Società / Il fastidio delle telefonate dai call center all’ora di pranzo

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call center stanchezza

Mi sono imposto di non rispondere più alle chiamate ricevute al telefonino dalle ore 13 alle 14 e 30. A dispetto della concomitanza con l’ora prandiale, soprattutto per i… sudisti come me, negli ultimi anni si è trasformata in una fascia oraria di grande utilizzo per le offerte di vendita. Ma a senso unico. Risposta alla chiamata e mia sistematica chiusura, non senza aver comunque concluso con un grazie che forse all’altro capo della linea suonerà persino irridente. Capisco che sia l’ora in cui possa essere più facile avere una risposta, ma non comprendo come… non si comprenda che nella stragrande maggioranza dei casi ci si possa sentire quanto meno infastiditi.

Il fastidio delle telefonate dai call centercall center reazione di fastidio

Il destino che la conversazione durerà non più di otto secondi è già segnato dall’infelice introduzione dell’interlocutrice; Il signor Giuseppe? Ma chi ti ha autorizzato a chiamarmi per nome? Dove ci siamo mai conosciuti? Non pretendo il ricorso a titoli accademici o professionali, sarebbe ridicolo, ma almeno il cognome, indice di rispetto. Sì che un approccio rituale, suggerito da chissà quale solone sedicente psicologo, che così si vorrebbe più confidenziale, oltre che confermativo dell’identità del potenziale cliente, per quel che mi riguarda è votato a sicuro e immediato insuccesso.
Oggi, per caso o distrazione, ho trasgredito alla mia regola e dopo aver ascoltato l’interlocutrice per qualche istante e averla informata d’essere già loro cliente e che quindi quella promozione non poteva avere alcun senso, ho chiuso. In modo più brusco del solito.

Riflessione sui call center

Forse proprio perciò o per il suo approccio, interrotto il contatto indugio a soffermami sulla telefonata.
Intuisco possa essere stata assunta di recente e ne immagino la preoccupazione di dimostrare da subito al datore di lavoro numeri convincenti… per non essere cannata in tronco. Dal tono di voce provo a indovinarne l’età. Avrebbe potuto essere una dei miei figli, ma meno fortunata nell’accesso al lavoro. Dalla compitezza del suo eloquio ne deduco il possesso di un titolo di studio superiore, laurea persino.

La immagino con cuffia e microfono, dinanzi a un monitor che esibisce un’arida sequenza di nomi e numeri. Seduta al suo banco di tecnologico assoggettamento e moderno asservimento, provare a elaborare l’ennesimo rifiuto di una giornata ancora lunga. Altre 3 o 4 ore, che la esporrà senza sosta a numerosi e purtroppo assai meno gentili dinieghi. Magari, con il pensiero rivolto a casa, ai suoi cari.
In breve realizzo la fatuità del mio momentaneo disappunto a fronte della sua angosciata stanchezza.

Non sono più tollerabili queste nuove forme di sfruttamento del lavorocall center

Mi chiedo l’entità del suo obolo, 700 euro 800 se va bene e quanto riuscirà a resistere; 6 mesi? E poi?
Ancora una volta, la decantata attenzione della Costituzione alla disciplina del lavoro come sede di realizzazione della persona umana in un contesto di valorizzazione, alle nuove sfide, segna il passo.

Invece di organizzare inutili scioperi generali, talmente inflazionati da registrare una percentuale di adesioni ormai irrisoria, perché i sindacati non aprono una trattativa triangolare con governi e network di vendita, per regole contrattuali più dignitose? O questa tenzone per essi è ormai troppo improba? E pure comodo distogliere lo sguardo dall’utilizzo di operatori stranieri da paesi a reddito più basso?

Se è vero che sin da Genesi il lavoro è vocazione primaria dell’uomo e benedizione di Dio, queste nuove forme di sfruttamento non sono più tollerabili. E non certo per le interruzioni ai nostri pasti. Quando gli uomini passano da soggetti del lavoro a oggetti del lavoro, si viola il disegno di Dio Padre. Ciò ancor più quando il capitale li usa come intercambiabili.
“La rottura di questa coerente immagine in cui è strettamente salvaguardato il principio del primato della persona sulle cose, si è compiuta nel pensiero umano, talvolta dopo un lungo periodo di incubazione nella vita pratica. E si è compiuta in modo tale che il lavoro è stato separato dal capitale e contrapposto al capitale. E il capitale contrapposto al lavoro, quasi come due forze anonime, due fattori di produzione messi insieme nella stessa prospettiva economistica”. Ammoniva San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem Exercens.

I call center, un nuovo cottimo mascherato

Su identica linea chiosava Papa Francesco con terminologia forse più spiccia ma non meno eloquente: Sfruttare la gente sul lavoro per arricchirsi è come essere delle sanguisughe, è così peccato mortale”. E’ evidente come siano qui in gioco, oltre a regimi retributivi inadeguati, modalità di svolgimento che sotto le mentite spoglie di lavoro subordinato, perpetuano in realtà un nuovo cottimo mascherato.
Che di per sé, per sua natura, non può garantire reali prospettive di realizzazione della persona umana.

Nell’auspicio che con destata sensibilizzazione forze politiche e sindacati possano fare la loro parte, impegniamoci a ristabilire almeno il minimo di rispetto umano pure solo con una più cortese pazienza.

                                                                               Giuseppe Longo