Storie della pandemia – 1 / Mamma in quarantena

Dall’8 marzo sono state chiuse le scuole a causa della pandemia da coronavirus, e tante mamme si sono ritrovate a gestire i bimbi in casa. Tra le tante situazioni, vogliamo qui parlare di una mamma romana con una bimba di sei anni, alunna di prima elementare, che si chiama Gemma. La prima disposizione prevedeva un periodo di chiusura cautelare di quindici giorni, per cui si poteva pensare a un periodo straordinario di vacanza, tipo Natale. E quindi giochi, disegni, televisione: pochi problemi, a conti fatti. L’unica differenza era che non si poteva uscire di casa, al massimo si poteva fare una passeggiatina nei vialetti sotto casa, all’interno del condominio.

Passati i primi due-tre giorni, si cominciò a diffondere tra i bambini di tutta l’Italia la voglia di preparare dei disegni benauguranti, in cui campeggiava un grande arcobaleno. Anche la nostra mamma raccolse il suggerimento e lo propose alla sua bimba. Niente di più facile: tirò fuori dal ripostiglio un grande foglio di carta da imballaggio, lo mise davanti alla bimba con i pennarelli colorati e le spiegò quello che doveva fare. Gemma si ci mise subito d’impegno; tracciò prima la forma di un grande arcobaleno, poi lo colorò accuratamente, ci aggiunse due nuvolette azzurre alle estremità, e al centro, naturalmente, una grande scritta: ANDRÀ TUTTO BENE. Nella parte alta del foglio ci mise pure un bel sole splendente con accanto un’altra scritta più piccola: “Perché i bambini e i grandi sono più forti”. Per completare l’opera, in basso a sinistra c’erano quattro cuoricini rossi con i nomi di tutti i componenti della famiglia: mamma, papà, lei stessa e la sorella più grande; infine a destra un altro cuoricino e la scritta “grazie” di tanti colori. Per completare il cartellone, con tutta l’attenzione e l’accuratezza necessari, ci vollero due giorni, dopo di che il cartellone fece il giro della casa, venne mostrato su skype ai nonni, agli amici di famiglia, ai compagnetti di scuola, perfino alla maestra. E poi trovò posto nella stanzetta di Gemma, bene in mostra.

Tra un giochino, un balletto con la mamma per tenersi in forma, una passeggiatina nel vialetto davanti casa, arrivò il primo fine settimana. E qua bisognava studiare qualcosa di speciale, di più impegnativo. “Facciamo la pasta in casa?”, propose la mamma. Era una cosa che facevano abitualmente quando veniva la zia Mariolina, ma in questo periodo la zia non poteva venire perché anche lei era bloccata in casa. Ma la mamma sapeva anche lei che cosa fare, e si mise subito all’opera. Anche Gemma aiutava sempre a fare i maccheroni, e così la mamma prese la farina, la impastò come si deve, dopo di che allungò un pezzo dell’impasto, ne fece una lunga striscia grossa come un dito e la tagliò a pezzetti di un paio di centimetri l’uno. A questo punto intervenne Gemma. Con uno spiedino metallico ricavato da un vecchio ferro da maglia, prese ad uno ad uno i pezzetti di pasta, ci schiacciò sopra lo spiedino e poi, con abilità e secondo la tecnica che aveva imparato dalla zia Mariolina, con le mani fece girare la pasta attorno allo spiedino richiudendola su se stessa, la allungò al punto giusto e ne trasse fuori dei meravigliosi maccheroni col buco, che ordinò poi uno accanto all’altro sul tavolo, affinché si asciugassero. L’indomani, domenica, tutti naturalmente li gustarono con un buonissimo sugo preparato dalla mamma.

La nuova settimana riprese con giochi, disegnini, esercizi di danza (pure Gemma frequentava la scuola di danza della mamma, che – ahimè – in quei giorni era chiusa anch’essa). Ma ci voleva un’altra idea brillante. La lampadina si accese mentre la mamma metteva a letto Gemma! E se dipingessimo la stanzetta? Era una cosa a cui pensava da tempo, ma adesso, con tanto tempo libero a disposizione, poteva essere il momento giusto  per farlo. Detto fatto, la mamma comunicò la cosa a papà, il quale (esperto in acquisti per corrispondenza) si attivò immediatamente, e nel giro di due giorni arrivarono a casa vernice, colori, pennelli, rulli, rullini, carta vetrata, spatole, spatolette, e tutto l’occorrente per rimettere a nuovo la stanzetta di Gemma. La bimba cominciò scegliendo i colori, e la sua attenzione cadde su un bellissimo fucsia. Di prima mattina spostarono i mobili, dopo di che la mamma, insieme con papà, scrostarono la vecchia vernice, lisciarono tutto con la carta vetrata e poi… si riposarono, perché si era già fatta sera. L’indomani si riprese l’opera, cominciando a passare una prima mano di colore che facesse da sottofondo. Anche Gemma, naturalmente, collaborò: con un piccolo pennello, si mise a spennellare una delle parenti più corte, quella dove c’era il posto per il suo lettino. Nel frattempo mamma e papà facevano il resto. Data una prima mano su tutta la stanza, compreso il tetto – del quale si incaricò papà con una lunga scala – ci si dovette fermare, sia perché s’era fatto tardi, sia perché bisognava fare asciugare la vernice. E per quella notte Gemma dovette dormire nella stanza di mamma e papà. Il terzo giorno, Gemma fu la prima ad alzarsi, impaziente di completare l’opera. Infatti, di prima mattina, si misero tutti a verniciare una parte della stanza: papà completò il tetto, la mamma pitturò le pareti lunghe, mentre Gemma si occupò della pareti corte, ma solo fino a metà, ovvero fin dove lei era in grado di arrivare, perché il resto lo fecero papà e mamma con l’aiuto della scala. E così passò anche il terzo giorno, ed anche stavolta Gemma dormì nella stanza di mamma e papà. Adesso bisognava solo fare qualche ritocco, pulire la stanza e rimettere a posto i mobili.

Fu quello che venne fatto nell’arco della mattinata successiva. E così Gemma poté avere una stanza bellissima, pulitissima, ordinatissima, e con le pareti di un bel colore fucsia, che a lei piaceva tanto. Ma siccome la settimana era passata via in un baleno ed era di nuovo sabato, che cosa pensò di fare la mamma per tenere occupata Gemma nel pomeriggio, ma anche per darsi tutti una piccola gratificazione dopo tanta fatica? Pensò di fare una bellissima teglia di pizza. E così subito dopo pranzo impastò la farina con l’aiuto di Gemma, che era bravissima a tempestare l’impasto con i suoi pugnetti per renderlo più soffice, dopo di che lo mise a riposare perché lievitasse bene. Quando si avvicinava l’ora di cena, la mamma stirò bene la pasta nella teglia, la cosparse di salsa e tagliò a pezzetti tutti gli ingredienti mettendoli in varie ciotoline: il prosciutto, la mozzarella, le uova sode, le olive nere, i funghetti. A questo punto subentrò Gemma con quella che era la sua specialità: mettere i vari condimenti sulla pizza, in maniera ordinata e a strati omogenei. Per ultima ci mise la mozzarella, perché sciogliendosi facesse da legante per tutti gli altri ingredienti. La mamma ci aggiunse poi l’olio e pose la pizza pronta dentro il forno che aveva acceso per tempo ed era caldo al punto giusto. Mentre la pizza cuoceva diffondendo per la cucina un buonissimo profumo, Gemma aiutò la mamma ad apparecchiare la tavola. Quando la pizza fu ben cotta, venne portata trionfalmente in tavola, e fu una festa per tutti! La pizza era venuta buonissima, e Gemma mangiò la porzione più grossa. In fondo se l’era meritata, e così, stanca ma contenta, ed anche ben sazia, dopo cena andò a dormire nella sua stanzetta rimessa a nuovo.

La settimana successiva trascorse abbastanza in fretta senza situazioni particolari, tra disegni, balletti con la mamma e pulizie di casa, per le quali anche Gemma volle collaborare con la mamma, da brava piccola massaia. Poi cominciarono anche i collegamenti on line della didattica a distanza: i maestri e le maestre proponevano a Gemma degli esercizi di grammatica, di matematica e di inglese, e lei rispondeva prontamente. Il sabato infine, per chiudere bene la settimana, la mamma preparò anche stavolta una buonissima pizza, ed anche stavolta Gemma fece la sua parte, non solo per mangiare, ma anche per prepararla.

Nel frattempo arrivò la settimana di Pasqua, e fu tutto diverso: niente festicciole a scuola, niente recite, niente auguri (se non per telefono o su skype), niente pranzi coi nonni ed i parenti e, soprattutto, niente uova di cioccolata con la sorpresa, tranne due comprate da mamma e papà, tanto per salvare le apparenze. Tutte le altre uova Gemma le vide su skype o sul telefonino: erano quelle dei nonni e degli zii, messe da parte per lei e che le avrebbero portato alla fine dell’emergenza.

Passata la Pasqua, ed anche la pasquetta senza passeggiate e gite in campagna, ricominciò la routine e la ricerca, da parte della mamma, delle possibili occupazioni per Gemma. Cominciò la settimana proponendole un vecchio gioco (ma sempre attuale), preparato insieme dentro casa; era un gioco che normalmente si fa all’aperto, nei cortili oppure anche nelle piazze: il gioco della campana, un percorso da fare saltellando alternativamente su uno o due piedi, in andata e in ritorno. La mamma ne disegnò il percorso sul pavimento del salone con il nastro adesivo nero, utilizzando come guida le mattonelle bianche di marmo. E così le nove caselle presero forma e Gemma cominciò a saltellarci insieme con la mamma, facendo a gara a chi era più bravo a fare tutto il percorso senza errori e nel minor tempo possibile.

Ma dopo un paio di giorni, Gemma si stancò, e così la mamma ebbe un’altra splendida idea, e questa fu la più geniale di tutte. Preparò così un percorso articolato che, partendo dall’ingresso, prevedeva di salire i tre gradini che separavano il salotto dalla zona pranzo, e procedere fino ai piedi della scala a chiocciola che portava ai piani superiori, davanti alla quale la mamma aveva teso delle cordicelle; Gemma le doveva scavalcare, poi passarci di sotto e raggiungere un fischietto appeso al muro, fissato un po’ più sopra della bocca di Gemma, la quale doveva perciò stirarsi, raggiungere il fischietto senza usare le mani, fischiare e poi proseguire il percorso tornando a ripassare sotto le cordicelle. Doveva quindi seguire un percorso a “S” segnato a terra, raggiungere una sedia, salirci sopra e da qui saltare su un cuscino, dopo di che fare tre passi all’indietro, fare tre saltelli sul posto e raggiungere poi un tappetino posto lungo la parete.

Sul tappetino doveva fare una capriola, che le permetteva di raggiungere una grossa palla, su cui Gemma doveva salire di pancia, farla scivolare fino ad un altro cuscino posto in un angolo della stanza, salire quindi di nuovo su una sedia, saltare giù, raggiungere il muretto basso che separava la zona pranzo dal salotto, percorrerlo a quattro piedi, raggiungere i gradini, sedersi, scendere i gradini scivolando sul sedere, arrivare ad un puff, girarci tre volte intorno e quindi tornare al punto di partenza, sul divano posto sotto la finestra dell’ingresso. Il tutto mentre la mamma la incitava e la incoraggiava, mentre papà osservava la regolarità del percorso e prendeva i tempi. L’esercizio cominciò con qualche incertezza, ma ben presto Gemma imparò a fare perfettamente il percorso e riuscì anche a farlo in tempi sempre più brevi. Gemma era molto entusiasta di questo gioco inventato dalla sua mamma, un gioco che la teneva occupata, le permetteva di fare ginnastica e le permetteva di stare insieme con papà e mamma. Poi quando c’era anche la sorella più grande, eseguivano entrambe il percorso, facendo a gara a chi era più abile e più veloce e, manco a dirlo, Gemma era sempre la più brava.

Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, il tempo passava, e la chiusura delle scuole era stata prorogata a tempo indeterminato. Gemma trascorreva il tempo, insieme con la sua mamma ed il suo papà, giocando, leggendo, disegnando, aiutando nelle pulizie di casa, preparando pasta fresca, pizze e torte, seguendo la didattica a distanza e, soprattutto, facendo i giochi sempre originali che la sua mamma inventava per lei. All’arrivo di maggio, le cose cominciarono a migliorare, e dopo il 3 maggio fu possibile andare a trovare i parenti. Ed allora a metà del mese la zia Mariolina venne a trascorrere un fine settimana con lei: la gioia e l’entusiasmo di rivedersi dopo quasi tre mesi arrivarono alle stelle, da entrambe le parti. Con la zia arrivò il primo uovo di cioccolata messo da parte per Pasqua, che era attaccato con un bellissimo peluche di una volpe rosa.

E poi, per festeggiare, il sabato prepararono assieme i maccheroni ed una bella torta con i pinoli. Ma la domenica prepararono assieme un’altra cosa buonissima: le zeppole di riso! Era un dolce siciliano che la zia sapeva fare benissimo, ma anche la mamma di Gemma lo sapeva preparare, e così si misero tutte insieme al lavoro. Di prima mattina bollirono il riso in latte ed acqua, e poi lo lasciarono raffreddare e riposare per un paio d’ore, con l’aggiunta di un pizzico di lievito affinché le zeppole risultassero più soffici. Il riso venne quindi rapidamente impastato e aromatizzato con una buccia d’arancia grattugiata, dopo di che ne stesero uno strato alto circa un centimetro su una tavoletta adatta allo scopo, un piccolo tagliere lungo una ventina di centimetri e largo dieci. Con la lama di un coltello ne ricavarono dei rotolini di un centimetro che vennero subito buttati nell’olio bollente. Man mano che diventavano di colore biondo, venivano tirati fuori con la schiumarola e messi a sgocciolare in un piatto con carta assorbente. Finita la cottura, tutti i rotolini così ottenuti furono messi in un vassoio profondo e cosparsi di miele; le zeppole furono quindi spolverate di zucchero a velo e di cannella in polvere. Già durante la cottura il profumo che emanavano era una cosa indicibile, ma adesso con l’aggiunta del miele, dello zucchero e della cannella erano irresistibili, e Gemma cominciò ad assaggiarle, ancora calde, prima di pranzo. Ma alla fine del pranzo ne fecero tutti una scorpacciata incredibile. Stavolta Gemma partecipò poco alla preparazione, ma si limitò a guardare a debita distanza, soprattutto durante la fase della friggitura. Alla fine però fu lei che aggiunse lo zucchero a velo e la cannella in polvere.

Approfittando della presenza della zia Mariolina, Gemma trascorse un pomeriggio tra giochi e attività varie, per cui il tempo volò via senza che se ne accorgesse.

Nei giorni successivi, visto che il tempo era adesso un po’ più  mite, Gemma ne approfittò per fare tante passeggiate con la mamma nei vialetti all’interno del condominio. Tirò fuori pure la bicicletta e si divertì a fare lunghi giri, in attesa di potere uscire nuovamente per le strade e andare a giocare nei piccoli parchi giochi per bambini che c’erano nella zona.

Ma il brutto era ormai passato, e anche se i grandi per uscire di casa e andare a fare la spesa o altri acquisti dovevano necessariamente indossare la mascherina e mantenersi ad una certa distanza dalle altre persone, a poco a poco si stava tornando alla vita normale. Solo le scuole non riaprirono, ma Gemma concluse ugualmente alla grande l’anno scolastico, seguendo le lezioni a distanza e imparando le stesse cose che avrebbe imparato stando a scuola, anche se non poteva stare con gli altri compagnetti e vedere i maestri e le maestre da vicino. E i risultati di fine anno furono ottimi e dall’anno successivo Gemma avrebbe potuto frequentare la seconda elementare, nuovamente nella sua classe e nella sua scuola.

Nino De Maria