“La fede può essere vista come un paio di scarpe. Quando sei piccolo qualcuno te le compra su misura, ma quando cresci quelle calzature non bastano più”. Le Dieci Parole sono state una opportunità per “avere scarpe nuove, su misura per la nostra età”.
In questa nota metafora, tutto il senso della proposta di incontro e di maturazione cristiana nel percorso delle Dieci Parole.
Un cammino che passo dopo passo, catechesi dopo catechesi, sviscera ogni comandamento per farlo “sperimentare vivo” a chi è lontano dalla Chiesa “non in chiave moralista, ma costruttiva”.

Avviato non senza iniziali perplessità nel 1993 da don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le vocazioni del Vicariato di Roma, per seguire gli adolescenti di una parrocchia romana da lui definiti praticanti non credenti e curarne la crescita spirituale, prima come Dieci Comandamenti, poi come Dieci Parole, è ben presto divenuto una scuola di fede per i giovani e così ripreso in molte altre diocesi. Dal 2019 esteso con un percorso analogo ad adulti over 35.
Attualmente si ha riguardo ad una esperienza formativa che coinvolge sul territorio nazionale parrocchie sparse in oltre 70 diocesi e diffusa ormai pure oltralpe, in paesi di diversi continenti.
Il cammino delle Dieci Parole è per la prima volta a Giarre nella parrocchia Gesù Lavoratore.
Quale occasione migliore per scoprirne modalità e finalità con il parroco don Antonio Pennisi.

Don Antonio, come matura l’incontro e la condivisione di questa peculiare scuola di fede?
Essa si esprime di sovente nella sorpresa del primo annuncio, spesso come prima esperienza della fede cristiana. Fede vissuta come un incontro con Gesù Misericordioso, in cui ciascuno prima perfeziona una diagnosi del proprio stato spirituale e così si prepara all’esperienza della Grazia.
Negli incontri, la riflessione dei sacerdoti sui testi biblici si alterna a testimonianze di laici. Come si coniugano questi momenti diversi, eppure inscindibili, per le finalità formative?
Spesso la pastorale utilizza un metodo deduttivo che parte dai principi dottrinali e deduce le implicazioni e le leggi che discendono da tali principi, applicandole alla prassi pastorale.
Il rischio è duplice: scadere in un mero moralismo e non tenere conto dell’esperienza vissuta delle persone. Nel cammino delle Dieci parole si cerca invece di instaurare delle relazioni caratterizzate da una dialettica reciprocità, tra Vangelo e vita. E quindi tra sacerdoti e laici, nella corresponsabilità pastorale, proprio come nello spirito sinodale.
In tempi di disarmante disaffezione alla Parola tale percorso come può colmarne il vuoto?
In questi corsi la Parola ha sempre un taglio esistenziale che si coniuga con l’ordinarietà della vita quotidiana. In tal senso la Parola rilegge la nostra vita e noi ci facciamo rileggere dalla Parola, ricollocando in piena luce i nostri errori, le nostre fragilità e tutte le nostre vulnerabilità.

Pensato prima come un progetto per i giovani, si è poi esteso agli adulti. Con quali esiti?
L’obiettivo iniziale consisteva nell’offerta ai giovani di un metodo per conoscersi meglio e rileggere la propria vita alla luce del Vangelo; anche come risposta a una vocazione, che nelle sue varie forme è per tutti. Man mano si sono aggiunti pure degli adulti che hanno potuto riscoprire la loro vocazione cristiana, talora riuscendo così a salvare dei rapporti matrimoniali o familiari in crisi, o spezzando il giogo di vizi e dipendenze, in una speranza di vita rinnovata. In definitiva hanno riassaporato la bellezza della novità del Vangelo e della vita nuova in Cristo.
Se il terreno da coltivare promette bene lo si deve pure al concime sparso dai responsabili. Fra cui si annoverano oltre ai sacerdoti, tanti laici che rendono testimonianza del loro volontariato. A Oriana Rinaldi, tra le più impegnate in questa esperienza, ne abbiamo chiesto le motivazioni.
Oriana, come nasce la sua adesione all’iniziativa e quale il senso della sua testimonianza?
La mia adesione è stata la risposta alla chiamata di Dio attraverso le Dieci Parole. La mia testimonianza è quella Parola che si fa carne nella vita. Dio ha il potere di stravolgerla e ci dona le istruzioni. Se l’ha fatto con me perché non potrebbe farlo con altri? Siamo fatti per le cose grandi, dobbiamo solo accettare il dolce invito dello Sposo e permettergli di agire nella nostra storia.
In perfetta sintonia con l’intento sotteso all’invito di don Rosini: “Si deve valorizzare il munus docendi, cioè aiutare i preti a ridiventare maestri della fede, addestratori alla vita cristiana”.
Giuseppe Longo
