Cammino di Santiago / Carlo racconta l’autenticità del Cammino Primitivo

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Cammino primitivo Santiago

Il Cammino Primitivo di Santiago sa regalare storie di profonda trasformazione personale, come quella di Carlo Rodighero, un pellegrino di Monteforte d’Alpone (VR), che ha appena concluso il suo Cammino. In questa intervista, Carlo ci ha raccontato cosa significa davvero mettersi in marcia lungo il percorso più antico e duro verso Santiago.

Cos’è il Cammino Primitivo di Santiago e la sua storia

Il Cammino Primitivo è, per antonomasia, il percorso jacobeo più autentico e impegnativo. Si snoda da Oviedo fino a Santiago, coprendo un tracciato di quasi 320 chilometri immersi nella natura delle Asturie. Partire da Oviedo significa ripercorrere le orme del primo pellegrino della storia, il re Alfonso II il Casto. Nel IX secolo lasciò la capitale del Regno delle Asturie per recarsi a Santiago de Compostela a venerare la tomba dell’Apostolo Giacomo il Maggiore appena scoperta. Infatti, la leggenda narra che un eremita aveva visto delle strane luci nella foresta di Libredón che indicavano un sepolcro. Qui, secondo tutti gli indizi, giacevano i resti dell’apostolo Giacomo, in spagnolo Santiago. Il monarca Alfonso II volle recarsi a vedere la scoperta e ordinò di costruire sul luogo un santuario funerario, che affidò alle cure di una comunità di monaci.

Il Cammino Primitivo di Santiago è caratterizzato da dislivelli severi, salite e discese continue e da lunghi tratti su sentiero sterrato piuttosto che su asfalto. Mette a dura prova la resistenza fisica di chi lo affronta, ma ripaga con una bellezza paesaggistica e una solitudine interiore difficilmente rintracciabili nei cammini più affollati.

La motivazione profonda: penitenza, autenticità e silenzio

Il cammino nasce spesso da esigenze interiori complesse. A partire dal XII secolo, i tribunali civili e le autorità ecclesiastiche infliggevano spesso il pellegrinaggio a Santiago come castigo o penitenza per crimini e peccati gravi (come omicidi o usura). I penitenti partivano caricandosi di questo fardello spirituale e fisico. All’arrivo alla Cattedrale di Santiago, i riti storici prevedevano momenti di profonda introspezione, preghiera per i nemici, riconciliazione e richiesta di grazia e perdono per sé stessi e per la comunità e le persone care.

Accanto all’aspetto spirituale e penitenziale, emerge un bisogno viscerale di contatto con la realtà. Carlo confida di aver fatto il cammino perché aveva “bisogno di autenticità, che viene dalle piccole cose, e di una pausa da questa società alienante in cui viviamo”. Per lui, il cammino rappresenta “un rimettere insieme il disordine che c’è dentro di sé”. Secondo la sua esperienza, è fondamentale affrontarlo in solitudine: “Secondo me il cammino va fatto da solo, perché è nel silenzio che inizi a pensare”. Quello che emerge dalle parole di Carlo è quindi un autentico viaggio interiore di riparazione e trasformazione, e non un semplice trekking turistico.

La giornata tipo e la dura prova del Cammino Primitivo

La routine quotidiana del pellegrino segue ritmi antichi e rigorosi. La giornata inizia presto con una sveglia mattutina: la colazione viene consumata in autonomia, attingendo a ciò che si è custodito dalla sera prima o affidandosi a qualche barretta energetica. Prima di muovere il primo passo, però, c’è un rituale sacro che richiede almeno quindici minuti dedicati alla cura dei piedi con vaselina, cotone e cerotti.

Si comincia a camminare all’alba. Lungo il sentiero si chiacchiera, ma presto subentra l’ascolto di sé. “Ognuno si adatta al proprio ritmo e alle richieste del proprio corpo” racconta Carlo, ricordando come lungo la via risuoni costantemente il saluto universale: “Si sente sempre “Buen Camino!” a tutti e da tutti”.

Nel pomeriggio o in serata si raggiunge l’ostello della tappa successiva, il momento in cui ci si concede finalmente una doccia e il riposo meritato. Carlo sottolinea la natura poliedrica di questa esperienza definendola “un’avventura religiosa, spirituale, conviviale e culturale”. Tuttavia, non nasconde una nota critica verso le piccole aziende che iniziano a lucrare sui punti d’arrivo: il cammino, osserva, “sta diventando un po’ una speculazione su stoviglie e lavatrici, costringendo il pellegrino a spendere nella città d’arrivo”.

Regole, fatiche e la magia dell’Ospitalero

“Per ottenere la Compostela, il documento ufficiale rilasciato dalla Cattedrale di Santiago de Compostela che certifica il completamento del pellegrinaggio” ricorda Carlo “è indispensabile raccogliere almeno due timbri al giorno sulle credenziali”. È un viaggio che, peraltro, si può compiere anche per conto di un’altra persona, caricandosi simbolicamente delle sue intenzioni.

Riflettendo sulla specificità del percorso asturiano, Carlo ribadisce che “il cammino primitivo è il più difficile perché c’è molto dislivello. Ci sono tante salite e discese, ed è poco asfaltato”. Nonostante la fatica, a fare la differenza lungo la via sono le relazioni umane e l’accoglienza. Particolarmente centrale è la figura dell’ospitalero. “È una figura che organizza cene comunitarie e mette tutti in condizioni di aprirsi con domande che non ti fanno sentire giudicato. Si sta insieme attorno una comida genuina e semplice, con tanta commozione e felicità”.

L’evoluzione e il ritorno alla vita normale

Il viaggio dello spirito lascia un segno indelebile. Per Carlo, che aveva già alle spalle l’esperienza di altri due cammini, l’emozione resta immutata e fortissima. “Nel cammino qualcosa di meraviglioso succede sempre. Ho fatto già altri due cammini, ma è sempre una grande emozione”.

La trasformazione interiore è inevitabile. “Si fa una grande evoluzione, da quando si parte fino al ritorno a casa”. La sfida più grande, tuttavia, comincia una volta rientrati. “Sta ad ognuno riapprocciarsi alla propria vita “normale” post cammino, perché sicuramente si è cambiati e si sono appresi insegnamenti anche inconsciamente”.

Alla fine, ogni passo compiuto sul sentiero restituisce il senso di quel primo distacco. E ripensando a quei chilometri aspri e meravigliosi, il pensiero non può che tornare lì dove tutto ha avuto inizio: tra le antiche pietre di Oviedo, sotto lo sguardo della cattedrale. Là dove re Alfonso II scelse per primo di mettersi in cammino verso l’infinito.

Si chiude così l’avventura di Carlo lungo il tracciato più duro d’Europa. 315 chilometri di fatica, silenzio e incontri capaci di trasformare radicalmente lo sguardo di chi sceglie di rimettersi in cammino.

Sabrina Levatino