Umberto Barbaro / Ad Acireale, il ritratto del cinema italiano

La riscoperta di un intellettuale poliedrico, tra critica, regia e memoria storica.

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Umberto Barbaro cinema analogico

L’eredità di Umberto Barbaro, gigante della cultura del Novecento e del cinema torna a vivere, con forza e doverosa deferenza, nella sua Acireale, città natale. Il legame tra Barbaro, la “città dei 11 campanili” e il cinema si rinnova attraverso un’opera editoriale che ne celebra la statura artistica e intellettuale. Il volume “Umberto Barbaro, maestro”, curato con dedizione titanica da Mario Patanè in collaborazione con Luigi Franco, direttore editoriale Rubbettino e il Centro Sperimentale di Cinematografia, non è stata solo una celebrazione accademica, ma un atto di giustizia storica verso un figlio illustre di questa terra. 

Umberto Barbaro / Ad Acireale, il ritratto ritrovato del cinema italiano

La presentazione del volume, si inserisce nella cornice delle iniziative culturali acesi, spesso identificate con Acireale, Marzo Mese della Cultura o le “Settimane Culturali”. La città si è mobilitata per onorare una figura che lo scrittore Mario Grasso, già nel convegno del 1987, definiva «artista, scrittore, critico d’arte e geniale precursore di realizzazioni cinematografiche a livello nazionale e ultra nazionale». Questo profondo connubio tra Umberto Barbaro, Acireale e il cinema emerge chiaramente nelle pagine curate da Patanè.Dialogano Mario Patanè Acireale

Dalle avanguardie europee alle radici acesi: il cinema moderno

Umberto Barbaro, non fu solo un testimone del suo tempo, del cinema e della sua Acireale. Fu un autentico architetto del pensiero cinematografico moderno. Attraverso le pagine curate da Mario Patanè, emerge la figura di un intellettuale poliedrico. Barbaro fu capace di guardare oltre i confini nazionali per importare in Italia le avanguardie europee. In un’epoca dominata dal cinema disimpegnato degli anni ’30, egli ebbe il coraggio di teorizzare una narrazione che il cinema ‘puzzasse di realtà’. Fu un’intuizione dirompente. Gettò ad Acireale i semi di quella rivoluzione estetica che il mondo intero avrebbe poi celebrato come Neorealismo. Non fu solo un precursore. Fu colui che offrì al movimento la sua prima impalcatura teorica. Tradusse i maestri del montaggio sovietico per adattarli alla necessità italiana di un racconto nudo e sincero.

Umberto Barbaro fu uno dei padri nobili della teoria del cinema in Italia. La sua biblioteca personale — oggi custodita dai figli Maria e Giuzzo Barbaro — rivela la vastità di un pensiero che non conosceva confini settoriali, spaziando dalla filosofia alla storia dell’arte. In questo contesto, la collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia non appare come un semplice sodalizio istituzionale. Rappresenta la chiusura di un cerchio ideale tra l’alta formazione, la critica e la doverosa custodia della memoria storica. Un gesto di grande valore civile ha accompagnato questa riscoperta. La donazione dei volumi che costituiscono il Fondo Umberto Barbaro è destinata alla Biblioteca comunale Zelantea. Questa istituzione, tra le più prestigiose della Sicilia, assicura che questo immenso patrimonio resti accessibile ai giovani ricercatori e ai cittadini, trasformando la memoria privata in un bene collettivo.

Umberto Barbaro, un intellettuale poliedrico 

Parlare di Umberto Barbaro significa immergersi in un “laboratorio permanente” della mente. Nato ad Acireale il 3 gennaio 1902, Barbaro si impose sulla scena nazionale come una figura quasi mitica. Critico, teorico, regista, traduttore e pedagogo. La sua capacità di leggere l’immagine non si fermava alla superficie della pellicola, ma scavava nella società e nella politica. La macchina da presa, per Umberto Barbaro, era uno strumento di indagine sociale. Credeva che il cinema dovesse smettere di essere un lusso per pochi e diventare uno specchio per la vita quotidiana del popolo.

Umberto Barbaro esordì come teorico dell’Immaginismo. Un movimento d’avanguardia che cercava di portare nella scrittura la stessa forza visiva che avrebbe poi trovato nel montaggio cinematografico. Questa formazione lo rese capace di dialogare con i grandi del suo tempo, non solo nel cinema ma anche nella pittura e nella letteratura d’azione.

Sfidando le barriere culturali del regime fascista, Barbaro apprese da autodidatta il russo per tradurre le opere di Ejzenštejn e Pudovkin. Quelle traduzioni furono fondamentali: permisero a un’intera generazione di giovani cineasti italiani di scoprire il segreto del montaggio sovietico, fornendo le basi tecniche per la nascita del cinema moderno nel dopoguerra.

Una diarchia per il cinema: Luigi Chiarini

Non si può comprendere la rivoluzione del cinema di Umberto Barbaro senza citare il profondo sodalizio con Luigi Chiarini. Insieme, i due condivisero la direzione della rivista Bianco e Nero, del 1937. La più antica e prestigiosa rivista di studi cinematografici del nostre Paese, trasformandola in un laboratorio di pensiero critico.

Mentre Chiarini, da primo direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia, garantiva il rigore istituzionale e pedagogico, Barbaro ne era l’anima teorica più audace e internazionale. Fu un rapporto di stima profonda e protezione reciproca: Chiarini, pur muovendosi dentro le istituzioni dell’epoca, riconobbe sempre l’immenso valore di Barbaro. Gli permise di insegnare e di diffondere le sue idee d’avanguardia anche quando la polizia fascista guardava con sospetto alle sue note simpatie marxiste.

L’occhio dell’arte: Roberto Longhi

Se il cinema di Umberto Barbaro “puzzava di realtà”, la visione estetica di Umberto Barbaro, era nutrita da una cultura figurativa profonda. In questo percorso, l’incontro con Roberto Longhi, il più grande storico dell’arte del Novecento italiano, segnò una svolta cruciale. I due condivisero l’idea che il cinema non dovesse solo mostrare l’arte, ma carpirne i segreti attraverso il linguaggio del montaggio e della luce.

Questa sinergia portò alla realizzazione di documentari d’arte che sono rimasti nella storia, come quelli su Caravaggio (1948) e Carpaccio (1947). Egli, riuscì a tradurre visivamente le celebri intuizioni di Longhi. Dimostrò che il cinema era il mezzo ideale per divulgare l’arte a un pubblico vasto, senza tradirne il rigore scientifico. Unì la precisione del critico d’arte alla visione del cineasta.

Umberto Barbaro cinema italiano

Il suo contributo al cinema non fu solo teorico. Come regista, firmò nel 1938 L’Ultima Nemica, un film che, nonostante le limitazioni dell’epoca, cercava già di applicare quelle teorie del realismo che avrebbe poi perfezionato i suoi scritti.

Il Centro Sperimentale di Cinematografia: la casa e l’esilio

Capitolo centrale della vita di Barbaro — e del libro di Mario Patanè — è il suo rapporto con il Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC) di Roma. Barbaro non fu solo un docente, ma il salvatore stesso dell’istituzione. Nel 1946, fu proprio grazie alla sua ferma opposizione che si sventò il piano di chiudere il Centro per trasformare l’area in terreno edificabile.

Durante il Fascismo Umberto Barbaro era stato “tollerato” per il suo immenso valore pedagogico. Questo accadde nonostante le sue note idee comuniste. Fu persino protetto da figure come Luigi Chiarini di fronte alle pressioni della polizia fascista. Paradossalmente, fu nel dopoguerra democratico che subì l’ostracismo più duro. Nel 1947, per volontà politica di Giulio Andreotti, Barbaro fu estromesso dal Centro. La decisione, fu il preludio alla stagione della “censura politica” del Neorealismo. 

Questo “esilio” lo portò a insegnare alla nascente scuola cinematografica di Łódź, in Polonia. Portò là i metodi pedagogici del CSC di Roma, influenzando profondamente la formazione di futuri maestri del cinema mondiale come Andrzej Wajda e Roman Polański, che videro in lui il ponte verso la modernità europea. In terra polacca, fu accompagnato dalla moglie Helena Wojciechowska. Intellettuale polacca e sopravvissuta alla detenzione in campi di concentramento, dal momento che la sua città natale Varsavia era stata rasa la suolo, si era trasferita a Łódź per lavorare alla Scuola di Cinema, di cui è anche stata vice direttrice. E qui aveva incontrato Umberto Barbaro.

Il ritorno in Italia, avvenuto nei primi anni ’50, non cancellò immediatamente l’amarezza dell’ostracismo. Dovette lottare per ritrovare il proprio spazio in un sistema che aveva tentato di dimenticarlo, continuando però a scrivere e a formare generazioni di critici attraverso le colonne de L’Unità e di Rinascita. 

Analisi dell’Opera: un contributo scientifico 

Il volume curato da Mario Patanè non è soltanto un tributo, ma una vera e propria impresa scientifica definita, a ragione, “titanica”. Ci troviamo di fronte a un archivio vivente che poggia su basi documentali vastissime: basti pensare alla bibliografia monumentale curata dall’Accademico della Zelantea, Toti Pennisi. Non è solo una lista di titoli, ma una mappa cronologica che permette di seguire l’evoluzione del pensiero di Umberto Barbaro dagli anni ‘2o fino alla sua morte. Un lavoro certosino che ha visto il setaccio di oltre 60.000 pagine tra riviste e archivi digitalizzati, portando alla luce più di 1100 voci.

Il libro offre un apparato iconografico rarissimo. Le immagini inedite degli anni ’20 svelano un Barbaro giovane e rivoluzionario, tra i fondatori dell’Immaginismo insieme a Vinicio Paladini. È in questo periodo che egli inizia a teorizzare l’immagine come ‘cellula’ narrativa, un concetto che lo porterà anni dopo a comprendere la rivoluzione del montaggio sovietico

Il contributo di Andrea Mariani, docente dell’Università degli Studi di Udine, analizza il Barbaro ‘internazionale’ e le sue connessioni con le avanguardie estere. Il saggio di mons. Dario Edoardo Viganò (già Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede) offre una prospettiva inedita sul rapporto tra cinema, etica e responsabilità sociale. Questa pluralità di voci rende il libro di Patanè uno strumento multidisciplinare indispensabile per le università.

Il cinema come Responsabilità

Umberto Barbaro ci ricorda che il cinema è, prima di tutto, un atto di responsabilità verso la realtà. Per lui, il passaggio dalla letteratura al cinema era motivato dalla volontà di raggiungere un pubblico vasto, interclassista, per risvegliare le coscienze attraverso il linguaggio del realismo. Il volume di Patanè ha il merito di riportare alla luce una figura che per decenni è rimasta in ombra, schiacciata da pregiudizi politici o dimenticanze storiche. Oggi, grazie a questo lavoro corale, Umberto Barbaro torna a essere quello che è sempre stato: un maestro.

Rossella Liliana Laudani