Una guerra colpevolmente dimenticata è in corso nella Repubblica Democratica del Congo, ha provocato una crisi umanitaria senza precedenti, con oltre 6 milioni di morti dal 1994 a oggi (dati Foreign Policy Research Institute). In meno di un anno, solo tra il 1994 e il 1995, una frangia estremista dell’etnia Hutu uccise più di un milione di persone, compiendo in Ruanda il genocidio dei Tutsi. Ne parliamo perché non cali l’attenzione su un dramma troppo taciuto.
La Repubblica Democratica del Congo è il paese francofono più popoloso del mondo, superando la Francia di popolazione che parla lingua francese. Il secondo paese più grande per estensione in Africa e il più ricco di risorse minerarie tra i paesi del continente.
La guerra in corso nella Repubblica Democratica del Congo / Una storia di vessazioni che non ha più avuto fine
La storica Conferenza di Berlino, indetta dal cancelliere Otto von Bismarck, stabilì i confini del paese, così come quelli di moltissimi altri paesi africani. Nel 1885 Leopoldo II Re di Belga diventò Re del neonato Stato libero del Congo. Gli imprenditori, ottenuto il permesso di operare in alcune zone e detenendo sostanzialmente il monopolio del mercato interno, resero schiava la popolazione in base alla propria volontà.
Le popolazioni nere erano costrette alla schiavitù. I responsabili imponevano giornate lavorative senza fine e senza paga. Se i lavoratori non producevano ciò che era richiesto, tagliavano a molti di loro un arto o, sennò, li uccidevano direttamente. La tortura a cui erano costretti era molto spesso il lavoro nelle miniere senza alcuna garanzia di sicurezza, a uomini e a bambini, e il reperimento di caucciù, avorio e soprattutto gomma, molto richiesto in quegli anni. Secondo diverse fonti si stima che morirono 10 milioni di persone durante il dominio Belga, la metà delle persone che viveva nel paese.
La guerra in corso nella Repubblica Democratica del Congo / Una popolazione ridotta in schiavitù fino agli anni 50′ e l’indipendenza
Lo sfruttamento economico e la violenza raziale continuò fino agli anni 50′ del 900, quando stavano nascendo i primi movimenti nazionalisti, come l’ABAKO e il MNC. Mentre gli altri paesi d’Europa avviavano il processo di decolonizzazione, questo tardò ad arrivare in Belgio. L’indipendenza avvenne solo il 30 giugno nel 1960. Le diverse etnie non tirarono comunque un sospiro di sollievo, consapevoli che altri problemi stavano per arrivare.
La guerra in corso nella Repubblica Democratica del Congo / I caschi blu nella regione e la Crisi del Congo
Appena all’11esimo giorno dalla proclamazione dell’indipendenza, la provincia mineraria del Katanga e la provincia del Kasai dichiararono l’indipendenza dalla Repubblica, grazie anche al sostegno del Governo Belga che agiva per i propri interessi economici. L’indipendenza veniva ostacolata ancora una volta. Questo periodo venne ribattezzato come Crisi del Congo. Tra il 1960-1964 l’ONU attuò una delle prime misure di peacekeeping dispiegando 20.000 caschi blu. La crisi politica non si attenuò. Addirittura anche il segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld perse la vita in un misterioso incidente aereo mentre cercava di trovare una mediazione.
La fine della prima repubblica
Nel 1965 si instaurò un regime dittatoriale che durò 32 anni. Il generale Mobutu —anticomunista, appoggiato dalla CIA e dal Belgio— attuò un colpo di Stato contro il governo eletto di Patrice Lumumba. Era la fine della brevissima prima Repubblica. Il dittatore e la sua cerchia sfruttarono le risorse minerarie e le ricchezze a proprio beneficio. Secondo le stime, dirottarono miliardi di dollari pubblici verso conti bancari all’estero.
Mentre il presidente accumulava un’enorme fortuna personale, l’economia crollava: a metà anni ’70 il prezzo del rame (principale esportazione) cadde, precipitando il paese in crisi, aggravata dalla corruzione endemica e dalla cattiva gestione. Nel 1971, nel frattempo, il paese cambiò il nome in Zaire. Il nome rimase tale fino al 1997, quando finì il regime personale e cleptocratico.
La prima Guerra del Congo
Con la fine della guerra fredda (1989) agli occhi del mondo occidentale, Mobutu aveva perso carisma, e nel 1997 ormai malato e debole morì lasciando molte regioni in preda all’anarchia. Nel 1994 il vicino Ruanda fu sconvolto dal genocidio dei Tutsi: circa 800.000 persone vennero massacrate in pochi mesi dagli estremisti Hutu. La crisi ruandese si ripercosse subito sul Congo (Zaire): circa 2 milioni di profughi hutu ruandesi. Insieme ai rifugiati civili si insediarono in Congo anche guerriglieri Hutu armati, contribuendo a far rimanere il clima di instabilità e di terrore nel Paese.
Lo sconfinamento delle milizie e la minaccia di alcuni esponenti governativi congolese che chiedevano l’espulsioni dei tutsi ruandesi dal territorio, fu lo goccia che fece traboccare il vaso. Diversi gruppi di tutsi congolesi che non potevano sopportare tali provocazioni nei confronti della stessa etnia, decisero di unirsi ad alcuni gruppi armati ribelli per eliminare gli estremisti Hutu e rovesciare il governo di Mobutu. Ebbe così inizio nel 1996 la Prima guerra del Congo.
La seconda Guerra del Congo
Laurent-Désiré Kabila, con l’appoggio di Ruanda e Uganda, rovescia Mobutu e prende il potere. Ma i nuovi equilibri durano poco. Nel 1998 scoppia la Seconda guerra del Congo, con la partecipazione diretta di eserciti stranieri e milizie locali. Il conflitto si concentra a est: il Nord Kivu, il Sud Kivu, l’Ituri. Le vittime dirette e indirette, secondo stime ONU, superano i sei milioni dall’inizio della prima guerra.
Le prime elezioni libere e la transizione pacifica
Nel 2001 il figlio Joseph prese il potere dopo l’assassinio del padre Kabila. Si apre un processo di pace e una transizione difficile, ma storica: nel 2006 si tengono le prime elezioni libere. Nel 2011 Kabila junior viene eletto presidente e riconfermato. Ma la credibilità delle istituzioni resta fragile. A est ancora i gruppi armati come le FDLR, il CNDP, poi l’M23, l’ADF e una miriade di milizie locali combattono tra loro e contro l’esercito nazionale, sfruttando il caos per accaparrarsi risorse, territori, influenza.
Nel 2012 l’est del Congo resta fuori controllo: attacchi contro civili, stupri sistematici, bambini soldato. Intanto nella capitale cresce la tensione. Kabila, al potere dal 2001, rinvia le elezioni del 2016. Proteste, repressione, pressioni internazionali. Nel 2018 finalmente si va al voto. L’opposizione vince, ma tra polemiche.
Félix Tshisekedi diventa presidente, è la prima transizione pacifica nella storia del paese. Ma l’M23 ricompare. Il governo accusa il Ruanda di sostenerlo. Gli scontri si intensificano nel 2022, nel 2023 e fino al 2025.
Quanti sono i gruppi armati presenti nel territorio
Nella Repubblica democratica del Congo, all’est del Paese, operano diverse milizie che hanno causato un numero di morti senza precedenti. Oltre all’esercito del governo, le Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC), sono presenti più di 120 milizie attive nella regione (dati ONU). I gruppi armati continuano a generare instabilità e violenze diffuse. Alla popolazione civile non resta che come unica soluzione quella di emigrare. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), a febbraio 2025 gli sfollati interni nelle province orientali erano circa 5 milioni; un numero che continua ad aumentare.
Il rapporto annuale di Amnesty international
Secondo il rapporto 2024-2025 di Amnesty international: “Sono continuati gli attacchi contro la popolazione civile nel contesto dell’escalation del conflitto tra i gruppi armati e le forze governative. Almeno 100 civili sono stati uccisi a seguito dei bombardamenti indiscriminati compiuti dalle forze governative e dai gruppi armati. Le forze governative hanno sottoposto a esecuzione extragiudiziale 250 persone. C’è stato un allarmante aumento denunciato di casi di violenza sessuale e di genere, compresa la violenza sessuale legata al conflitto, che ha raggiunto un livello record. Il paese contava più di sette milioni di persone sfollate internamente, l’80 per cento delle quali erano fuggite dal conflitto armato e vivevano in condizioni terribili“.
E poi: “Il membro di un partito dell’opposizione ha ricevuto una condanna al carcere dopo che aveva dichiarato di essere stato stuprato durante la sua detenzione arbitraria. Nelle carceri ci sono stati più di 120 decessi e centinaia di detenute sono state stuprate nel penitenziario di Makala quando, secondo le autorità, alcuni reclusi hanno tentato la fuga. C’è stato un picco di condanne a morte, dopo che il governo ha annunciato l’intenzione di riprendere le esecuzioni“.
I gruppi armati più influenti nel territorio
Tra il 13 e il 19 novembre, mentre la delegazione del governo congolese e quella del gruppo armato M23 (movimento sostenuto dal Ruanda e composto da ex membri dell’esercito congolese, che denunciarono il mancato rispetto degli accordi del 23 marzo per l’integrazione dei Tutsi nell’esercito. Da qui il nome “M23”) stavano negoziando in Qatar un nuovo accordo di pace, un’altra milizia ha colpito duramente la regione: l’ADF.
Il gruppo ADF, affiliato allo Stato Islamico dal 2009, ha infatti sfruttato la situazione per lanciare una serie di attacchi nel territorio di Lubero, nel Nord Kivu: sono morte almeno 89 civili, tra cui 20 donne e un numero imprecisato di bambini.
I motivi del conflitto
Il conflitto nell’Est del Paese è alimentato soprattutto dalla presenza di abbondati risorse minerarie: tantalio, litio, tungsteno, stagno e soprattutto cobalto. Di quest’ultimo minerale, la Repubblica Democratica del Congo, detiene più della metà delle riserve mondiali. Risorse che attirano gruppi armati e potenze straniere, contribuendo a mantenere un clima di instabilità.
Fra il 14 e il 15 novembre scorso, l’ADF colpì una diocesi cristiana a Byambwe. Fu uno degli attacchi più gravi con quattro reparti ospedalieri incendiati. Il bilancio parla di almeno 17 vittime, tra cui donne incinte — alcune delle quali ritrovate con la gola tagliata — e diversi bambini.
Giorgio Trombetta
