Testimonianza / Quando, 50 anni fa, capoluogo calabro divenne Catanzaro e Reggio insorse contro lo Stato

Il 14 luglio di quest’anno a Reggio Calabria si è ricordato il 50° anniversario dei moti della città dello stretto per reazione a quello che fu considerato uno “scippo” del capoluogo a favore di Catanzaro. Sempre a luglio ma di 2750 anni addietro Reggio venne fondata dai coloni Calcidesi, popolazione cara al dio Apollo.
La città nella storia del XX secolo è stata attraversata soventemente da periodi poco felici che hanno inciso sull’economia e lo sviluppo sociale del territorio. Facendo ricadere gli effetti negativi sulla gestione delle problematiche sociali.

Una barricata

Nel 1908 un tremendo terremoto rase al suolo Reggio Calabria e devastò il territorio già colpito con il maremoto del 1905 sul Tirreno. A seguire scoppiò la prima guerra mondiale (1915-1918) che provocò tanti morti fra i soldati che combatterono al fronte. Anche la virulenta “spagnola”, subito dopo, infierì sulla popolazione. Seguì un periodo di ricostruzione, con la razionalizzazione urbanistica della città e l’organizzazione sociale. Reggio Calabria si ingrandì oltremodo. Ma già dietro l’angolo incombeva la seconda guerra mondiale con i suoi bombardamenti che provocarono 4.000 vittime.

Le alluvioni dei primissimi anni ’50 causarono centinaia di morti e la distruzione di 10.000 case. Tutto questo per dire che la Calabria è stata una terra in continua lotta per l’esistenza. L’emarginazione economica, la rabbia, l’eccessiva esasperazione, le false promesse, la disoccupazione (22.000 solo a Reggio nel 1970), le frustrazioni, il malcontento, la fuga dalle campagne (coltivazione di ulivi, bergamotto e gelsomino) ed emigrazione continua dei braccianti che cercavano fortuna nelle fabbriche del nord o nelle miniere di Francia e Belgio. Nel tempo due milioni di calabresi hanno abbandonato la loro regione. Il reddito procapite a Reggio era all’ottantesimo posto e a Catanzaro al novantesimo posto su 94 province. L’abbandono dello stato partitocratico nei confronti di questa regione era evidente. Finché si giunse all’istituzione delle Regioni a statuto ordinario per volere del PCI, progetto appoggiato da tutti partiti eccetto il PLI, il MSI e il PDIUM.

Istituita la Regione Calabria sorse il problema del capoluogo, poiché Reggio non figurava più titolare di questo privilegio in quanto subito dopo il terremoto la Corte d’Appello fu trasferita a Messina dal 1923 al 1944 e nel 1947 a Catanzaro. Però altri 73 uffici regionali risiedevano storicamente in città. Il governo centrale il 20 gennaio 1970 stabilì che la scelta del capoluogo fosse di competenza del Consiglio Regionale ed il 16 febbraio l’assemblea sancì che Catanzaro dovette essere capoluogo, grazie all’alleanza di Cosenza con Catanzaro per far fuori Reggio. I voti furono 21 contro 12 ed un astenuto. I consiglieri di Reggio non parteciparono alla votazione. Qualche settimana dopo, il 17 febbraio 1970, il governo con legge n.20 del 2 febbraio 1970 stabilì che Isernia sarebbe stato il capoluogo di una provincia del Molise, regione istituita con legge n.3 del 27 dicembre 1963.  Campobasso fu capoluogo di Regione, riconfermato dalla Statuto il 16 maggio 1970. Quindi era palese la contraddizione della scelta governativa fra il primo provvedimento ed il secondo. Da premettere che Reggio Calabria nel 1970 faceva 166.000 abitanti, Catanzaro 86.000 e Cosenza 92.000.
Gli abitanti della provincia di Reggio Calabria quando il 13 luglio 1970 vennero a conoscenza che il neonato Consiglio Regionale si sarebbe dovuto riunire a Catanzaro, furono colpiti nelle loro doti di bontà, generosità e nella qualità del senso esasperato di dignità e mitezza. L’indomani venne indetto uno sciopero generale e la conseguenza fu la rivolta scaturita da una protesta generale appoggiata da tutti i partiti locali tranne quelli di sinistra e i sindacati eccetto la CGIL, ma  della triplice solo la CISL prese parte agli scioperi. Protesta sostenuta anche dall’Ordine dei Professionisti. Il presidente Saragat non ebbe perplessità o ostilità, sul momento, anche per quello che aveva detto durante la lunga visita alla regione nel 1966. La massoneria di palazzo Giustiniani si schierò con la protesta facendo affiggere un manifesto per le vie della città. Numerosissimi sacerdoti firmarono un appello. L’arcivescovo monsignor Giovanni Ferro, oggi venerabile, sempre amato dai fedeli, si schierò sovente in prima fila sostenendo i fedeli cittadini. Prelato sempre criticato dal giornale “L’Unità”. Un giorno fece consegnare dai reggini su di un altare della Cattedrale numerosi fucili per evitare che si spargesse altro sangue. A settembre le campane di tutte le chiese suonarono a stormo.

Lo sciopero del 14 fu guidato dal sindaco DC Battaglia a capo del Comitato Unitario. Successivamente, questo venne sostituito dal Comitato d’Azione guidato dal sindacalista della CISNAL Ciccio Franco al riesumato grido di “Boia chi molla”. Il “Messaggero” pubblicò che la protesta fu finanziata dagli agrari, dall’industriale del caffè “Mauro”, da Amedeo Matacena, patron della “Caronte”, che deteneva la concessione dei traghetti con la Sicilia. Ma la vera rivolta fu di popolo senza distinzione di classe. Le donne reggine erano sempre in prima linea negli scioperi a preparare le molotov, ad occupare i binari della ferrovia e alcuni agenti ricevettero anche qualche morso. Le TV, la radio e i giornali nazionali spesse volte furono reticenti sull’informazione, ignorando la rivolta nei primi giorni, per poi sottolineare solo il carattere fascista, golpista ed eversivo: tranne il Tempo, La Gazzetta del Sud, il Giornale di Sicilia, La Sicilia che furono sempre presenti fornendo notizie ogni giorno. Il 14 e 15 luglio vennero in città 50 giornalisti di altrettante testate. Le televisioni a Reggio giunsero dall’Inghilterra, Francia, Svizzera e Germania. Peter Nichols, corrispondente dall’Italia e dal Vaticano per il The Times fu sempre attivo. La ribellione spinta dallo spontaneismo fu verso il Sistema.
Giorno 12  luglio, per il 50°, si è svolto un convegno sulle donne reggine che parteciparono a quella lotta sociale.  La solidarietà fu totale. Tutti i rioni presero parte all’evento che ebbe momenti alterni. La prima fase della lotta durò otto mesi poi fu ripresa a intermittenza e durò per tutto il 1972. Andando sempre scemando. La destra con il MSI all’inizio fu contraria poiché essendo questo un partito che si schierava per l’ordine non poteva cavalcare la protesta. Il 12 agosto Almirante, alla Camera dei Deputati, intervenne in difesa dello Stato. Infatti una sede del movimento subì un attentato e “Il Secolo d’Italia” venne strappato durante le manifestazioni. Anche il settimanale di area “Il Borghese” appoggiò la posizione del partito.

Il MSI a Catanzaro sosteneva questa città a capoluogo. Quindi la rivolta fu guidata e cavalcata dall’estrema destra di Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale e Ordine Nuovo. La sinistra fu tagliata completamente fuori, tranne qualche esponente di “servire il Popolo”, dei maoisti, Potere Operaio o dei gruppi anarchici, soltanto a titolo personale. Adriano Sofri cercò di coinvolgere Lotta Continua ma non ci riuscì. Una sera di ottobre venne a Reggio e all’albergo Excelsior, dopo aver bevuto qualche bicchiere di whisky in seguito ad una deserta conferenza stampa, tornò da dove era venuto. Due giorni prima Almirante aveva ceduto alle spinte che venivano dalle organizzazioni giovanili che sin dal primo momento si erano schierate con Reggio.

L’appoggio arrivò pure da Radio Tirana e dalla Pravda. Si parlò anche di un interessamento del KYP, servizio segreto dei colonnelli greci, anche perché gli studenti ellenici furono numerosi nelle università del meridione.

Nacquero la Repubblica di Sbarre, il Granducato di S. Caterina, il Principato di S. Brunello ed il Regno di Viale Quinto. Iniziarono intensi scontri con i primi morti. Vennero assaltate sedi di partito stazioni ferroviarie, questura e prefettura, banche e uffici pubblici. Spuntò anche la dinamite e gli attentati alla linea ferrata furono innumerevoli. Il 22 luglio a Gioia Tauro deragliò la “Freccia del sud”, proveniente da Palermo, causando sei morti e numerosi feriti. Ci vorranno tanti anni per stabilire che fu un attentato. Subito dopo 5 anarchici morirono nei pressi di Ferentino, in un misterioso tamponamento, mentre stavano portando delle “prove”, poi scomparse, sull’attentato. Nei primi otto mesi i morti , per svariate cause, furono 16, i feriti più di 2.000 di cui 500 fra CC e PS. Cifra molto bassa poiché la maggior parte delle persone non si faceva refertare negli ospedali o ai pronto soccorso. Gli arresti raggiunsero la cifra di 1.231. I danni economici vennero quantificati  in decine di miliardi di lire. Gli arresti spesse volte furono tardivi e seguiti da rapide scarcerazioni, disposte dal giudice istruttore dopo il parere conforme della Procura della Repubblica. Nel mese di ottobre si traghettò da Vibo Valentia con il porto potenziato dal Genio militare e le strade presidiate dai militari con i blindati, poiché i porti di Villa S. Giovanni e Reggio Calabria furono bloccati. (ndr.: feci quest’esperienza proprio il primo giorno del provvedimento, 16 ottobre, venni da Catanzaro Lido con un treno con vetture di terza classe, non più in servizio dal 1956. Ci fermammo a S. Eufemia e con una corriera ci trasferirono, tutto  a luci spente e un attento controllo, al porto di Vibo; verso le ore 2 partii per Messina).

In questo periodo il governo esercitò un’aspra repressione, infatti i vari reparti dell’esercito e della polizia raggiunsero la ragguardevole cifra di 30.000 unità. Vennero poste sotto controllo con i mezzi blindati tutte le ferrovie sia sul Tirreno che sullo Ionio. Questo con il consenso di Berlinguer (Cfr. L’Unità del29 gennaio 1971). Giorni dopo a febbraio il ministro degli interni varò il decreto “Restivo” che privò la provincia di Reggio delle libertà di manifestazione. Decreto abrogato soltanto per il Natale dello stesso anno, per la provincia il 17 settembre. Vennero rimosse tutte le barricate con l’ausilio delle ruspe seguite dai carri armati, ma queste venivano rialzate subito dopo con automezzi di tutti i tipi, pali della segnaletica stradale e tutto ciò che poteva alimentare le cataste. L’olio e i chiodi venivano sparsi per tutte le strade. Nei mesi precedenti  le barricate vennero costituite anche con colate di cemento a presa rapida. I più ingegnosi con i bidoni dell’immondizia a carriola costruirono delle enormi fionde per lanciare pietre. La sollevazione popolare mai fu domata.

La situazione restò in perfetto stallo, non ci fu soluzione. Allora il governo varò il “pacchetto” Colombo. Che consisteva in un organico piano di investimenti industriali, come primo passo per uscire da questa crisi. Il capo del governo  escogitò con i ministri calabresi Misasi e Mancini, contrari a Reggio Calabria capoluogo ,  un insieme di provvedimenti per la Calabria: Il capoluogo a Catanzaro con sede della Giunta Regionale, a Reggio la sede del Consiglio Regionale, a Cosenza la sede dell’Università, l’aeroporto a Lamezia Terme a danno di quello di Reggio, fermo ancora agli anni trenta. La provincia reggina avrebbe avuto la possibilità di 10.500 posti di lavoro in futuribili siti industriali, fra cui il V centro siderurgico a Gioia Tauro, mai costruito. Per far spazio a questa opera sono scomparsi 1.400 ettari di agrumeti e l’intero paese di Eranova  raso al suolo. Posti di lavoro zero. Quest’ultimo Centro siderurgico venne scippato alla Sicilia assegnatole precedentemente con legge dal CIPE. Per questo il presidente della Regione Siciliana, Mario Fasino si dimise. Negli anni venne realizzato solo il grandissimo porto di Gioia Tauro. Ma il fallimento fu totale per la costruzione della liquichimica  di Saline Ioniche, che aprì solo per due o tre giorni ed il personale fu messo subito in cassa integrazione per 23 anni, o l’insuccesso del Polo Tessile di S. Gregorio. I miliardi versati, anche se tardi, furono tantissimi.

Queste promesse o provvedimenti rallentarono la protesta, la rivolta cominciò a perdere lo slancio ma durò fino al 1972 con sporadiche scaramucce anche nel 1973, anno in cui si verificò un altro morto. Negli anni seguenti altre due persone morirono a causa di traumi profondi ricevuti molti anni prima.

Alla fine i morti per cause dirette o accidentali a Reggio Calabria, in provincia e a Catanzaro furono 22. Dal 2003 ogni anno si ricordano gli avvenimenti della lunga rivolta con varie manifestazioni ed eventi, con mostre etc. Per l’occasione nello stesso anno venne eretto il monumento in memoria dei moti, l’opera in bronzo è dell’artista Michele Di Raco. Due anni dopo anche Ciccio Franco ebbe il suo monumento opera di Rosario La Seta. Da anni è in progetto un museo della rivolta e all’Archivio di Stato sono consultabili tanti documenti ed atti relativi a quegli eventi.

Francesco Paolo Pasanisi

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