Tennis / Zeynep Sonmez e il fermacorde ad anguria a Wimbledon come megafono politico

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Zeynep Sonmez, tennista turca, ha scelto di aggirare le regole del Torneo di Wimbledon inserendo tra le corde della sua racchetta un fermacorde a forma di anguria. Il simbolo legato all’identità palestinese. La numero 51 del ranking Women’s Tennis Association racconta di aver dovuto rinunciare alla spilla in sostegno della Palestina dopo le indicazioni ricevute dagli organizzatori del più antico e prestigioso evento nello sport del tennis.

Wimbledon / La vicenda di Zeynep Sonmez e il fermacorde a forma di anguria

La sua avventura a Wimbledon si è conclusa al secondo turno, ma a far discutere è stato soprattutto questo dettaglio del suo equipaggiamento.
La tennista Zeynep Sonmez ha affrontato l’argomento in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu Ajansi. “In passato indossavo una spilla a sostegno della Palestina. Ora i tornei non me lo permettono più” ha dichiarato la giocatrice. Ha altresì aggiunto: “Abbiamo discusso con gli organizzatori perché la bandiera ucraina è consentita, ma quella palestinese no.”

Così, per aggirare il divieto, la 24enne di Istanbul ha scelto un antivibrante raffigurante un’anguria, un simbolo che richiama i colori della bandiera della Palestina. L’anguria è inoltre un frutto storicamente coltivato nella regione ed è diventata negli anni un emblema di identità e solidarietà nei confronti del popolo palestinese. “Su questo non possono obiettare” ha spiegato la tennista.

La policy dell’associazione stabilisce infatti che le giocatrici non possano esporre simboli, slogan, loghi o illustrazioni riconducibili a partiti politici, movimenti, cause o organizzazioni benefiche. L’unica eccezione riguarda le campagne ufficialmente promosse o sostenute dall’Associazione, come Tennis Plays for Peace. Pur esistendo un regolamento generale, la sua interpretazione e il controllo durante i tornei sono demandati agli organizzatori.

Il fermacorde a forma di anguria

Il colpo di genio logistico di Zeynep Sonmez a Wimbledon risiede nella scelta dell’oggetto: un fermacorde. Nel tennis, l’abbigliamento e gli accessori visibili sono rigidamente normati da codici scritti. Sonmez aveva inizialmente provato a indossare una spilla pro-Palestina sulla maglietta, ma gli organizzatori l’hanno vietata applicando la linea dura sulla neutralità. A quel punto, l’atleta ha spostato la protesta all’attrezzatura di gioco, in cui le regole sono più leggere.

Infatti, il direttore del torneo di Wimbledon, Jamie Baker, ha dovuto fare un passo indietro pubblicamente, legittimandone l’uso in campo. Ha ammesso che l’antivibrante a forma di anguria della tennista turca “non raggiunga la soglia per causare alcun tipo di interruzione“.

Il coded activism

Pertanto, costringendo i direttori di gara a dover decidere se un fermacorde di gomma rappresenti o meno una minaccia, il gesto di Sonmez dimostra come la creatività visiva possa scardinare la rigidità dei codici di condotta. Viene così trasformato un semplice accessorio da gioco nel più potente megafono politico del torneo.

È l’essenza stessa del coded activism (attivismo in codice). È una strategia di protesta visiva o linguistica che utilizza simboli indiretti, metafore o oggetti quotidiani per trasmettere un messaggio politico o sociale, aggirando censure, algoritmi di moderazione online o divieti regolamentari espliciti.

Quando l’esibizione di una bandiera o di uno slogan viene categorizzata come infrazione, la protesta non scompare. Ma subisce una trasformazione semiotica, rifugiandosi nella metafora visiva e negli oggetti d’uso quotidiano.

Questo meccanismo garantisce all’atleta una “plausibile denegabilità” (“l’anguria è solo un frutto”), riponendo la decisione della “gravità” alle autorità sportive. Se la federazione decide di punire il gesto, rischia di apparire paranoica e autoritaria; se lo tollera, accetta la presenza di un messaggio politico in campo. In questo modo, l’attivismo in codice dimostra che in un’era sovraccarica di regolamenti e cavilli burocratici, l’immaginazione visiva rimane l’unica variabile impossibile da normare.

L’uso dell’anguria come dissenso politico

wimbledon sonmez fermacorde anguria palestinaL’uso dell’anguria come codice non è un’invenzione dei social media, ma ha radici storiche profonde che risalgono al 1967. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, il governo israeliano vietò l’esibizione pubblica della bandiera palestinese e dei suoi colori nei territori occupati, a Gaza e Cisgiordania. Persino gli artisti dell’epoca venivano perseguiti se dipingevano combinazioni di rosso, nero, bianco e verde.

Gli attivisti notarono che un’anguria tagliata a metà replicava perfettamente quella precisa palette di colori: la polpa rossa e bianca, i semi neri e la buccia verde. Quindi esibire una fetta d’anguria o trasportarla divenne un atto di dissenso politico impossibile da perseguire legalmente. Nessun tribunale poteva vietare la vendita o l’esibizione di un frutto.

Con la crisi a Gaza, gli utenti e gli atleti hanno iniziato a usare l’emoji dell’anguria per evitare che i sistemi di moderazione di Instagram, TikTok o X penalizzassero i loro post (con lo shadowbanning) per l’uso di parole chiave o bandiere sensibili.

Altri casi di controversie sportive

Il caso di Zeynep Sonmez non è isolato. Negli ultimi anni diverse federazioni internazionali si sono trovate a dover tracciare un confine tra libertà di espressione degli atleti e principio di neutralità. Nel 2014, ad esempio, l’International Cricket Council vietò al giocatore inglese Moeen Ali di indossare i polsini con le scritte “Save Gaza” e “Free Palestine”, ritenendoli un messaggio politico.

Anche il movimento olimpico ha affrontato controversie simili. Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, è stato squalificato a causa del suo casco. Questo è stato giudicato “non conforme al regolamento”. Sul casco di Heraskevych erano raffigurati gli atleti ucraini uccisi dai russi durante la guerra.

Vicende diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa domanda: dove finisce la libertà di espressione degli sportivi e dove inizia l’obbligo di neutralità imposto dalle organizzazioni internazionali? Il gesto di Sonmez a Wimbledon, con un semplice fermacorde a forma di anguria, riporta ancora una volta il tema al centro dei dibattiti sportivi e sociali.

Sabrina Levatino