Ucraina e Palestina / Applicare la dottrina Kennedy come via di pace

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Mentre Russia ed Ucraina sono alle prese con il secondo round di colloqui ad Istanbul, Trump allenta la sua mediazione. La fase delle trattative è ancora iniziale, con delegazioni non di primo livello e nessun confronto diretto tra Putin e Zelensky. Ad oggi, l’unico esito è stato quello del più grande scambio di prigionieri dall’inizio del conflitto, tramite la liberazione di circa mille soldati per parte. Intanto, il conflitto non si placa tra droni nei cieli ed attacchi nelle aree di Sumy e Kharkiv.

La prima telefonata tra Putin e Papa Leone XIV riaccende la speranza

Intanto, un evento mai successo in oltre tre anni di guerra, ha rinnovato la nostra speranza di pace: il presidente Putin ha parlato telefonicamente con il nuovo Pontefice, Papa Leone XIV, in merito al conflitto in Ucraina. Il Papa ha chiesto a Mosca di “fare un gesto che favorisca la pace”, evidenziando l’importanza del dialogo per ben predisporre le parti, al fine di cercare soluzioni per una “pace giusta e duratura”.
Il Pontefice ha sottolineato la necessità di incrementare gli aiuti per una situazione umanitaria in piena emergenza. Il Vescovo di Roma è apparso, sin da subito, sostenitore di una “pace disarmante”. Con questo gesto così importante ed emblematico, assume un ruolo centrale nel quadro diplomatico globale.

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Foto AgenSir

La posizione russa e l’attesa di Kiev

Dal canto suo, la Russia è disposta a negoziare il cessate il fuoco nell’ambito di un accordo più ampio che contenga elementi politici. L’Ucraina chiede la tregua come priorità assoluta per avviare le trattative di negoziato per la pacificazione. Le richieste del Cremlino vanno dal riconoscimento dei territori occupati alla neutralità dell’ex repubblica sovietica, dalla tutela della popolazione russofona al cambio di regime. Senza dimenticare, infine, la richiesta di un blocco dell’espansione della Nato. La posizione del presidente ucraino appare piuttosto complicata.  Zelenski, dato che la guerra sembra volgere a favore di Putin, sarà costretto a giocare in difesa, attendendo le mosse dell’avversario.

Il fallimento degli accordi di Minsk II

Gli accordi di Minsk furono pensati per porre fine al conflitto nel Donbass, regione posta nell’Ucraina orientale, tra il governo di Kiev e le autorità separatiste filorusse.                      In particolare, Minsk II è stato siglato in occasione del terzo round di incontri del febbraio 2015. Prima delle tensioni tra Occidente e Russia in Siria e Medio Oriente. Il punto primo dell’accordo, ossia il “cessate il fuoco” è stato più volte violato. Prima del conflitto russo-ucraino si pensava che gli Accordi di Minsk avrebbero favorito il dialogo diretto tra Kiev e Mosca. Così non è stato. Il tentativo lodevole del presidente Trump rimane dunque ancora in attesa di importanti risultati che, al momento, non sono in agenda. Ma il decollo del negoziato, vero e proprio, è ostacolato dalla barbarie degli atti di guerra.

Situazione drammatica a Gaza

A Gaza, siamo in presenza di un vero e proprio genocidio di civili palestinesi. Una orrenda strage che sembra non aver mai fine. Dall’inizio del conflitto, i morti sarebbero più di 54.600, con oltre 13 mila bambini. Oltre 125.000 i feriti. Il mondo assiste inerme a questo disumano massacro. Mentre la comunità civile dovrebbe sollevarsi indignata ed offesa. E reclamare, di certo, non solo a parole ma soprattutto con atti politici veri e propri, collocando al primo posto l’isolamento dello Stato ebraico, colpevole di questi inammissibili misfatti. Infatti, il problema di fermare la barbarie della guerra investe tutto il consesso delle Nazioni. Gli strumenti per intervenire sussistono: per esempio, perché l’Europa, in occasione del conflitto russo-ucraino, ha varato le misure restrittive comprendendo anche le sanzioni verso Mosca e poi, invece, al contrario, ha usato un metro di giudizio diverso verso Gerusalemme, non facendo nulla? Cioè, non mettendo in campo nessuna sanzione?

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Foto AgenSir

Se la comunità civile non interviene è ugualmente responsabile della spietatezza di un conflitto che può essere fermato ed invece si ritiene di non voler fermare. Con l’aggravante che si tratta di un conflitto che appare, sotto gli occhi di tutti, asimmetrico. Vi è una sproporzione schiacciante tra un esercito, da un lato, e le indifese vittime civili, dall’altro. Per prima è l’Europa, nel suo complesso, a doversi muovere con appropriate ed importanti sanzioni contro lo Stato ebraico, colpevole di un massacro infinito di persone innocenti. Se l’ONU è debole, o risultato della paralisi dei veti, sia presente almeno l’Europa.

La guerra non ha mai risolto alcun punto controverso nella storia delle Nazioni

Che la guerra non possa mai essere lo strumento di soluzione delle controversie internazionali, lo ha dimostrato e lo dimostra oggi la storia mondiale. Dunque, l’unica strada utile da percorrere è quella di un onesto negoziato. Ma, a Gaza e in tutto il territorio palestinese, lo Stato d’Israele non ha voluto mai, in pratica, rispettare le risoluzioni dell’ONU. Che concedevano al popolo palestinese lo spazio per poter costruire uno Stato indipendente e sovrano. Questo costituisce il punto cardine della soluzione del conflitto e la cessazione del genocidio.

Ripartire dalla dottrina Kennedy

È nell’ambito del diritto internazionale che è assicurata la tutela della sicurezza dei più deboli e la giustizia dei più forti. (“Il forte sia giusto, il debole sia al sicuro). Ed è quello il motivo per cui gli strumenti della pace devono essere più forti e superare quelli della guerra. (1) In Palestina, per porre fine alla feroce e sanguinaria contesa l’unica strada è il rispetto del diritto internazionale. E, per tale diritto, l’intera comunità negoziale dovrà battersi e spendersi con pazienza ma, soprattutto, con coraggio. Senza rispetto del diritto, l’isolamento d’Israele nel mondo dovrà essere tempestivo ed inevitabile.

D’altro canto, l’odio esagerato e la brutalità tra le Nazioni – come fra le persone – non sono le regole; le norme sono la civile convivenza e la tolleranza. Gli odi ed i conflitti – tra le Nazioni ed i popoli come tra singole persone – non possono durare un tempo infinito. (2)      Il presidente Trump sembra dunque muoversi in queste due direzioni: i suoi sforzi e le sue iniziative dunque sono sostenuti dall’intera comunità internazionale, senza riserve, obiezioni ed ostacoli.

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Gli errori della NATO

Le iniziative del capo della Casa Bianca devono essere sostenute senza gelosie (Macron), contestazioni o riserve. Perché devono essere sostenute senza ripiegamenti? Perché, in precedenza, NATO e Stati europei hanno alimentato il conflitto invece di tentare di fermarlo (2022-2024). La guerra poteva e doveva essere arrestata. Si è preferito, invece, alimentarla. Mosca, d’altro canto, è stata bersaglio di una politica militarista che ha circondato la Russia di Stati, in precedenza, ex URSS, armati fino ai denti e con armi nucleari.
Questa politica non lungimirante e poco costruttiva della NATO si è sviluppata lungo l’ultimo decennio degli anni ’90 ed i primi 15 anni del nuovo secolo. Anche in questo caso, la via per il negoziato passa tramite una politica duttile ed elastica. Non certo riproduttiva, ripropositiva del muro contro muro della dottrina del domino territoriale che riporta la storia indietro negli anni ’50. Fino ad Eisenhower e Foster Dulles.

Conclusione

“Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?” si chiedeva Martin Luther King. Una domanda che è diventata uno dei suoi libri più interessanti. In esso, riflette sulla necessità di superare la violenza per costruire un futuro di giustizia ed uguaglianza. Superare le differenze, per creare una comunità unita ed un mondo migliore, in cui tutti possano vivere in armonia e in pace. Quel caos che il filosofo tedesco Leibniz considerava presente nel mondo, ma soltanto in apparenza. Dietro il caos si cela un ordine più profondo.
È per via del caos, inteso come stato naturale dell’umanità che, secondo Hobbes, sorgono “guerre di tutti contro tutti”. Gli individui sono spinti da egoismo, sopravvivenza e potere, senza leggi o autorità centrali. Bisognerebbe affidarsi al sapiente modello che rappresenta la dottrina Kennedy.

La dottrina Kennedy

La nostra forza militare è la pace. Il proposito della nostra collaborazione è la pace … nelle trattative per raggiungere la pace, così come nelle operazioni per evitare la guerra, l’Occidente è unito.” (3) In conclusione, per quanto riguarda il conflitto russo-ucraino, si assiste al fatto che il presidente Trump segue questo stesso indirizzo e, nell’ambito di esso, ricerca la collaborazione degli alleati europei. Guardare al vicino non come una minaccia, ma entrare in empatia con esso. Negoziare solo dopo essersi messi dalla parte dell’avversario. Guardare con gli occhi del vicino per curare le relazioni internazionali e portare avanti la politica in una comunità. Giudicare ad occhi chiusi che un atto sia terroristico, come è solito fare Netanyahu, senza collocarsi dalla parte dell’avversario, è scorretto.

Sarebbe auspicabile capovolgere il concetto del “si vis pacem para bellum”, in “si vis pacem para pacem”. Mettersi dalla parte del nemico e, così agendo, eliminare da subito tutte le cause del conflitto. Vorrebbe dire accogliere tutte le condizioni giuridiche favorevoli al popolo palestinese. Bisogna far trionfare il principio di lealtà. L’approccio delle parti nella tregua deve essere equo e giusto. L’odio ed il rancore tra Nazioni non devono durare a lungo. L’augurio è che si possa far tesoro degli insegnamenti del passato per costruire una “pace giusta e duratura”.

Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato

Note

(1)- Principio fondamentale della Dottrina Kennedy proclamato all’ONU, Settembre 1963.

(2)- Principio fondamentale della Dottrina Kennedy.

(3)- Punto fondamentale della Dottrina Kennedy esposto dal Presidente statunitense il 2/07/1963 nel discorso pronunciato alla Base NATO di Bagnoli.