L’avvocato Longo assurge agli onori dell’altare. Sarà canonizzato il 19 ottobre a quasi 100 anni dalla morte. Venerato già in vita; beatificato nel 1980; celebrato universalmente; con un vissuto a me molto caro.
Certo, si direbbe, per la comunanza di professione; forse ancor più, per l’identità di cognome. Forse. In realtà Bartolo Longo è figura luminosa che come pochi ha saputo assumere a canone dell’esistenza il motto del martire Giacomo il Giusto: “Io con le mie opere ti mostrerò la mia fede (Giac. 2, 28)”.
Graziato per Misericordia, per la sua prima vita, ha offerto la seconda alla Madonna, come una rosa. Dopo una redenzione che ha del miracoloso, Bartolo Longo l’ha infatti votata alla diffusione della devozione mariana e della preghiera del Rosario; e alla testimonianza di una fede ricevuta e ridonata.
Degne di nota le vicende che lo hanno ricondotto tra le braccia del Signore; come pure le successive. Sicura materia di ampia narrazione, con dovizia di particolari, nei giorni precedenti la proclamazione. Perciò solo pochi cenni biografici per metterne in luce gli aspetti più sconvolgenti e più edificanti. Figlio del suo tempo, e al secolo di una famiglia borghese pugliese, Bartolo ne subisce tutti gli influssi. Tipici per il suo status sociale in un’epoca d’imperante cultura liberale, lo conducono alla massoneria.
Bartolo Longo in gioventù coltiva l’esoterismo
Il nutrito disdegno per la religione lo porta poi all’esoterismo e a uno spiritismo dai connotati satanici. Pratiche che spargono tra gli aderenti i germi della depressione fino a indurre un suo amico al suicidio. Non immune lui stesso, a Napoli per gli studi, inizia a riflettere sulle sue scelte e a coglierne il vulnus.
Il provvidenziale incontro col domenicano padre Alberto Radente, suggeritogli da un suo professore, lo aiuta ad aprire gli occhi, finora ottenebrati da ombre sinistre. Fino poi a farlo aggregare al Terzo Ordine di San Domenico, presso cui coltiva la preghiera del Santo Rosario e la devozione mariana.
Allertati invano i suoi vecchi amici, di seguire una via destinata alla perdizione, fa conoscenza con la contessa Marianna Farnararo De Fusco, vedova, molto impegnata in opere caritatevoli e assistenziali. Ne diventa amministratore dei beni, fra cui possedimenti in territorio di Pompei, e precettore dei figli.
Proprio vagando in quella valle allora malsana, giunto a un incrocio non solo viario, ma esistenziale; colto da una serenità ineffabile, sente una voce che gli predice: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo!”
Bartolo Longo imbocca la via della santità..
In quel momento risolutivo il crocevia è superato; la via della santità è imboccata; senza più recedere. Sodale indefettibile, con tutte le sue risorse spirituali, ideali e materiali, la contessa De Fusco, lo sosterrà al punto che, a evitare l’insorgere di maldicenze per una frequentazione così stretta e assidua, previa udienza con Leone XIII, si sposeranno per un matrimonio bianco vissuto da fratello e sorella.
La dedizione a Maria e al rosario, appresa dai domenicani, si coniugherà assorbendo tutta la loro vita. Promozione della devozione del S. Rosario e attuazione della vocazione mariana saranno un unicum. La spiritualità e l’attivismo delle due figure evangeliche di Marta e Maria, vissute in perfetta simbiosi!
Prende corpo curata e finanziata dai Longo, l’urbanizzazione di Pompei così come ci ospita pure oggi. Fonda il Santuario ove si venera l’icona della Madonna del Rosario, giunta in loco in apparenti circostanze casuali e da cui verso tutto il mondo si irradia la recita della Supplica, l’otto maggio e la prima domenica d’ottobre.

Per promuovere la preghiera mariana, dal 1884 si stampa il periodico Il Rosario e la nuova Pompei che dall’iniziale tiratura di 4.000 copie, supera oggi le 200.000, diffuse gratuitamente nei 5 continenti.
Opere edilizie inclusive
Ma è la destinazione che i Longo hanno voluto imprimere alle opere edilizie, a rivelarne la modernità.
In sintonia e in precoce attuazione dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa tracciati già in nuce nell‘Enciclica Rerum Novarum dello stesso Leone XIII e sviluppati in una progressiva rielaborazione che sfocerà poi nella prima rivisitazione del Magistero, nell’Enciclica Quadragesimo anno di Pio XI. Proprio negli stessi anni che vedono realizzarsi il loro poliedrico disegno, per l’epoca quasi utopistico.
Saranno infatti sede dell’Istituto per i figli dei carcerati; dell’Istituto per le figlie dei carcerati, dell’Orfanotrofio Femminile. Della Congregazione femminile delle Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei, preposte a educare e assistere i fanciulli delle Opere di Pompei. Delle Case Operaie per i dipendenti; della tipografia con annessa legatoria, anche artistica; delle officine. Della scuola di arti e mestieri e della scuola serale, antesignane di istituti pubblici tecnici e professionali.

Mirabile la particolare intuizione a favore dei figli dei carcerati, non solo nell’ottica del loro recupero, all’epoca poco credibile, ma grazie a loro, pure di quello dei genitori, salvati così dalla disperazione. Di ciò, cospicua documentazione nei corridoi che portano alla cripta del santo, insieme agli ex voto.
E’ auspicabile che non solo nei giorni delle celebrazioni, ma pure dopo, in sede di approfondimento, i cattolici rivendicassero la primazia della formulazione dei principi di sussidiarietà e di solidarietà.
Ben prima delle teorie di Keynes e del new deal di Roosevelt ascritti al welfare state, presunto pregio dei sistemi democratici attuali dall’impronta laicista se non anticristiana. Ma in realtà già oggetto di paradigmatica definizione da parte del Magistero e appunto, magistrale attuazione da parte dei Longo.
Giuseppe Longo
