi, allusivi o offensivi e richiama l’attenzione alle conseguenze personali e alle responsabilità legali che inevitabilmente incorrono dal punto di vista civile e penale.

Le pagine social sono luoghi di libertà, ma non di assenza di responsabilità. Chi gestisce questi spazi è chiamato a custodirli con attenzione e consapevolezza, perché ciò che viene pubblicato e condiviso ha un impatto reale sulle persone. Le piattaforme digitali sono oggi vere e proprie piazze: lasciarle senza regole significa permettere che si trasformino in ambienti in cui trovano spazio comportamenti inadeguati, attacchi personali, fenomeni di cyberbullismo e pericolose dinamiche di esaltazione.”

Evidenziato ancora quanto sia necessario evitare di alimentare tensioni che rischino di fomentare facinorosi che dalle parole decidano di passare ai fatti. E’ un richiamo alla responsabilità, a restituire peso e conseguenze alle parole che si condividono. In poche ore la nota è diventata virale, condivisa da enti pubblici e da personalità di spicco nella realtà territoriale diocesana, evidenziando una carenza di attenzione che colpisce in maniera trasversale i vari personaggi pubblici locali, che siano istituzioni religiose o politiche, semplici cittadini o persone più conosciute.

Le community tra libertà e abuso digitale / Ma se tutti parlano, chi ha ragione?

Apparentemente sembra provocatorio chiedere chi abbia ragione nel dibattito. Ma il principio stesso del dibattere è il mettere a confronto due opinioni, senza perdere il rispetto e senza eccedere nella veemenza della difesa delle proprie idee. Dibattere è anche un esercizio di rispetto per l’altro. Un esercizio che allena la vita stessa.

Digitale libertà

Resta però fondamentale che chi si assume la gestione di community e siti sia anche capace di vigilare sui contenuti che il proprio canale ospita, richiamando ai valori fondamentali della civiltà, che sia essa reale o digitale. Altrimenti nella bolgia delle idee si rischia di travisare la possibilità di esprimersi con l’arrogarsi il diritto di giudizio. Ed il giudizio, in ultima analisi, ha una connotazione divina e non umana. Ed è bene che così resti, onde evitare che la propria verità diventi cappio per qualcun altro.

Siamo forse orfani dei grandi pensatori, ma anche sul digitale abbiamo comunque tutti la responsabilità di mantenere la libertà e la dignità del pensiero senza far mancare la verità.

Chiara Costanzo