Un legame indissolubile unisce il vulcano al cielo e la terra tremante alla grazia della fede. È da questo nodo tra sacro e territorio che nasce “Agathae, storie di tradizione e devozioni“, la mostra allestita al Palazzo Comunale di Acicastello per omaggiare i 900 anni del ritorno delle reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli in Sicilia.
Un itinerario d’arte – riporta una nota stampa – quasi del tutto al femminile ideato da Gina Aloisio di Eventi In Stile, curato con l’Associazione Le Pulci di Città di Brigida De Klerk e promosso con il supporto del Comune e delle istituzioni locali.
Tra fuoco e grazia: Zeus, Medusa e la protezione di Agata

Il percorso espositivo si apre con le sculture in ceramica di Zeus e Medusa della scultrice Nancy Coco, metafora della forza distruttiva del vulcano a cui risponde la protezione della Patrona.
Segue l’abito monumentale nato dalla collaborazione tra la stilista Pina Nannuli Scaminaci e Coco: un autentico sfilato siciliano del Settecento impreziosito da ex voto in ceramica. Le trine bianche e il corpetto ricamato trasformano i segni del martirio in dignità e devozione.
Mostra su Sant’Agata / Un cammino materico nel cuore della terra
Nel cuore del Palazzo l’esposizione assume un tono più intimo. Qui si inserisce l’incontro con l’artista Emanuela Rizzo, che dopo aver illustrato tutte le opere, davanti alla sua: “Il velo e la pietra”, emozionata ne spiega la genesi. Il suo lavoro fonde pittura a spessore, organza di seta e un cuore in alluminio plasmato a mano.

«Ho scelto di raccontare Sant’Agata attraverso simboli che ne racchiudono l’essenza» spiega l’artista: «La pietra lavica, realizzata a rilievo, rappresenta la forza dell’Etna, una sostanza scura da cui nasce la vita. Il velo richiama il miracolo e la protezione. Il cuore è l’amore profondo che Catania nutre per la santa. Ho unito tradizione e linguaggio contemporaneo per raccontare il sentimento di un’intera città».
La creazione di Rizzo fonde potenza vulcanica e forza della fede. Lì dove l’organza abbraccia il cuore, l’oro si fa luce e trasforma la materia in speranza. Accanto, i gioielli in ceramica di Nancy Coco ispirati ai simboli “agatini”. Di fronte, l’opera incompiuta di Gianni Sessa, lascia intravedere l’anima della santa mentre nasce dal legno.
A coronare il piano terra, un’Etna in ceramica nera da cui sbocciano un giglio bianco e una fluida lingua rossa. Velo e lava si fondono in un unico flusso protettivo, mentre ai piedi sfilano i devoti in processione. Chiude la sezione un acquerello di Manuela Samperi che trasfigura il martirio in luce cromatica, volgendo il dolore in speranza.
Mostra su Sant’Agata / Dalla scalinata al primo piano

Lungo le scale, il lavoro di Giuseppe Mario Frezza mostra la santa avvolta da un bagliore divino, scortata da un coro angelico.
Quasi al primo piano prosegue il filo dell’arte al femminile con il bassorilievo in argilla di Francesca Privitera. Una preghiera scolpita e impreziosita da dettagli e ricami che narrano patimento e gloria.
Il percorso raggiunge l’apice con un secondo abito di Pina Nannuli, arricchito da pizzi e applicazioni in ceramica della Coco. Di fronte, una scultura solenne e materna dello stesso scultore, ritrae la santa con corona dorata e tra le mani il vassoio con i senelli.
Il dialogo prosegue nelle creazioni delle allieve, con una “A” monumentale e un piatto reliquiario.

A seguire un’opera collettiva al femminile su struttura bifronte. Da un lato giglio, corona e mammelle; dall’altro, un paio di décolleté rosse attualizzano i simboli, trasformando il sacrificio di Agata in grido di forza contro la violenza sulle donne.
Chiude l’itinerario un’altra tela di Frezza, riproduzione di quella donata a Papa Francesco. Sant’Agata regale e sfolgorante, con alle spalle il cero e l’Etna.
Si sintetizza così il senso di un evento che travalica la rassegna per farsi viaggio; un’esperienza in cui devozione e tradizione si fondono, e l’arte delle sue autrici diventa segno, memoria e preghiera.
Barbara Messina
