Acireale / Riconoscere la presenza di Gesù nella propria vita, tema dell’assemblea di A.C.

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Assemblea Azione Cattolica

“Signore, è bello per noi essere qui!”: è con questa esclamazione di Pietro, tratta dal brano dell’evangelista Matteo 17, 1-9, che si è aperta l’assemblea diocesana dell’Azione Cattolica di inizio anno associativo, tenutasi nei locali di S. Benedetto, ad Acireale. Ed è stata proprio questa frase a rappresentare il filo conduttore delle due giornate.

Il tema dell’anno: “Signore, è bello per noi essere qui”

Nella prima giornata, dopo un momento iniziale di invocazione allo Spirito Santo, l’assistente unitario don Orazio Barbarino ha subito messo in luce non solo quanto sia toccante, ma soprattutto quanto sia attuale l’episodio della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor. L’icona biblica del nuovo anno associativo continua a interrogarci, esprimendo in una sola frase l’esperienza dell’incontro con il divino: “Signore, è bello per noi essere qui!”. Parole, queste, che rivelano l’eterno desiderio umano di fermare il tempo nel culmine della bellezza e della pace.

Soffermandosi sui dettagli della scena descritta dall’evangelista Matteo, don Orazio ha posto l’accento sulle azioni compiute da Gesù: Egli prese con sé solo tre dei suoi discepoli più intimi – Pietro, Giacomo e Giovanni – e li condusse “in disparte, su un alto monte”; lì, il suo volto “brillò come il sole”, le sue vesti “divennero candide come la luce” e, accanto a lui, apparvero Mosè ed Elia, i pilastri della Legge e dei Profeti.

In questa visione ultraterrena, dove ogni sofferenza sembra svanire, Pietro non riesce a contenere l’emozione e rompe il silenzio, con la sua ben nota impulsività: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Questo grido è la quintessenza della nostra umanità: il desiderio irrefrenabile di fissare l’attimo di felicità, di erigere un rifugio sicuro per prolungare indefinitamente l’estasi.

Don Orazio barbarino e Cetta Vecchio
Don Orazio Barbarino e Cetta Vecchio, presidente di A.C.

Tuttavia, il racconto non si ferma a questo. Mentre Pietro parla, una “nube luminosa li coprì con la sua ombra,” e da essa si udì la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
Il Tabor, dunque, non vuole essere un punto d’arrivo, ma un’intima rivelazione che prepara al ritorno. La voce divina non accetta l’invito di Pietro a costruire capanne. Anzi, lo supera e lo corregge: l’importante non è stare nella luce per sempre, ma “Ascoltare” colui che è la Luce.

La Trasfigurazione è un dono di forza e speranza dato ai discepoli. Essa insegna che i momenti di grazia e di gioia profonda – il nostro “è bello per noi essere qui” – non sono una fuga dal mondo, ma la riserva spirituale necessaria per affrontare la discesa nella realtà quotidiana, nelle fatiche e nelle contraddizioni della vita.

Quando la visione svanisce e i discepoli sollevano gli occhi, non vedono “nessuno, se non Gesù solo”, a testimonianza del fatto che la persona di Cristo resta l’unico e sufficiente punto di riferimento, e che è arrivato il momento di scendere e tornare alla missione, portando con sé la memoria di quella luce come promessa e come forza. Proprio ciò a cui sono chiamati i soci di AC.

A cosa ci invita questo brano? A fare nostre le parole di Pietro, che riassumono una scelta pensata e condivisa, a sostare con Gesù, a contemplare la sua gloria e a riconoscere la sua presenza nella nostra vita, per poi avere la forza di scendere e illuminare con quella luce il nostro cammino.

La Trasfigurazione ci ricorda che la fede non è tanto una dottrina o un insieme di precetti, ma un’esperienza viva e personale di incontro con il divino: solo in questo modo si può trovare la forza e la consolazione per affrontare le sfide quotidiane, uscendo dall’orto dell’orazione, come testimoni di una Parola, tutta da scoprire e da amare.Acireale Assemblea diocesana A.C.

Conclusa la riflessione dell’assistente unitario, è stata la volta del saluto della presidente, che ha esordito con la domanda:“E’ bello per noi essere qui?”

La vocazione all’AC non è per quelli “bravi”: non siamo migliori degli altri, anche se a volte emerge una sorta di “sindrome della primogenitura” rispetto ad altre aggregazioni ecclesiali.  Come Pietro, Giacomo e Giovanni, non siamo stati scelti per i nostri meriti o le nostre qualità, ma solo perché la Misericordia di Dio si è chinata sulla nostra fragilità e la vuole rivestire di luce, al solo patto che accettiamo di farci trasfigurare da questa luce, scendendo dal monte per incontrare i fratelli.

Da qui deriva la prima Parola chiave posta all’attenzione dei partecipanti:

  • IL PERDONO – la comunità cristiana, e perciò l’Associazione, è prima di tutto “luogo del perdono e della Festa”, in cui ciascun membro matura la consapevolezza delle proprie fragilità. E proprio per questo può annunciare la Misericordia di Dio ai fratelli.

La presidente ha proseguito con una veloce disamina di alcune “Parole chiave”, sentite tante volte, ma che è utile “concretizzare” e approfondire sempre di più.

(Le “Parole chiave” prendono spunto dall’intervento di don Enzo Smriglio, Assistente unitario regionale di AC, nella giornata formativa dedicata ai Presbiteri, il 6 Maggio 2025, ad Acireale).

  • DIOCESANITÀ” (“il piacere spirituale di essere popolo”, l’incarnazione delle chiesa universale in un frammento).
    IL LEGAME CON LA DIOCESIIL LEGAME CON LA PARROCCHIA – luogo della vita quotidiana – di accoglienza e di servizio, casa per tutti.
  • LAICITÀ (testimonianza, non devozionismo, non seriosità, meglio il sorriso; non lamentazioni, ma semi di speranza) e QUOTIDIANITÀ (non testimonianza o impegno occasionale, ma costanza nel tempo) – aprirsi al territorio, alle persone, al mondo intero.

    La presidente Cetta Vecchio
    La presidente Cetta Vecchio

Proprio in un momento storico grave, complicato, in cui sembra siano definitivamente tramontati tutti i valori,  “Che fare, dunque? Ce lo dice proprio il brano dell’Apocalisse: in questo nostro mondo violento e dominato da tanto male, noi Chiesa, noi comunità di credenti, siamo chiamati a “dare alla luce il figlio maschio”, cioè a porre un seme di vita nel mondo. In questo nostro contesto di morte e distruzione, vogliamo continuare ad avere fiducia, ad allearci con le tante persone che qui hanno ancora il coraggio di desiderare il bene, e creare con essi contesti di guarigione e di vita. Il male continuerà ad esprimersi, ma noi saremo il luogo, la presenza che il drago non può vincere: seme di vita, appunto. Vivremo nel deserto, il luogo dove Dio provvede, non nella città. Non saremo dunque il centro della vita del mondo. Non seguiremo la logica che accompagna buona parte della vita dei potenti. Saremo probabilmente pochi, ma sempre diversi, mai allineati, e forse per questo diventeremo anche fastidiosi. Saremo comunque il luogo dove Dio provvede, un rifugio custodito da Dio. Meglio ancora, siamo chiamati a diventare noi rifugio per quanti vogliano custodire il seme di vita, in tutte le sue forme”.

Quando Dio entra nella storia, ribalta la vita della gente. Come canta il Magnificat nel Vangelo: chi sta in alto viene abbassato, chi sta in basso viene innalzato. Chi è ricco diventa povero, e chi è povero diventa ricco, e così via. Il Signore stesso, per primo, ribalta la propria situazione. Con l’incarnazione si mette dalla parte dell’uomo. Lui, che è Dio, si fa uomo. E rovescia ogni situazione che incontra sul suo cammino, e fa questo fino alla Pasqua, quando anche il regno della morte viene rovesciato. Dio opera in questo modo con chiunque, entra e rovescia”.  (Card. Pierbattista Pizzaballa, Omelia Assunzione15 Agosto 2025 – Gerusalemme)

  • FORMAZIONE

Vittorio Bachelet, negli anni ’70, si esprimeva con queste parole: “Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana che cosa era importante? Era importante gettare seme buono, seme valido”: la formazione delle coscienze è il nostro compito peculiare, fondamentale. Finalizzato alla presa di coscienza della comune vocazione alla santità attraverso una vita cristiana essenziale: ascolto della Parola, vita Sacramentale, vita di Carità, condivisione del cammino della Comunità, in uno stile mite, semplice, sobrio, accogliente, fraterno – leali cittadini e contemporaneamente “lieti custodi del paradosso evangelico”.

  • “STUDIO, DISCERNIMENTO, DIALOGO” – pensosità, senso critico, contro la frettolosità superficiale che ci impedisce di approfondire, dentro le questioni. Anche a costo di andare contro corrente.
  • MISSIONE : testimoniare nei luoghi della vita quotidiana – l’attenzione al Bene comune – abili contestatori di tutti i pregiudizi – farsi carico della domanda di speranza degli uomini e delle donne di oggi – accogliere la sfida della fraternità – non escludere mai nessuno.
  • NON COLLABORATORI (di decisioni prese da altri) dando una mano saltuariamente… “Faccia lei”…- MA CORRESPONSABILI (assunzione di un impegno preso insieme), coinvolgimento stabile e fedele, non saltuario, di mente e cuore (nel DNA associativo).
  • ESERCIZIO DI DEMOCRAZIA – reciproco e rispettoso ascolto.
  • POPOLARITÀ (stile sinodale), non notorietà, ma capacità di coinvolgere tutti, in ogni stagione della vita- dalla culla alla tomba. Come i raggi di una ruota: più ci si avvicina al centro, che è Cristo, più ci avviciniamo agli altri.

La Speranza trova fondamento e vitalità nello “stare lì”, nell’incontro con la bellezza del volto di Cristo per poi scendere dal monte e condividere la luce del Risorto nell’ordinarietà delle nostre esistenze.

Il lavoro nelle tre articolazionilaboratorio

Dopo questo momento unitario iniziale, i partecipanti all’assemblea sono confluiti ciascuno nella propria articolazione di appartenenza, per seguire le specifiche proposte delle tre equipe.

L’equipe ACR ha inaugurato l’anno associativo con un’attività dedicata al tema “C’è spazio per te”, ambientato nella Stazione Spaziale Internazionale, simbolo di collaborazione e unità tra culture e competenze diverse.

I ragazzi hanno presentato la proposta educativa, sottolineando l’importanza della condivisione e del contributo unico di ciascuno nella vita cristiana. L’interrogativo al centro del nuovo anno associativo è “Mi fai vedere?”, un invito a scoprire il valore personale e altrui, a guardarsi con occhi nuovi e a riconoscere la bellezza unica di ogni persona.

Per sottolineare questo messaggio, è stata proposta una scenetta dell’”EQUIPaggio” e tre laboratori tematici su:

  • La curiosità: aprire lo sguardo al nuovo e mettersi in gioco senza paura;
  • I talenti: riconoscere e valorizzare i doni personali unici e preziosi;
  • La bellezza di essere comunità: sentirsi parte di una famiglia più grande, dove nessuno è lasciato indietro.

I partecipanti hanno realizzato progetti creativi per raccontare queste dimensioni, trasformando i laboratori in cantieri di immaginazione e collaborazione.

“C’è spazio per te”: non vuole essere semplicemente uno slogan, ma una promessa di creare luoghi in cui ogni bambino e ragazzo possa sentirsi accolto, valorizzato e amato.Laboratorio

Il Settore Giovani ha organizzato un momento di formazione e confronto per animatori e responsabili dei gruppi Giovani e Giovanissimi della diocesi, in cui è emersa la necessità di accompagnarli con equilibrio, determinazione e sensibilità.

Dopo la presentazione delle guide “Non ci credo!” per i Giovanissimi, e “Passaggi di Stato” per i Giovani, ai partecipanti è stato chiesto di realizzare dei “Doodle” per rappresentare i punti di forza e le fragilità delle proprie realtà parrocchiali. Dal confronto è emerso che ogni comunità è unica e necessita di un accompagnamento mirato. E’ stata messa in evidenza l’esigenza di una formazione continua e mirata, che aiuti a maturare uno stile educativo fondato sull’ascolto e una solida formazione umana e spirituale.Giovani

Questo momento ha segnato l’inizio di un cammino condiviso. L’equipe giovani si propone infatti di avviare un percorso formativo, che proseguirà con momenti di accompagnamento “sul campo”, per sostenere e incoraggiare gli educatori nel loro servizio.

L’incontro con i responsabili adulti dei gruppi di Ac parrocchiale ha avuto come oggetto la presentazione del tema dell’anno e del sussidio del percorso formativo per gruppi adulti 2025/26 “Alta definizione”.

Nel corso dei lavori, i vice presidenti adulti hanno sinteticamente esposto i contenuti del percorso formativo, illustrando il metodo proposto dal centro nazionale, ormai adottato con successo da diversi anni, che dal racconto della vita, attraverso la Parola che illumina, arriva alla trasformazione della vita stessa. Sono stati presentati sommariamente i contenuti delle varie tappe, i percorsi trasversali aperti a tematiche attuali (come il rapporto con il corpo e la sessualità, la questione del “genere” e le sue implicazioni), le tappe intergenerazionali che mirano ad aprire un dialogo di continuità con il settore giovani e i percorsi di interesse per le giovani famiglie, focus dell’attenzione del settore adulti negli ultimi anni.

Particolare attenzione è stata data all’accessibilità dei contenuti digitali e dei numerosi contributi del sussidio, risorsa utile per costruire itinerari personalizzati e adattabili alle diverse esigenze dei vari gruppi.Adulti

Nell’ultima parte dell’incontro è stato lasciato spazio alle riflessioni degli animatori e responsabili dei gruppi, chiamati a condividere le buone pratiche sperimentate recentemente nella nostra diocesi. È emersa grande creatività e voglia di mettere in rete esperienze significative, indirizzate certamente ai soci, ma anche vissute nell’ottica del servizio a quanti incontriamo, anche occasionalmente, all’interno delle nostre comunità.

La seconda giornata  ha avuto inizio con uno spazio dedicato ad alcune note tecniche relative all’adesione all’Associazione, per proseguire con l’intervento del prof. Rocco Gumina:  “Oltre l’orto chiuso dell’orazione” (G. La Pira) – LAICI QUI E ORALA CITTA’ SUL MONTE (Rilevanza storico-concreta della Trasfigurazione).

Autore di diversi testi sul ruolo dei cattolici nella società, specie in relazione al loro impegno nella politica attiva, Gumina ha riflettuto insieme ai soci di Ac sulla responsabilità dei laici nella Chiesa e nel mondo, dalle indicazioni del concilio Vaticano II al magistero di Papa Francesco, fino al presente missionario in cui tutti siamo coinvolti.

Prof. Rocco Gumina
Prof. Rocco Gumina

Partendo dal brano evangelico proposto dall’AC nazionale per il cammino 2025/26 (Matteo 17, 1-9), l’ospite della giornata ha colto la duplice possibilità offerta all’uomo nel momento della Trasfigurazione: la prima, quasi naturale e più seducente, è la tentazione della “fuga dalla storia”. La straordinarietà dell’esperienza vissuta potrebbe indurre l’uomo a “non volere scendere dal monte” – è infatti questa la prima reazione di Pietro “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò tre capanne, una per te, una per Mosè, una per Elia” – per continuare a gustare la bellezza dello spettacolo di luce.

L’altro scenario deriva proprio da questa bellezza: esso costituisce l’alternativa possibile che Gesù offre all’uomo, non nella dimensione della fuga dalla realtà, quanto in quella dell’opportunità di “rifare” il mondo ogni giorno alla luce della trasfigurazione stessa. Cogliendo dunque questa seconda proposta di Gesù, va letta l’intenzione del Concilio Vaticano II, che ha inteso i laici come “partecipi della dimensione missionaria della Chiesa: nell’indole secolare della Chiesa, il laico è un credente che cerca il regno di Dio trattando le cose temporali”.

Non fugge, quindi, dalla Storia ma vi si immerge, come fermento, per rinnovarla (cfr Lumen Gentium IV 31:” Ivi (i laici) sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità”). Non è pertanto necessario cercare la straordinarietà al di fuori dell’ordinarietà del quotidiano, ma in questa operare, al fine di trasformarla, rendendo straordinario ciò che è ordinario, sull’esempio di Cristo, consacrando a Dio il mondo intero.Lavori assemblea A.C.

In questo percorso, il laico deve però evitare quegli estremismi che portano a dissociare la carne dallo spirito: i doveri terreni vanno compiuti dietro la spinta del Vangelo, ma l’attività spirituale non può diventare esclusiva delle attività terrene, così come queste ultime non devono escludere la vita spirituale: i cristiani che non trovano l’equilibrio tra le due istanze rischiano di “perdere la propria salvezza”; sono chiamati a impiegare il loro “tempo” tra lavoro e preghiera, in virtù di un rinnovato “monachesimo nel mondo”. L’impegno nel quotidiano va vissuto poi nell’ottica della pluralità delle sensibilità e delle visioni che possono (e forse devono) essere differenti, purché sempre volte al bene comune.

In questa prospettiva, nessuno rivendichi il primato del fervore politico della Chiesa in politica, perché essa assume la varietà dei punti di vista; essi possono essere tanto più validi, qualora il laico abbia una cultura “globale”, non limitata alla spiritualità, alla devozione, al culto, ma aperta alla realtà tutta. Come risposta a tale esigenza va letta la chiamata del laico cristiano alla “formazione permanente”, disposta ad arricchirsi ed evolversi lungo il corso dell’intera vita.

Ricordando, quindi, le esortazioni del magistero di Papa Francesco, Gumina ha sottolineato come i laici debbano imparare a prendere l’iniziativa, senza attendere dal clero la risoluzione dei problemi, o addirittura obbedendo acriticamente. La chiamata del Vaticano II alla corresponsabilità, ribadito da Papa Francesco, è un invito pressante alla costituzione di uno “stato permanente di missione” per attuare il quale è fondamentale una conversione spirituale, pastorale, comunicativa, nella direzione della “missionarietà comunitaria” in cui ciascuno è chiamato, insieme al fratello, a operare una radicale opera di trasformazione della realtà. Chiesa di San Benedetto

Basilare, a questo proposito, è il “principio agapico” per cui la dimensione della fraternità fondata sull’amore ha valenza sociale. Nella riflessione del pontefice da poco scomparso, l’amore non deve avere valore solo nella dimensione familiare, ma anche sociale ed economica: esso va inteso come una chiave per lo sviluppo umano.  La dimensione agapica, la cooperazione, il cammino di popolo è una forma di santità e ci ricorda che santo è “tutto popolo di Dio”, non solo il singolo uomo.

Nessuna agape è però possibile se estranea al cuore come “principio unificatore”: ogni azione umana va collocata sotto il dominio del cuore nella misura in cui il comune maestro, Cristo, ha vissuto l’amore. Parlare di Cristo significa fare un’esperienza concreta, l’esperienza viva dell’amore di Cristo che rende i Cristiani “diversi perché vivono in maniera diversa” (cfr. Lettera a Diogneto). Il sangue di Cristo è un sangue concreto, una concreta dichiarazione d’amore: si può pertanto rispondere all’amore di Dio solo con l’amore verso fratelli. La vita cristiana può, quindi, essere attrattiva solo nella misura in cui essa è espressione coerente di una scelta d’amore.

Da questa capacità di attrazione riparta infine la missione del laico, dalla “dinamica del ricominciamento”, frutto della speranza operosa che, iniziando dal perdono, comunica non una prospettiva di appagamento futuro ma l’esperienza di un godimento presente. A questo è chiamata l’Azione Cattolica: vivere e operare qui e ora, nello spazio della propria realtà contigua.
E se questa realtà non fosse semplicemente la parrocchia, ma il mondo intero? Si chiede e chiede a tutti i soci di AC Gumina. È forse tempo di abbandonare l’ansia del credente che ritiene di soddisfare la propria vocazione missionaria “portando qualcuno in parrocchia”; è forse tempo di portare “con entusiasmo e slancio missionario la forza della celebrazione sacramentale in ogni ambito del vissuto quotidiano, fuori dai confini della parrocchia, per le strade del mondo.

Dopo un breve momento di confronto in gruppi di lavoro, i soci hanno avuto la possibilità di rivolgere a Gumina alcune domande che hanno provocato l’interlocutore su quanto esposto durante il suo intervento. La fase di dibattito ha permesso di approfondire le riflessioni attraverso chiarimenti e ulteriori spunti di riflessione.

Una volta conclusi i lavori, monsignor Antonino Raspanti ha raggiunto la chiesa di S. Benedetto per il momento della “Statio”, guidando i partecipanti in processione verso la Cattedrale di Acireale per la celebrazione della S. Messa giubilare, che ha concluso l’assemblea diocesana.

A cura dell’A.C. di Acireale