Dopo l’ideale ouverture della cerimonia di immissione in possesso del nuovo presidente del Tribunale di Catania Mariano Sciacca – tenutasi nel giorno equinoziale di primavera nell’ambulacro del Palazzo di Giustizia -, si è aperto un momento di particolare rilievo istituzionale. Si è de facto articolata una sequenza di interventi, sviluppatasi con ordine e partecipazione. Gli stessi hanno restituito, in maniera corale, il senso profondo di una fase di rinnovamento e di responsabilità condivisa, per l’intero sistema giudiziario etneo.
L’evento, formalmente avviato dalla lettura del verbale di nomina, ha assunto sin dalle prime battute un tono solenne e istituzionalmente denso. A introdurre la cerimonia è stato il presidente facente funzioni Francesco Cardile. Egli ha rivolto un sentito ringraziamento alle autorità civili, militari e religiose intervenute, nonché ai magistrati, al personale amministrativo e a tutti gli operatori della giustizia presenti.
Delineato da Cardile il profilo di Mariano Sciacca
Nel suo intervento, Cardile ha delineato con chiarezza il profilo del neo-insediato, tratteggiandolo come un magistrato “di estrema serietà”, capace di coniugare rigore professionale e apertura all’innovazione. Ha persino evidenziato come tale equilibrio rappresenti oggi una qualità imprescindibile per chi è chiamato a guidare un ufficio giudiziario complesso come quello catanese.
È emersa, in particolare, un’imago di Mariano Sciacca quale interprete autentico di una “cultura del fare”. Condizione maturata nel corso di esperienze significative in ambiti strategici quali il processo telematico e l’impiego delle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale. Un percorso che, nell’oggi, consolida elementi di credibilità istituzionale e capacità di incidere realmente sull’organizzazione della giurisdizione.
È stato evidenziato, ancora, come l’esercizio del potere giurisdizionale, lungi dall’essere confinato a una dimensione statica, possa estendersi a modelli di integrazione fondati su intese e protocolli condivisi. Una prospettiva che valorizza la cooperazione istituzionale e apre a forme di governance più dinamiche, in grado di rispondere con maggiore efficacia alle esigenze del sistema giustizia.
Un distretto laboratorio tra innovazione e collaborazione
A sottolineare la dimensione sistemica e sperimentale del distretto catanese è stato il presidente della Corte d’Appello, Antonino Liberto Porracciolo. Egli ha definito il territorio un vero e proprio laboratorio per l’implementazione dell’intelligenza artificiale e del processo telematico. In tale prospettiva, la sfida non è soltanto tecnologica, ma anche organizzativa e culturale. Così, «occorre valorizzare le potenzialità degli strumenti innovativi senza trascurarne i rischi, in un’ottica di collaborazione tra uffici e di integrazione delle competenze».
Il tema della cooperazione istituzionale è stato ripreso anche dal procuratore generale Carmelo Zuccaro. Quest’ultimo ha evidenziato come l’insediamento di Sciacca completi finalmente l’assetto degli uffici giudicanti catanesi, dopo un periodo di vacatio.
In un contesto segnato da una significativa riduzione delle risorse – fino al 70% -, Zuccaro ha posto l’accento sulla necessità di adottare strumenti e modelli organizzativi in grado di sopperire all’enorme carico di lavoro, rendendo più efficiente l’azione giudiziaria.
La scelta del Csm e la fiducia nel dialogo
Il consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura prof. Felice Giuffrè, unitamente ad altri colleghi del Csm presenti alla cerimonia, ha collocato la nomina di Sciacca all’interno di un più ampio processo di rinnovamento degli uffici giudiziari a livello nazionale. La sua designazione è stata presentata come il risultato di una scelta condivisa, maturata nell’ambito del Consiglio. «Una scelta fondata sulla capacità di sintesi e dialogo del magistrato, nonché sulla sua apertura alle innovazioni tecnologiche e organizzative».
Una fiducia che trova riscontro anche nelle parole dell’avvocatura. Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Catania, Antonio Distefano, ha richiamato il valore dell’onestà intellettuale e della dignità della persona come pilastri imprescindibili dell’azione giudiziaria. «In un sistema che continua a fare i conti con carenze di organico e criticità operative, l’auspicio è quello di un impegno condiviso tra tutte le componenti – magistrati, avvocati, personale amministrativo – per migliorare concretamente il funzionamento della giustizia. Centrale, in questo quadro, è l’idea di una “umanizzazione del processo”, capace di restituire centralità alla persona tanto nella decisione quanto nella sua esecuzione».
La continuità della tradizione e il peso della memoria
Particolarmente significativi sono stati gli interventi dei già presidenti del Tribunale di Catania, Francesco Mannino e Bruno Di Marco. Essi, dal canto loro, hanno offerto una riflessione densa e stratificata sul senso della funzione giurisdizionale nel tempo, coniugando esperienza concreta e profondità culturale.
Mannino ha evocato, con efficace forza simbolica, una “consegna delle chiavi” che trascende la dimensione materiale per assumere un valore eminentemente ideale.
Un invito, rivolto al nuovo presidente, a entrare “nella testa e nel cuore” di quanti quotidianamente “abitano il Tribunale”, condividendone responsabilità, fatiche e obiettivi.
In tale prospettiva, la governance dell’ufficio giudiziario viene riletta come esercizio collettivo, fondato sulla partecipazione, sulla fiducia reciproca e sul rafforzamento della squadra di lavoro.
Un intreccio col pensiero di Sant’Agostino

Di Marco, invece, ha sviluppato una riflessione di più ampio respiro, richiamando la dimensione filosofica e costituzionale della giustizia. Il suo intervento si è intrecciato con il pensiero di Sant’Agostino. In particolare con i passaggi de La Città di Dio, nei quali si affronta il tema, sempre attuale, della necessità del giudicare all’interno della società umana.
«Che dire dei giudizi che l’uomo pronuncia sull’uomo […]? In mezzo a questi punti oscuri della vita sociale un giudice sapiente potrà sedere in giudizio o non ne avrà il coraggio? Accetterà certamente; lo costringe e lo trascina a questo dovere la società umana, che è illecito abbandonare» (De Civitate Dei, XIX, 6).
In queste parole, si coglie con evidenza l’idea della giurisdizione come necessità ineludibile: il giudicare non è una scelta opzionale, ma un compito imposto dalla stessa convivenza civile. Un concetto che Agostino rafforza ulteriormente quando afferma che «dove non c’è vera giustizia […] non può esservi un popolo […] e dunque neppure lo Stato».
Il richiamo agostiniano si salda, nel discorso di Di Marco, con la tradizione costituzionale moderna, evocata attraverso la figura di Piero Calamandrei. Il giurista fiorentino, padre costituente, viene ricordato per aver restituito alla Costituzione italiana una dimensione non solo giuridica, ma anche etica e quasi “spirituale”, fondata sui valori della solidarietà e del progresso sociale.
Emblematica, in tal senso, la sua affermazione secondo cui «dentro ciascuno degli articoli della Costituzione è racchiusa una fiamma religiosa di solidarietà e di progresso sociale». In realtà, emerge una visione della giustizia che trascende il dato tecnico e si colloca in una dimensione più ampia, in cui diritto, etica e responsabilità civile si uniscono.
La giurisdizione, in questa prospettiva, è chiamata a garantire una “giustizia effettiva”. Una giustizia capace di coniugare organizzazione e competenza con una costante tensione verso il bene comune.
Una riflessione che, per densità e riferimenti, ha restituito alla cerimonia anche una “rara cifra letteraria”, ponendo in dialogo il pensiero antico e quello contemporaneo e ribadendo, con forza, un principio essenziale: «senza giustizia non vi è comunità politica, né Stato».
Innovazione, efficienza e prospettiva futura
Chiudono il quadro degli interventi, le parole del presidente della Ges Anm (Giunta Esecutiva Sezionale dell’Ass.ne Nazionale Magistrati) di Catania Ottavio Grasso. Esse hanno ribadito la necessità di una spinta innovativa e di un rinnovamento strutturale del sistema giustizia. «L’innovazione, oggi, non è più un’opzione ma una condizione imprescindibile per garantire efficienza e qualità del servizio».
Nel complesso, dalla cerimonia è emerso un clima di ampio consenso attorno alla figura di Mariano Sciacca, accompagnato da aspettative altrettanto significative.
“Ci stupisca, presidente” è l’espressione che, quasi simbolicamente, Grasso ha sintetizzato il sentimento diffuso tra gli intervenuti: «La richiesta di una leadership capace di interpretare il cambiamento, di adattarsi a un contesto in continua evoluzione e di tradurre in azioni concrete i principi della giustizia».
Una sfida collettiva
L’insediamento del nuovo presidente del Tribunale di Catania si configura, dunque, non solum come un passaggio di testimone istituzionale, sed etiam come l’avvio di una fase che chiama in causa l’intero sistema. Efficienza, innovazione, collaborazione e umanità rappresentano le direttrici lungo le quali si muoverà questa nuova stagione.
In linea con quanto già delineato nell’intervento programmatico di Sciacca, la giustizia non può essere ridotta a numeri o a mere procedure. Essa vive, invero, nella capacità di garantire diritti, di ascoltare il territorio e di rispondere alle esigenze concrete dei cittadini. Si tratta di una responsabilità che, oggi più che mai, si configura come condivisa.
Una “responsabilità” che, per essere sostenuta, richiede non solo competenze e strumenti adeguati, ma anche visione, equilibrio e un profondo senso delle istituzioni.
Luisa Trovato
