Un tempo, ad Acireale, la notte tra l’1 e il 2 novembre era una delle più magiche dell’anno. Le famiglie si raccoglievano in casa, le madri preparavano i dolci tipici e i bambini, emozionati, andavano a dormire presto, convinti che i “morti” sarebbero venuti a trovarli per lasciare un dono.
Oggi, di quella magia, resta il ricordo. Ma basta il profumo della frutta martorana o di una rama di Napoli appena sfornata per far rivivere la tenerezza di una tradizione che appartiene alla memoria di tutti gli acesi.
Secondo la leggenda, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, le anime dei defunti tornavano in visita alle case dei loro cari, portando regali ai bambini. I più piccoli si addormentavano con il cuore colmo di attesa, dopo aver recitato una preghiera per i nonni che stavano in cielo.
All’alba, iniziava la ricerca: dietro una tenda, sotto il letto, nel forno spento o in una credenza, si nascondevano i doni dei morti. Una bambola di pezza, una macchinina, un sacchetto di dolciumi, magari un pupo di zucchero colorato. I bambini ridevano, stupiti, convinti che i nonni venuti dal cielo avessero davvero attraversato la notte per portar loro un pensiero d’amore. Era una festa intima e affettuosa, che trasformava il dolore della perdita in una carezza. Nessuna paura, nessun buio: i defunti non erano fantasmi, ma presenze familiari.
Le leccornie della Festa dei morti

Ad Acireale, patria della buona pasticceria, la Festa dei Morti aveva — e in parte ha ancora — il sapore della pasta di mandorla e del miele. Le vetrine delle pasticcerie si riempiono di frutta martorana, vere opere d’arte di zucchero e colore che imitano arance, limoni e fichi d’India. Creazioni che da secoli incantano grandi e piccini.
>Accanto ad esse, le ossa di morto, biscotti profumati di chiodi di garofano, che al morso raccontano la fragilità della vita e la dolcezza del ricordo. Poi i pupi di zucchero, figure di cavalieri e dame dai colori vivaci, simboli di forza e di speranza.
E non mancano le rame di Napoli, nate proprio nel Catanese. Biscotti morbidi al cacao e marmellata, coperti da una glassa lucida di cioccolato, che in questi giorni riempiono le case di profumi intensi e familiari.
Ogni dolce aveva un significato, un messaggio: la vita continua, anche nella memoria. E ogni morso era un modo per dire “ti ricordo”.
Ad Acireale un tempo la Fiera dei morti era una festa
Chi è cresciuto ad Acireale fino a qualche decennio fa ricorda bene la Fiera dei Morti. Con le bancarelle piene di giocattoli di legno, torroni, caldarroste e frutta secca. Le famiglie passeggiavano tra i profumi e le luci, scegliendo i doni per i bambini e i dolci per la tavola del giorno dopo.
Oggi di quelle fiere restano pochi angoli e qualche bancarella. Ma per molti acesi basta chiudere gli occhi per rivedere i colori di quelle notti, per sentire la voce delle nonne che preparavano le ossa di morto nel forno e raccontavano storie di chi non c’era più.
Negli ultimi anni, Halloween — con le sue zucche e i travestimenti — ha conquistato anche le strade di Acireale. È una festa allegra, certo, ma ha oscurato in parte il valore profondo della nostra tradizione. Eppure, in tante case, c’è ancora chi accende una candela per i defunti, chi prepara i dolci tipici. Chi nasconde un piccolo dono per i nipoti, raccontando loro di quando i morti venivano di notte.
Sono gesti semplici, ma pieni di significato: un modo per non dimenticare chi ci ha amato, per insegnare ai più piccoli che la morte non è solo assenza, ma legame che continua.
Marcello Proietto
